giovedì, Luglio 29

Gli 'Stati Uniti del petrolio’ e l’incognita saudita 40

0

20080102_petrolio

Entro fine anno gli Stati Uniti potrebbero diventare il maggior produttore mondiale di petrolio, superando anche l’Arabia Saudita.

Un risultato in grado di rivoluzionare non soltanto la bilancia commerciale di Washington, ma anche gli attuali equilibri energetici globali, alterando i meccanismi che, fino ad oggi, avevano regolato il mercato internazionale.

Gli operatori definiscono ‘shale revolution’, rivoluzione dello scisto, la recente trasformazione del settore energetico statunitense, che attraverso lo sviluppo di nuove tecniche, come la fratturazione idraulica (o ‘fracking’) e la perforazione direzionale, ha permesso lo sfruttamento di giacimenti, soprattutto in Texas e North Dakota, considerati a lungo non commerciabili.

Tali tecniche di estrazione, che consistono nella frantumazione, attraverso potenti getti d’acqua, delle rocce di argilla del sottosuolo per liberare il greggio che vi si deposita all’interno, erano considerate troppo care uno o due decenni fa, ma sarebbero diventate convenienti, negli ultimi anni, a causa dei maggiori prezzi del petrolio sul mercato mondiale. A settembre di quest’anno la produzione statunitense di greggio ha toccato una media giornaliera di 8,87 milioni di barili, contro I 5 milioni del 2008, e potrebbe raggiungere i 9 milioni di barili al giorno prima della fine dell’anno.

Secondo le previsioni della International Energy Agency (IEA), l’Organismo intergovernativo fondato negli anni ’70 in seno all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), nel 2015 le importazioni degli Stati Uniti forniranno soltanto il 21% del consumo di combustibili del Paese, contro il 60% del 2005. Una conseguenza, questa, dello sviluppo delle nuove tecniche di produzione voluto e attuato dall’Amministrazione del Presidente Barack Obama, ma anche della progressiva diminuzione delle capacità produttive reali di alcuni tra i più importanti produttori mondiali.

Come Libia e Iraq, le cui infrastrutture produttive e di trasporto sono state devastate negli ultimi anni e nelle ultime settimane dalle guerre e dai bombardamenti internazionali. Per non parlare dell’inasprimento delle sanzioni economiche nei confronti di importanti attori energetici internazionali, come Iran e Russia, che hanno visto così in riduzione i propri flussi di esportazione.

Una serie di ‘interventi’ che hanno proprio Washington tra i principali promotori e che ben favoriscono la crescita relativa del prodotto energetico ‘a stelle e strisce’ e le sue prospettive future di esportazione.

Uno sviluppo che, assicurano gli esperti, sta portando gli Stati Uniti a competere, in ambito in energetico, con il maggior produttore mondiale, l’Arabia Saudita. Gli esperti più ottimisti sostengono che già da ottobre o novembre la produzione di combustibili americana potrà superare quella di Riad: un evento che non accadeva dai tempi della cosiddetta ‘Guerra del Golfo’,  nel 1991.

Di fronte a questi dati, le Autorità saudite hanno rivendicato il proprio ruolo cruciale nelle dinamiche del mercato petrolifero globale: il Ministero del Petrolio saudita ha sostenuto come la capacità produttiva del Regno possa essere aumentata in breve tempo di 2,5 milioni di barili al giorno. Questa ‘elasticità’ permetterebbe ai sauditi di influenzare non soltanto il commercio reale, quello fatto di barili veri, ma anche il mercato ‘virtuale’ dei prezzi, quello fatto di aspettative, numeri e impulsi digitali, che stabilisce il prezzo degli idrocarburi a livello globale.

A questo riguardo, però, gli stessi funzionari sauditi ammettono come la recente crescita della produzione statunitense abbia giovato alla stabilizzazione dei mercati negli ultimi mesi. In effetti, negli ultimi due anni il prezzo del greggio sui mercati è sceso, malgrado l’acuirsi di disordini in aree produttive chiave: gli scontri in Siria e Iraq, i combattimenti in Libia e il conflitto in Ucraina.

Nell’ultima settimana, il ‘Brent’, il più importante indice di riferimento per i prezzi del petrolio nelle borse internazionali, ha raggiunto quota 91 dollari al barile, il suo livello più basso degli ultimi quattro anni, precipitando dal picco di più di 125 dollari all’inizio del 2012.

Tutto ciò sembra poter soddisfare l’Arabia Saudita: negli ultimi anni, infatti, il Regno dei Saud ha ingaggiato una battaglia per l’abbassamento dei prezzi del petrolio. Così nel 2011, ad esempio, la discussione sui prezzi aveva portato a uno scontro con l’Iran e altri Paesi durante un incontro dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC). In quell’occasione, contro le istanze di aumento dei prezzi sostenute da Teheran e altri (Venezuela e Algeria), il blocco dei Paesi arabi del Golfo, guidato dall’Arabia Saudita, aveva imposto il mantenimento di un prezzo inferiore ai 100 dollari al barile. Riad infatti temeva un’ulteriore riduzione dei flussi di esportazione del greggio, dopo quella causata dalla contrazione dell’economia globale in seguito alla crisi, qualora i prezzi fossero aumentati. Tanto da arrivare ad accrescere le proprie quote di produzione per coprire i flussi di petrolio che, a causa della guerra in Libia, avevano cessato di fluire dal Paese nordafricano, evitando così un ulteriore innalzamento dei prezzi a livello mondiale.

La crescita della produzione da parte degli Stati Uniti, pertanto, è destinata a suscitare nei palazzi di Riad umori contrastanti. Da un lato, essa certamente mina l’attuale primato saudita in campo produttivo, dopo che, tre anni fa, il Regno dei Saud aveva già perso il primato in quanto a riserve di petrolio, superato dalle scoperte offshore del Venezuela. D’altra parte, però, la crescita della produzione statunitense sembra favorire il mantenimento dei prezzi al di sotto della soglia dei 100 dollari al barile.

Anche se Riad si trova così a dover oscillare tra questi due punti di vista contrastanti, il ‘boom’ energetico statunitense potrebbe non risultare così pericoloso per gli interessi sauditi.

Infatti, malgrado la forte crescita, la produzione statunitense di greggio non ha ancora superato quella saudita. Inoltre, è necessario sottolineare come nel computo della produzione totale degli Stati Uniti una gran percentuale sia occupata dai gas di petrolio liquido, come etano e propano, che presentano un contenuto energetico minore rispetto al greggio. Nel computo della produzione dell’Arabia Saudita, tali combustibili ‘meno nobili’ hanno invece un peso percentuale minore.

Inoltre, sul medio periodo la crescita esponenziale della produzione degli Stati Uniti potrebbe essere inibita dalle ricadute ambientali che le nuove tecniche di produzione hanno sul territorio, così come dalle conseguenti reazioni dell’opinione pubblica. Si tratta di fenomeni già sperimentati anche da altri Paesi.

Infatti, la tecnica del ‘fracking’ richiede ingenti quantità d’acqua, che viene successivamente recuperata solo in parte. In secondo luogo, esiste il rischio che le sostanze chimiche utilizzate nei processi di ‘fracking’ possano contagiare le falde acquifere e che i getti di acqua ad alta pressione possano favorire l’instabilità sismica. Una minaccia, quest’ultima, che avrebbe spinto le Autorità locali di zone a particolare rischio sismico, come quella di Los Angeles, a vietare la pratica nel proprio territorio.

Infine, non sono mancate voci critiche nei confronti della convenienza economica della ‘shale revolution’: infatti, a fronte di altissimi costi di investimento che le tecniche di ‘francking’ richiedono, secondo diversi esperti il prodotto non avrebbe finora reso guadagni adeguati alle imprese petrolifere. Se questi dati fossero confermati anche nel medio periodo, le imprese stesse potrebbero prevedibilmente essere scoraggiate da ulteriori investimenti.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->