martedì, Novembre 30

Gli Stati Uniti contro il Brexit

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Lo scorso febbraio, a Bruxelles, si è tenuta una lunga maratona negoziale per convincere la Gran Bretagna a non abbandonare l’Unione Europea. Le trattative si preannunciavano molto complesse anche perché solo tre mesi prima gli attentati di Parigi avevano indotto i cittadini britannici ad esprimersi in maggioranza per l’uscita, per scongiurare la quale gli altri Paesi del ‘vecchio continente’ si erano preparati ad accettare generosissime concessioni. Ed effettivamente, il premier David Cameron tornò a Londra annunciando con tono trionfante di esser riuscito ad ottenere quasi tutto ciò che aveva richiesto. Con garanzie relative alla possibilità di allungare temporalmente le limitazioni al welfare per gli immigrati e le loro famiglie, di applicare normative utili a rafforzare il potere finanziario della City e di porre restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori stranieri al proprio interno, Londra è stata di fatto esentata dall’obbligo di integrarsi progressivamente nell’Unione Europea. Non sarà quindi vincolata ad adottare l’euro, né ad applicare al proprio interno il Trattato di Schengen, né di adeguare la propria legislazione agli standard europei.

Sul piano concreto, le nuove concessioni si limitano a rafforzare lo statuto speciale di cui la Gran Bretagna ha sempre goduto al fine di influenzare il referendum sul Brexit che si terrà il prossimo giugno, ma da un punto di vista più generale riaffermano l’eterna ‘alterità’ di Albione rispetto agli altri Paesi europei e consacrano il principio di Europa a più velocità espresso nel 1994 in un documento redatto dai parlamentari tedeschi Wolfgang Schäuble e Karl Lamers. L’Europa è quindi destinata a rimanere un costrutto politico, economico e normativo a geometria variabile fondato su livelli diversi di integrazione, che di fatto permetterà agli altri Paesi membri di reclamare a loro volta un trattamento analogo a quello riservato alla Gran Bretagna indebolendo l’architettura comunitaria europea.

Il che ha destato forti preoccupazioni negli Usa, che da sempre si avvalgono degli storici legami con la Gran Bretagna per influenzare la vita politica ed economica dell’Unione Europea. Il generale Charles De Gaulle aveva posto per ben due volte il veto sull’entrata del Regno Unito nella Comunità Economica Europea, nella convinzione che Londra si sarebbe immediatamente trasformata in un cavallo di Troia degli Stati Uniti nel ‘vecchio continente’. Le recenti esternazioni di John Kerry sembrano confermare i timori di De Gaulle, dal momento che il Segretario di Stato Usa non ha esitato ad intromettersi pesantemente negli affari interni britannici pur di mitigare la tendenza al Brexit che sembra diffondersi a macchia d’olio anche all’interno dello stesso Partito Conservatore.

Le ragioni di una così evidente ingerenza sono legate alla conservazione dell’architettura di sicurezza euro-atlantica, che rischia di finire in pezzi con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Come nota George Friedman, direttore di ‘Stratfor’, «un’Europa unita è stata da sempre il sogno di ogni atlantista», poiché «qualunque espansione del campo d’azione politico dell’Europa è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata e una Nato allargata serviranno gl’interessi a breve e a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così politicamente integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente», ha spiegato Zbigniew Brzezinski. Ragion per cui gli Usa hanno da sempre sostenuto il processo di integrazione europea che era già in nuce nel contesto del Piano Marshall. Ma se fino a pochi anni fa, come rileva Friedman, «i problemi dell’Europa erano considerati come faccende che gli europei avrebbero dovuto sbrigare tra di loro», allo stato attuale «gli Stati Uniti si sono resi conto che i rischi di frammentazione e gli imprevedibili processi decisionali interni all’Unione Europea rischiano di ripercuotersi sull’integrità della Nato». Questo pericolo è emerso in tutta la sua evidenza con la crisi greca, che ha rischiato di favorire lo slittamento di Atene verso l’orbita di Mosca e Pechino mandando in pezzi il fianco Sud-orientale dell’Alleanza Atlantica, come ha rilevato lo stesso Brzezinski, secondo cui «una Grecia amica di Mosca po­trebbe paralizzare la capacità della Nato di reagire all’aggressione russa». Era effettivamente chiaro che la dege­nerazione della posizione debito­ria del Paese ellenico fosse gravida di ripercus­sioni piuttosto eversive sul piano geopolitico, per sven­tare le quali è forte­mente probabile che a Washington si sia vagliata la pos­sibilità di istigare una sorta di ‘Piano Prometeo 2.0’  modellato sul calco dell’operazione coperta che negli anni ’60 portò al governo la dittatura dei colonnelli ponendo fine alle pericolose tendenze filo-sovietiche che serpeggiavano all’interno del Paese. L’obiettivo, questa volta, sarebbe stato quello di rovesciare un governo scomodo per insediarne uno più ‘affidabile’ che reci­desse definitivamente i legami con Russia e Repubblica Popolare Cinese conservando il ruolo centrale che la Grecia riveste all’interno della Nato.

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