mercoledì, Settembre 22

Gli Stati Uniti allungano la permanenza in Afghanistan field_506ffbaa4a8d4

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L’Afghanistan, in cambio, otterrà dagli Stati Uniti e dai suoi alleati circa 4 miliardi di dollari all’anno di aiuti economici, che come quelli versati nel corso degli anni passati finiranno con ogni probabilità nei conti correnti dei locali signori della guerra, alimentando traffici di ogni genere. A partire dalla droga. Le motivazioni legate alla necessità di addestrare al meglio le forze afghane addotte dall’amministrazione Obama non sono tuttavia sufficienti a giustificare la decisione di allungare ulteriormente i tempi di permanenza delle forze Usa a dispetto di un’opinione pubblica statunitense sempre più a favore del disimpegno totale. A Washington viene dato ormai per certo che i talebani rimarranno una fazione cruciale per la vita politica afghana anche dopo il ritiro Usa, e sono quindi pienamente consapevoli che si dovrà giocoforza scendere a compromessi con loro per evitare pericolosi slittamenti geopolitici di un Paese che si situa in un’area fondamentale per la strategia del ’pivot to Asia’ elaborata dall’amministrazione Obama.

Non va infatti dimenticato che, lo scorso anno, il leader dei talebani Akhtar Mohammad Mansour, succeduto nel luglio 2015 al Mullah Omar, aveva cercato di smarcarsi dall’egemonia esercitata sul suo movimento dai servizi segreti di Islamabad (Isi), legati mani e piedi agli Usa fin dai tempi del sostegno alla guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, in favore di Mosca e Teheran. Decise quindi di trasferire il consiglio della Shura dei talebani da Quetta, metropoli situata nel Belucistan pakistano, in Afghanistan. Il progetto di rendere maggiormente autonomi i talebani decadde però con l’uccisione di Mansour, eliminato da un drone statunitense mentre si trovava proprio in Belucistan. Secondo voci di corridoio, la soffiata relativa alla posizione di Mansour  proverrebbe dall’Isi, che con la morte di quest’ultimo ha avuto buon gioco a recuperare la propria influenza sul movimento fondamentalista. Con la nomina di Haybatullah Akhundzada a capo dei talebani, ufficializzata lo scorso 25 maggio, l’intelligence pakistana ha trovato un interessante interlocutore, che come prima cosa ha annullato la decisione di trasferire il consiglio della Shura presa dal suo predecessore. Quetta è così rimasta la base logistica e spirituale dei talebani, che come contropartita hanno ottenuto copertura e protezione dell’Isi.

La revisione, da parte dell’amministrazione Obama, della exit strategy congegnata nel 2014 risponde quindi ad esigenze di natura prettamente geopolitica, avendo l’Afghanistan assunto una accresciuta centralità alla luce dell’offensiva lanciata dalla coalizione formata dagli Usa e dai loro alleati (non tutti) inquadrati nella Nato contro Cina e Russia.

 

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