lunedì, Settembre 20

Gli Stati Uniti all’assalto di Deutsche Bank

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Deutsche Bank è finita di nuovo nell’occhio del ciclone, per l’ennesima volta dal 2011 a questa parte. Questa volta, il Dipartimento di Giustizia Usa ha proposto al titanico istituto di credito tedesco un patteggiamento da circa 14 miliardi di dollari, come forma di risarcimento e allo stesso tempo di punizione per aver consapevolmente rifilato ai propri clienti una considerevole massa di spazzatura finanziaria (composta per lo più da obbligazioni garantite da mutui subprime) negli anni antecedenti allo scoppio della devastante crisi economica che si protrae ancora oggi. Quella richiesta dal governo Usa è una cifra che, oltre a rivelarsi di molto superiore alle aspettative più pessimistiche formulate alla vigilia, si configura come una delle più alte mai contestate ad una banca per dirimere questioni di questo genere.

La sanzione più salata, pari ad oltre 16 miliardi di dollari, era stata pagata da Bank of America nel 2014, mentre durante lo scorso aprile Goldman Sachs ha accettato di versare ben 5,5 miliardi. Le altre grandi banche statunitensi (Jp Morgan Chase, Citigroup e Morgan Stanley) hanno versato in tutto 23 miliardi di dollari per risolvere contenziosi legati ai titoli tossici venduti in giro per il mondo.  Dopo aver assistito a un crollo verticale del valore borsistico del titolo, i dirigenti di Deutsche Bank hanno messo in chiaro di non aver preso minimamente in considerazione la possibilità di versare l’ammontare preteso dal Dipartimento di Giustizia, spingendo le autorità statunitensi a invitare l’istituto a presentare una contro-offerta.

Il colpo inferto dagli Stati Uniti rischia di produrre serissime ripercussioni sulla tenuta finanziaria di Deutsche Bank. Un istituto che dal 2014 in poi ha dovuto fare i conti con una serie impressionante di eventi negativi, quasi sempre imputabili alla gestione scriteriata della dirigenza. Il più grave di essi risale al giugno 2015, quando Standard & Poor’s declassò le obbligazioni di Deutsche Bank al livello Bbb+ a seguito dell’impossibilità a saldare la rata del debito in scadenza con il Fondo Monetario Internazionale annunciata dal governo greco. Come conseguenza, il titolo perse metà del suo valore nell’arco di un anno. Un contributo determinante a minare la solidità finanziaria dell’istituto tedesco l’hanno inoltre assicurato le multe imposte dalle autorità per una serie di violazioni clamorose, tra cui spicca la manipolazione del Libor. Illeciti che hanno costato a Deutsche Bank qualcosa come 13 miliardi di euro tra il 2011 e il 2015, anno in cui gli oneri per la risoluzione dei contenziosi sono impennati alla stratosferica cifra di 5,2 miliardi di euro.

Somme in uscita che falcidiano i conti complessivi del più prestigioso gruppo bancario europeo, su cui pesano in maniera sempre meno sostenibile le enormi svalutazioni delle attività rilevate nel corso degli anni da Deutsche Bank. Si parla di qualcosa come 6,6 miliardi di euro di perdite che, unitamente alle crescenti spese legali, incidono in maniera sempre più profonda sulla redditività della banca. Come si legge su ‘Il Sole 24 Ore’: «nei tre anni dal 2012 al 2014 la banca ha cumulato utili netti per soli 2,5 miliardi, poco più della metà degli utili prodotti in un solo anno il 2011. Da lì in poi il declino. E questo senza contare quella zona d’ombra che accompagna la banca ormai da anni remoti e su cui il mercato mantiene un atteggiamento di perplessità». Una zona d’ombra, quella che si proietta su Deutsche Bank, che tende ad assomigliare sempre più a quella che portò Lehman Brothers al tracollo. Come il colosso lasciato fallire dagli Usa il 15 settembre 2008, Deutsche Bank ha infatti un elevatissimo livello di titoli illiquidi in portafoglio (31 miliardi di dollari), che secondo le stime varrebbero circa la metà dell’intero capitale a disposizione dell’istituto. Una svalutazione di tali titoli produrrebbe inesorabilmente effetti devastanti sullo stato patrimoniali della banca, e gli operatori di mercato sono al corrente di questo punto debole.

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