martedì, Settembre 21

Gli Stati Uniti e l’ attacco contro la Siria Emerge, in altre parole, il problema ‘di lungo periodo’ di quale ruolo gli Stati Uniti intendano assumere sull’attuale scena internazionale

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Come era facile prevedere, la rappresaglia occidentale per il presunto attacco chimico a Douma è stata assai più limitata di quanto le voci della vigilia non lasciassero apparire. Nonostante la retorica bellicosa e il massiccio schieramento di assetti, l’attacco a una serie di supposti siti di produzione e di stoccaggio di aggressivi chimici è stato, infatti, più una prova di forza che un’azione di guerra tesa a conseguire obiettivi più ampi. Il tentativo di evitare il coinvolgimento delle forze russe e (in subordine) iraniane è stato evidente, così come evidente è stata la volontà di minimizzare i danni collaterali di una azione ampiamente criticata già prima del suo inizio. Sul fronte opposto, la risposta di Mosca e Teheran è stata pacata; una scelta che ne consolida la posizione e ne accredita l’immagine di attori moderati. Da questo punto di vista, sono loro i veri vincitori della crisi che se da una parte ha visto gli Stati Uniti, per la prima volta da molto tempo, fare causa comune con Francia e Gran Bretagna, dall’altro ha confermato, una volta ancora, come il fronte occidentale continui ad essere diviso. Difficilmente, tuttavia, le vicende degli ultimi giorni porteranno a un cambio di passo in una crisi incancrenita. Da tempo la questione siriana ha smesso di essere un ‘semplice’ problema di regime change, per diventare un banco di prova di possibili futuri assetti internazionali.

E’ ormai evidente, infatti, come la guerra civile innescata dalle proteste del marzo 2011 contro il governo di Bashar al-Assad sia diventata il terreno di scontro non solo per le diverse fazioni interne al Paese e per i loro sponsor e/o rivali regionali (Iran, Turchia e Israele in primis). L’importanza della posta in gioco per gli equilibri del Medio Oriente ha progressivamente risucchiato sul terreno siriano anche le ‘grandi potenze’ che nella lotta al sedicente ‘Stato Islamico’ hanno trovato, negli scorsi anni, un ulteriore elemento di legittimazione della loro presenza. Quello attuale è, quindi, in conflitto ‘a più livelli’, in cui la soluzione della questione interna (la ‘sopravvivenza politica’ di Assad e della classe dirigente che lo circonda) non può prescindere dalle ricadute che essa è destinata ad avere sul piano regionale e su quello globale. Gli attacchi di sabato notte sono parte di questo complesso scenario. Al di là dell’impatto immediato, con essi Washington ha ribadito in modo chiaro la sua intenzione di non farsi tagliare fuori dai giochi, inviando un messaggio sia alla Russia e ai suoi alleati, sia ai Paesi del fronte anti-Assad, in primo luogo la Francia, il cui attivismo nel Paese mediorientale predata di molto l’escalation militare seguita agli attentati terroristici del 13 novembre 2015.

I dubbi sono altri. In primo luogo, i modi e i tempi scelti per l’intervento, che per vari aspetti hanno accreditato l’immagine dell’amministrazione statunitense come avventata e incline al rischio. Sul lato opposto, la cautela con cui gli attacchi sono stati condotti, che ha giustificato le riserve di quanti – negli Stati Uniti e fuori – hanno voluto imputare alla Casa Bianca un’eccessiva timidezza, se non un’aperta subordinazione alle posizioni di Mosca. In realtà, anche sulla Siria l’amministrazione Trump è profondamente divisa; un fatto, questo, su cui nemmeno i recenti cambi alla guida del Dipartimento di Stato e del Consiglio per la sicurezza nazionale sembrano avere influito. Oggi come in passato, il Presidente appare, infatti, intenzionato più che altro, a minimizzare il coinvolgimento di Washington, contenendolo nei limiti necessari a conseguire quelle che considera le priorità regionali degli USA, prima fra tutte il contenimento ‘diplomatico’ dell’influenza iraniana. In ciò, la linea di Trump sembra appoggiata del Segretario alla Difesa, Mattis, il più favorevole – fra gli uomini dell’entourage presidenziale – a mantenere un dialogo aperto con Teheran e, secondo le voci, il deus ex machina dietro alla scelta di un’azione ‘di basso profilo’ come risposta all’attacco chimico su Douma.

Rimane il dubbio su quanto una simile politica sia sostenibile nel lungo periodo. Essa espone, infatti, l’amministrazione alle accuse di ‘indecisione’ che lo stesso Trump aveva in passato rivolto al suo predecessore. Al contempo, essa non garantisce la possibilità di conseguire davvero gli obiettivi che Washington persegue. Il rischio è che gli alti e bassi di questi giorni finiscano per alienare al Presidente una base di consenso che ne aveva appoggiato con convinzione la linea non interventista, senza compensare questa perdita con alcun vero risultato. Non stupisce, quindi, che le scelte della Casa Bianca siano state criticate da vari esponenti del Partito repubblicano. Per il Grand Old Party, l’attivismo di Trump si contrappone in maniera efficace alle incertezze di Obama; allo stesso tempo, esso solleva gli spiacevoli ricordi della campagna in Iraq del 2003 e (in subordine) di quella in Afghanistan, i cui esiti insoddisfacenti hanno svolto una parte importante nel determinare la sconfitta nelle elezioni del 2008. Dietro la scelta riguardo alla postura da assumere in Siria emerge, in altre parole, il problema ‘di lungo periodo’ di quale ruolo gli Stati Uniti intendano assumere sull’attuale scena internazionale; un problema che –eluso più volte in passato – torna a proporsi con frequenza crescente ma che né il Paese né la sua classe politica sembrano davvero pronti ad affrontare.

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