giovedì, Dicembre 9

Gli occhi del mondo su Kiev field_506ffb1d3dbe2

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Scontri Kiev, e' tregua fino alle 20

La situazione a Kiev si fa sempre più grave, attirando su di sé l’attenzione della comunità internazionale. Un pallido tentativo di avvicinamento fra i due poli dello scontro, Unione Europea e Russia, si è avuto nella serata di ieri: durante un colloquio telefonico, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ed il Presidente russo Vladimir Putin si sarebbero accordati per «fare tutto il possibile per evitare una escalation delle violenze in Ucraina» attraverso «uno stretto coordinamento» fra Berlino e Mosca. Il Cremlino, però, non intende mollare la presa sulle autorità ucraine, continuando anzi a ricordare loro il rilevante pacchetto di aiuti da 15 miliardi di dollari da tempo promesso e che inizierà ad affluire nelle casse ucraine solo una volta terminate le proteste: nelle parole del Primo Ministro russo Dmitrij Medvedev, Mosca tratterà solo con «un’autorità su cui le persone non si puliscano i piedi come su uno zerbino».

Nel frattempo, i Ministri degli Esteri di Polonia, Germania e Francia hanno incontrato – non senza difficoltà, visti i tumulti attorno al palazzo presidenziale – il Presidente ucraino Viktor Janukovyč per sollecitare una soluzione politica alla crisi del Paese. Prima dell’incontro, però, il Ministro francese Laurent Fabius aveva anche annunciato che l’UE avrebbe adottato sanzioni già nel pomeriggio contro i responsabili delle violenze. Minacce di ritorsioni arrivano anche dal Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, per cui «i legami con la NATO saranno seriamente danneggiati se i militari interverranno contro l’opposizione». Parole ancor più dure, infine, dalla Casa Bianca. Il Presidente Barack Obama ha sostenuto di essere in contatto con Bruxelles e di condannare le violenze di Kiev, per le quali «ci saranno conseguenze se si oltrepasserà il segno»: frattanto, il Dipartimento di Stato annuncia l’inserimento della lista delle persone non gradite negli Stati Uniti di 20 funzionari ucraini, i cui nomi non sono noti ma che costituirebbero «l’intera catena di comando responsabile di aver ordinato la violenza della notte scorsa».

Mentre a livello internazionale, quindi, si attendono risposte concrete, a Kiev si continua a morire. Si parla già di oltre 50 morti solo oggi, benché, secondo i manifestanti, la cifra sarebbe da raddoppiare. Incurante degli avvertimenti dall’estero, Janukovyč si rivolge all’esercito, di cui ha aumentato i poteri d’intervento in caso di necessità e al cui capo ha posto il Generale Juri Ilin, in sostituzione di Volodymyr Zamana. Il Presidente, però, perde ormai consensi anche all’interno della propria formazione, il Partito delle Regioni: il capo dell’amministrazione cittadina Volodymyr Makiyenko, membro del partito e nominato proprio da Janukovyč, ha infatti rassegnato le dimissioni, in aperta contestazione rispetto alle violenze degli ultimi giorni. Secondo alcuni analisti, già altri membri del Partito delle Regioni starebbero lasciando la capitale, se non il Paese stesso.

Riprende lo scontro interno anche in Pakistan. A tre giorni dal fallimento dei negoziati col movimento dei Taliban, il Primo Ministro Nawaz Sharif ha autorizzato il bombardamento di presunti rifugi di militanti islamisti nella zona del Mir Ali, al confine con l’Afghanistan. Sarebbero almeno 40 le vittime, in quelli che erano considerati campi di addestramento condotti da militanti di origine uzbeka e turkmena. L’azione segnalerebbe non solo la risposta ai recenti attentati da parte dei Taliban, ma anche la crescente influenza dei militari sul Primo Ministro.

A Vienna si sono intanto concluse le discussioni preliminari relative ad un’altra situazione delicata dell’area: il programma nucleare dell’Iran. Secondo quanto riferito dall’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, Catherine Ashton, si sarebbe trattato di un  «buon inizio» in vista dell’incontro previsto per il 17 marzo. «Abbiamo avuto tre giorni molto produttivi, nei quali abbiamo identificato tutte le questioni che dovremo affrontare», ha sostenuto la rappresentante comunitaria. Soddisfazione anche per il Ministro degli Esteri iraniano Mohammed Zarif, fiducioso di poter presto raggiungere un’intesa definitiva dopo l’approvazione di una road map condivisa, annunciata insieme ad Ashton. I risultati delle discussioni verranno presto resi noti anche ad Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo quanto afferma il Dipartimento di Stato statunitense. È infatti previsto in settimana un giro di consultazioni coi Governi citati da parte del Sottosegretario per gli Affari Politici Wendy Sherman, che tratterà anche argomenti di natura bilaterale.

Il tema dell’energia ha segnato anche la giornata del Giappone, il cui Governo ha annunciato in mattinata di voler includere il nucleare nella sua politica energetica di medio periodo. A marzo il Gabinetto di Governo dovrebbe infatti approvare un piano in materia, a due anni dal disastro di Fukushima. E proprio a Fukushima, nelle stesse ore, si registrava una perdita di 100 metri cubi di acqua contaminata, fuoriuscita da uno dei depositi installati nell’area della centrale. A dare la notizia è stato lo stesso operatore, la Tokyo Electric Power (Tepco), che ha però rassicurato sul fatto che il deposito coinvolto sia distante dall’Oceano e perciò che sia «poco probabile» che l’acqua abbia raggiunto il mare.

Infine, fonti di energia anche al centro del conflitto che continua a lacerare il Sud Sudan. Le due fazioni in lotta, cioè l’esercito del Presidente Salva Kiir ed i ribelli dell’ex Vicepresidente Riek Machar, si dividono infatti la città di Malakal, capitale della regione petrolifera dell’Alto Nilo. I ribelli hanno attaccato la città martedì scorso e ad oggi «Malakal non è ancora completamente calma», come dichiarato dal Ministro dell’Informazione Michael Makuei, «ci sono sacche di resistenza nella città. È divisa tra le due parti». L’importanza della città risiede appunto nel suo essere prossima a centri di produzione di petrolio greggio, i cui prezzi internazionali sono parzialmente influenzati dalla difficile situazione sud sudanese.

Il petrolio potrebbe essere anche la causa della rimozione del Governatore della Banca Centrale della Nigeria, Lamido Sanusi. Critico fervente della corruzione interna al Governo, Samusi è stato sollevato dall’incarico con quattro mesi di anticipo rispetto alla scadenza del suo mandato, probabilmente per aver presentato al Parlamento prove del mancato versamento nelle casse federali di 20 miliardi di dollari da parte della compagnia petrolifera statale. È l’ennesimo atto, comunque, dello smantellamento dell’apparato istituzionale da parte del Presidente Goodluck Jonathan, che nelle scorse settimane aveva già sostituito i vertici militari e diversi ministri di spicco. Nel frattempo, però, il Paese continua ad essere scosso da violenze: dopo la conferma da parte del Governo della morte di 47 persone in un attentato dell’organizzazione Boko Haram avvenuto ieri nel nord del Paese, oggi altre 60 persone sono morte in un attacco degli stessi Boko Haram nella città di Bama. In seguito alla risposta dell’esercito, sarebbero deceduti anche numerosi militanti islamisti.

Attacchi anche in Libia, dove oggi si sono tenute le elezioni per l’Assemblea Costituente. Secondo voto dalla caduta dell’ex Presidente Mu’ammar Gheddafi, il suo esito deciderà la nomina dei sessanta membri equamente divisi fra Tripolitania, Fezzan e Cirenaica. In giornata, però, cinque seggi nella città di Derna sono appunto stati obiettivo di esplosioni, che, fortunatamente, non sembrano aver causato feriti. Tuttavia, la tensione nel Paese continua a rimanere alta.

Nel vicino Egitto, intanto, tre giornalisti dell’emittente Al Jazeera sono finiti a processo con l’accusa di essere membri di un’organizzazione terroristica. Il caso sta sollevando le proteste delle organizzazioni per i diritti umani, che accusano le autorità egiziane di calpestare la libertà di espressione. Gli accusati presenti in tribunale (altri saranno infatti processati in contumacia) sono l’australiano Peter Greste, l’egiziano-canadese Mohamed Fahmy e l’egiziano Baher Mohamed: detenuti dal 29 dicembre, protestano la propria innocenza e sostengono di essere stati accusati per aver intervistato membri della Fratellanza Musulmana.

Tensione anche in India, ma a livello istituzionale. La Corte Suprema di New Delhi ha infatti accolto la richiesta del Governo federale di sospendere il rilascio dei sette condannati per l’omicidio dell’ex Primo Ministro Rajiv Gandhi, annunciato dal Governo dello Stato del Tamil Nadu. L’intenzione di liberare i sette condannati, che aveva chiaramente colpito nel vivo il Partito del Congresso, attualmente al Governo, era stata dichiarata dal Primo Ministro del Tamil Nadu Jayaram Jayalalithaa in quella che è parsa una prova di forza in vista delle elezioni parlamentari: a causa della sua composizione etnica, nello Stato esiste una certa simpatia per le Tigri Tamil, responsabili della morte di Rajiv Gandhi nel 1991.

Momentanea riconciliazione regionale, invece, nella Penisola Coreana. Ha infatti avuto luogo, finalmente, la riunione delle famiglie divise fra Corea del Nord e Corea del Sud. L’evento segue due settimane molto intense per l’area, dall’incontro al vertice avvenuto a Panmunjom il 12 alla pubblicazione del rapporto ONU sulle atrocità in Corea del Nord di lunedì. Proprio la il nordcoreano Kim Jong-un, secondo gli esperti, vorrebbe trarre dall’incontro delle famiglie un vantaggio in termini di credibilità internazionale in vista del prossimo raccolto, che probabilmente non riuscirà a sfamare la sua popolazione.

Area di riconciliazione anche a Panama, dove nella serata di ieri è stata annunciata la ripresa dei lavori per l’estensione del Canale. Potrebbe quindi riprendere la trattativa fra il Governo ed il consorzio internazionale guidato dalla spagnola Sacyr e compartecipato anche dall’italiana SaliniImpregilo, i cui rapporti si erano deteriorati all’inizio dell’anno su costi imprevisti che il gruppo chiedeva all’Esecutivo di coprire. Nonostante il 20 gennaio fosse scaduto l’ultimatum dato dal consorzio, sembra che l’intervento del Governo spagnolo e del gruppo assicurativo Zurich, coinvolto nell’affare, stiano agevolando la mediazione fra le due parti.

 

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