lunedì, Luglio 26

Gli occhi dei bambini e il brutto del mondo

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Ho due bambine piccole e sono preoccupato. Perché temo di non farcela, con le mie sole forze, a lenire il loro crescente stupore dinanzi alla bruttura del mondo. La mattina le accompagno all’asilo e cerco di soddisfare le loro domande più semplici. Perché quella persona ha urlato? Perché l’automobile non si è fermata prima delle strisce pedonali? Che vuol dire ‘vanculo‘? Ogni volta mi arrampico sugli specchi di una risposta che valga da giustificazione per qualsiasi comportamento negativo. Lo faccio perché in fondo vorrei esentarle da un vasto spettacolo di degrado quotidiano. Ignoro se ciò sia giusto o sbagliato. Per i teorici della verità, si tratta di un errore: «Bisogna dire sempre la verità ai bambini, tanto loro capiscono…» Sarà, ma non mi convince. Finché l’evidenza non mi costringerà a farlo, proverò a contraffare la realtà. Certamente, quando l’ennesima cacca canina minaccia le nostre suole lungo il vialetto del parco, non posso esimermi dal giustiziare verbalmente quei luridi cinofili che non asportano i prodotti dei loro quattrozampe. E sono tanti. Superati gli ostacoli, attraversiamo il giardinetto della piazza, occupato in permanenza da tossici e da alcolisti. Lattine e immondizia dappertutto. Il Sert è lì vicino, questo è il problema. Non il loro, il nostro. Di noi che non ci buchiamo, che non sniffiamo, che non beviamo. E non so come spiegare la circostanza che un luogo alberato sia diventata una discarica. Ci passiamo quasi ogni mattina perché non mi voglio sottomettere all’evidenza che quello spazio sia di fatto sequestrato dal disagio. Insomma, non giriamo alla larga, non abbiamo paura. Eppure non viviamo in un sobborgo di Caracas; abitiamo a Roma, sulla via Nomentana.
Le bambine, poi, sono allevate nel totale rispetto del prossimo; praticano l’accoglienza, sono solidali, mi chiedono continuamente monetine per chi suona, per chi chiede, per chi ha bisogno. Ma c’è qualcosa di peggio, di cui io stesso ho timore, ed è la disumanità di chi non considera minimamente i bisogni dei bambini. Una mattina ero al parco con le maestre (tra genitori ci diamo i turni) e ci siamo messi a ripulire la piccola area che la scuola era riuscita a recintare, giacché lo steccato viene scavalcato da fancazzisti notturni. Lattine, cicche e una siringa. Molta rabbia, nessuna pena.
La materna/nido che frequentano si chiama ‘La Primula’ ed è di indirizzo steineriano, il che non specifico tanto per dire: «Nel suo pensare ed agire è l’uomo è un essere spiritualmente libero, oppure si trova sotto la costrizione di una ferrea necessità di leggi puramente naturali? A pochi problemi è stato rivolto tanto acume quanto a questo. L’idea della libertà del volere umano ha trovato un gran numero di caldi sostenitori e di ostinati oppositori. Vi sono persone che nel loro pathos morale chiamano spirito limitato chi possa negare un fatto così palese come la libertà. Di fronte a queste ve ne sono altre che vedono il colmo della non scientificità nel credere interrotta la necessità delle leggi di natura nel campo dell’agire e del pensare umani. Una stessa cosa viene così in pari tempo dichiarata il più prezioso bene dell’umanità oppure la peggiore illusione». La compatibilità tra la libertà umana e l’azione della natura è uno dei fondamenti della filosofia di Rudolf Steiner. In linea di massima, il riferimento dell’insegnante non sta in quel che egli dice o fa ma in quel che egli è: dall’anima dell’adulto all’anima dell’allievo. E così, l’insegnante ricerca costantemente in sé i criteri del metodo educativo e del suo oggetto. Non sono discorsi astrusi. I bambini vengono seguiti nella massima armonia possibile, nel dialogo, nella conoscenza, sicché il mondo circostante non viene loro presentato o nascosto, bensì ricreato liberamente a seconda della percezione e dell’interpretazione individuali. Non vi è falsificazione ma rappresentazione interiore. E una delle tipiche critiche che viene mossa alla pedagogia waldorf è quella di consegnare al bambino un’immagine che in nulla aderirebbe alla realtà. «La vita è un’altra cosa…», un po’ la filosofia della strada dei film americani: ‘entra anche tu nella gang sotto casa…’. Non si comprende, invece, in che misura (e in che infinita misura) ogni bambino difenda e sviluppi in se stesso una propria immagine del mondo che lo distingue e, allo stesso tempo, lo avvicina intensamente al suo vicino.
In cinque anni, con la madre, non abbiamo rimpianto nemmeno per un attimo una qualunque scelta alternativa, che pure rispettavamo ma che consideravamo affidata, per lo più, al talento e alla sensibilità individuale dei maestri capitati in sorte. Eppure so bene che il mondo esterno c’è e che tra pochi mesi, ad aggravare le mie preoccupazioni, Sabina imparerà a leggere (per Irene c’è un paio di anni di grazia…). Leggerà quel che passa anche sotto i miei occhi? Frasi sconnesse o pericolosamente lucide di gente che inneggia alla morte e alla sofferenza degli altri? il pensiero di arginare questa fanga di crudeltà mentale mi tormenta un po’.
Non saprei come fare e riconosco che sarà comunque impossibile celare a un essere innocente l’incombenza di fenomeni umani che non sono più eccezionali come forse erano un tempo. No, sono abbastanza comuni. Ci sono molte persone che ormai non capirebbero neanche la nostra pietà nei loro confronti, con le quali ogni relazione civile è spezzata. Persone che probabilmente la mattina si annodano la cravatta e partono in motorello destinazione ufficio, ma a sera rientrano e condividono sui social idee e opinioni da mostri umani. Perché non tutto il male si rassomiglia. C’è un Male terrifico e necessario, c’è un Male che avviene per destino o per caso, c’è un Male che ti porti dentro, oscura forza che talvolta ci domina e ci muove… E c’è il male minuscolo e pornografico di chi sfonda la porta di una società debole, incapace di reagire. Io penso che in tal caso la comprensione e la complicità coincidano nella impotenza. Penso che questo male minuscolo vada semplicemente combattuto, isolato, sconfitto. Che gli occhi dei bambini devono averla vinta.

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