mercoledì, Dicembre 8

Gli interessi di Al-Sisi in Libia

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Oltre gli interessi economici, la vicinanza tra Al-Sisi e Haftar è determinata anche da due fattori politici di primaria importanza per la regione. E’ doveroso ricordare che Haftar era un ex Generale dell’esercito di Gheddafi, prima imprigionato e poi liberato, con la lunga mano della CIA, messo a capo del Governo di Tobruk come bilanciamento dovuto dalla grave instabilità della Libia occidentale e per contenerne l’espansione, nonché oggi anche del terrorismo islamico. Secondo alcuni analisti sembra tra l’altro che Haftar sia stato ‘benedetto’ proprio da Al-Sisi data la conoscenza reciproca tra i due.

La modalità di usare le forze armate in Medioriente come detentore del potere politico, al fine di mantenere un determinato equilibrio, è una pratica remota del pensiero occidentale. Prima, durante e successivamente lo scoppio della Primavera Araba, le forze armate hanno avuto un ruolo di primo piano, nello spodestare i dittatori, determinare un percorso di transizione e la gestione della fase successiva. Di questo l’Egitto ne è la prova emblematica.

E’ quindi evidente che oltre economici gli interessi di Al-Sisi per quanto riguarda la Libia sono anche di natura politica. L’interventismo egiziano è dovuto alla strategia di supporto a Haftar nel contenimento del fenomeno estremista islamico sunnita presente in Libia sia come ISIS, sia riguardante la formazione Alba Libica, braccio armato della Fratellanza Musulmana libica. Conseguenza della repressione partita dal 2013 verso i Fratelli Musulmani in Egitto, ha portato parte di essi a scegliere un impiego politico fuori dai confini egiziani e molti di questi sono andati proprio in Libia. I timori di Al-Sisi sono nel possibile ritorno e infiltrazione delle frange estremiste, nonché insieme alle milizie del Califfato Islamico. L’innalzamento del livello di sicurezza nei confini occidentali e la legge antiterrorismo ne sono la prova.

E’ abbastanza chiaro che l’equilibrio interno dell’Egitto dipenda in parte anche da quello della Libia, in particolare nel mantenimento del generale Haftar in Libia orientale. Al momento il Presidente egiziano sembra avere gioco facile nel controllo del territorio, repressione dei dissidi interni e limitazione delle opposizioni. Ma considerando la fase economica negativa e le pulsioni che covano ancora sotto la cenere non è difficile che una qualsiasi scintilla possa riaccendere il fuoco delle proteste di massa, tanto da destabilizzare la situazione e mettere in forte rischio l’equilibrio interno.

Un equilibrio abbastanza fragile che però va preservato, sia per evitare che la Libia si trasformi davvero in un’altra Siria, sia per evitare che lo status di caos raggiunga anche attori regionali importanti, per l’appunto l’Egitto. E’ evidente che questa situazione metterebbe in seria difficoltà qualsiasi tipo di politica mediorentale da parte degli attori occidentali. In un momento in cui gli Stati Uniti sembrano aver lasciato l’area mediorentale ad un equilibrio di potenze con più attori regionali coinvolti, secondo alcuni anche attraverso la riabilitazione iraniana, la questione libica assume un carattere strategico proprio per gli attori statuali più importanti, quali appunto Egitto, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Per l’Egitto in particolar modo, perché oltre ad avere importanti interessi in campo economico è anche determinante per la tenuta interna e di riflesso per il ruolo di attore regionale che ha nell’area mediorientale.

 

 

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