sabato, Luglio 24

Gli hui, i musulmani 'buoni' Nonostante il pugno di ferro adottato in Xinjiang, c'è un Islam che Pechino tollera ancora

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Mentre i controlli nella regione autonoma occidentale dello Xinjiang si fanno più pressanti, le manovre coercitive di Pechino non sembrano sortire i risultati sperati. Il 20 giugno, Jume Tahir, l’imam della moschea di Kashgar, la più grande della Repubblica popolare, è stato accoltellato a morte per aver lodato le politiche del Partito comunista attribuendo agli estremisti della minoranza musulmana uigura la responsabilità dell’esacerbare delle violenze. Alcuni giorni fa la stampa cinese ha riportato la notizia della chiusura di 27 luoghi di ritrovo utilizzati segretamente per la preghiera; 44 imam ‘illegali’ sono stati arrestati a Urumqi, capitale provinciale dello Xinjiang, nell’ambito di un’operazione che ha portato al ‘salvataggio’ di 82 bambini prelevati dalle madrasa, le scuole religiose esterne al sistema delle moschee statali (rigidamente monitorate da Pechino) e per questo avvertite dalle autorità come un pericolo. Ogni anno funzionari locali, studenti, insegnanti e dipendenti pubblici vengono invitati ad ignorare le festività religiose. Eppure i divieti non sono ancora riusciti a debellare le pratiche proibite, anzi: indossare il velo integrale sta diventando una forma di resistenza pacifica che suggerisce una progressiva radicalizzazione degli uiguri in risposta alle misure repressive adottate dal Governo centrale.

Il Partito sta cercando di tranquillizzare i membri dell’etnia maggioritaria han dello Xinjinag sul fatto che è completamente in grado di mantenere la stabilità nella regione, e ha scelto di farlo vietando barbe e foulard“, ci dice Gardner Bovingdon, Professore associato di Studi euroasiatici presso l’Indiana University, “ovviamente queste politiche offendono la sensibilità di molti uiguri -non soltanto di quelli che vorrebbero portare la barba e indossare il velo- che si considerano tutti sospettati terroristi. Questo è quanto finiscono per pensare tanto gli han che gli uiguri. D’altra parte, le misure assunte non sembrano far molto per la stabilità e la sicurezza dello Xinjiang, piuttosto stanno allontanando molti uiguri riaffermando quanto il Partito vorrebbe in realtà negare: ovvero che la loro fede e le loro ‘scelte sartoriali’ rendono gli uiguri categoricamente diversi dagli han, e che per tale ragione debbono essere trattati in modo differente“.

Il pugno di ferro riservato alla minoranza del ‘Far West’ cinese rientra in una più ampia campagna di prevenzione dalle contaminazione esterne, che finisce per travolgere anche la dimensione religiosa. Le influenze occidentali rendono il Cristianesimo un ospite poco gradito in Cina; quelle in arrivo dal Medio Oriente agitano il fantasma di una jihad oltre la Muraglia. A dimostrazione di come ciò che più preoccupa la leadership cinese non sia tanto la fede in sé, quanto la possibilità che l’adesione ad un culto possa prevalere sulla lealtà al Partito e farsi portatrice, per vie traverse, di aspirazioni secessioniste -come avvenuto in Tibet e Xinjiang. “Gli uiguri vivono nel sospetto di essere ritenuti politicamente infedeli, mentre il Governo li ritiene più facilmente critici verso il Partito e le sue politiche“, continua Bovingdon, “questa diffidenza viene condivisa anche dai cittadini comuni dell’etnia han per i quali portare la barba o il velo è segno di un fanatismo religioso potenzialmente pericoloso per la propria incolumità. Si tratta di una credenza ormai radicata -sebbene non basata su prove concrete- e pertanto difficile da cambiare“.

Minore è l’aggressività con la quale la comunità religiosa/etnica cerca di affermare la propria alterità, minore è l’ingerenza esercitata dal Governo. Lo sanno bene a Linxia, centro religioso islamico nella regione autonoma di Ningxia, solcata un tempo dall’antica Via della Seta e tutt’oggi dimora dei discendenti dei mercanti arabi e persiani che, seguendo le principali rotte commerciali, nel Settimo secolo raggiunsero l’ex Celeste Impero per rimanervi. Qui le donne portano il velo e i fedeli possono intraprendere il pellegrinaggio verso la Mecca (hajj) senza venire redarguiti dalle autorità locali. Ma non sono uiguri. Si tratta di musulmani appartenenti alla minoranza hui, una delle etnie più numericamente consistenti dopo quella maggioritaria han. Stime riportate da ‘Al Jazeera’ rivelano che su 20 milioni di islamici presenti su suolo cinese 10 milioni sono hui. Perseguitata in piena Rivoluzione Culturale tra gli anni ’60 e ’70, oggigiorno questa minoranza gode di libertà impensabili per i fratelli xinjianesi. I contatti con i Paesi arabi nel 2011 hanno fruttato alla regione di Ningxia un Prodotto interno lordo da 206 miliardi di yuan (33 miliardi di dollari) e una crescita su base annua del 12%. Stando alle statistiche ufficiali, l‘industria alimentare halal si aggira sui 700 milioni di yuan all’anno.

«[Quella uigura] non è una questione religiosa», spiega al ‘Time’ Dru Galdney, esperto conoscitore della comunità musulmana cinese, «chiaramente ci sono una serie di canali per l’espressione religiosa che non sono sottoposti a restrizioni, ma quando si oltrepassa il confine che delimita ciò che lo Stato considera come ‘politico’, allora ci si trova a calpestare un terreno pericoloso».

Gli hui sono l’unica delle 56 etnie della Cina in cui il solo criterio di appartenenza è dato dalla religione, che a vederli senza il loro berretto bianco della preghiera quasi non li si distingue dai compatrioti han. Per capire la peculiarità del loro status si tenga presente che, secondo la legge della Repubblica popolare, una volta convertiti all’Islam, i cinesi han cambiano appartenenza etnica venendo associati agli hui. Addirittura i circa 50000 hui che vivono sull’isola di Taiwan (per Pechino una provincia ribelle da riannettere) sono considerati dalle autorità alla stregua di cinesi han.

Fattori linguistici e geografici rendono questa minoranza più facilmente amalgamabile alla popolazione per così dire ‘cinese doc’. Come spiega Hannah Beech sul ‘Time’, a differenza dei tibetani e degli uiguri -che parlano una lingua turcofona e hanno tratti somatici indoeuropei- gli hui non desiderano una scissione dalla madrepatria. Sebbene siano concentrati nel Ningxia, tuttavia la loro comunità ha esteso i propri tentacoli praticamente in ogni grande città del Paese. Fattore che ha contribuito alla loro piena integrazione nella vita dei cinesi mainstream, molto più di quanto non sia avvenuto nelle regioni periferiche occidentali, malgrado la politica governativa del Go West abbia incoraggiato lo sviluppo delle provincie interne con tanto di migrazione han. Linguisticamente e fisicamente indistinguibili dagli han, i musulmani hui sono il frutto di secoli di matrimoni misti tra i mercanti in arrivo dall’Asia Centrale e la popolazione locale.

Ma se, da una parte, questa natura ibrida li ha protetti dalle politiche repressive di Pechino, dall’altra ha scatenato le critiche di quanti vedono in loro dei ‘complici del potere statale‘. Mentre il Governo centrale ha promosso l’insediamento di cinesi han nell’esercito e nelle compagnie statali operanti nello Xinjiang, i numeri dimostrano che tra i nuovi arrivati non mancano nemmeno gli hui. Stando al censimento nazionale del 2010, nella regione polveriera dell’Ovest la minoranza musulmana contava 983.015 membri, contro i 681.527 del 1990. Quando nel 2009 gli scontri etnici a Urumqi fecero circa 200 morti, sui social media apparve lo slogan «uccidi gli han, uccidi gli hui». Anche a Lhasa, la capitale del Tibet, i musulmani ‘buoni’ -come sono stati ironicamente ribattezzati per distinguerli dagli uiguri (i musulmani ‘cattivi’)- non sono stati risparmiati dalle violenze innescate dalle proteste anti-Pechino del 2008, rievocando l’astio che gli annali imperiali raccontano aver animato storiche battaglie tra tibetani, uiguri, hui e han nell’estremo occidente cinese.

A ciò si aggiunga l‘invidia degli han per i favoritismi concessi alle minoranze etniche nei più disparati settori, dai benefici fiscali ed economici all’esenzione dalla politica del figlio unico.

Eppure, nonostante l’intesa di facciata, tra le autorità cinesi e la minoranza islamica scorre una sottile tensione fin dai primi anni della gestione comunista. L”armonia razziale’, concentrata nel mantra «i 56 gruppi etnici sono un’unica famiglia», non è bastata a celare la diffidenza nutrita da Pechino verso le ‘entità aliene’ che popolano la Cina occidentale. La concessione di benefit, nell’ottica del Partito, è servita scongiurare l’emergere di rivolte. Queste politiche si sono rivelate particolarmente importanti nei periodi in cui il cibo scarseggiava, racconta su The Phoenix il signor Ma, uno dei leader della comunità hui nello Yunnan, la provincia della Cina meridionale colpita mesi fa da un «attacco terroristico» ad opera di «forze separatiste xinjianesi». «Quando la Cina era molto povera e le condizioni di vita erano dure, il Governo razionava la carne, l’olio, i tessuti e altre provviste», spiega Ma, «un maschio adulto poteva mangiare soltanto 25 chili di riso al mese; se eri fortunato la carne una volta alla settimana. Spesso mangiavamo solo un po’ di verdure e i piatti erano prettamente vegetariani». Ma per ingraziarsi gli hui, Pechino concedeva razioni più generose ai membri della minoranza islamica finendo per acuire il risentimento tra gli han. Lo stesso trattamento di favore veniva spesso riservato anche nella distribuzione delle opportunità industriali, nell’assegnazione delle concessioni minerarie e dei posti di lavoro nei grandi progetti di edilizia pubblica.

Fino a quando, nel novembre del 2004, le prolungate frizioni etniche sono degenerate nei peggiori scontri nell’arco di oltre un decennio. Quell’anno nella provincia centrale dello Henan gli hui erano circa 900mila su una popolazione complessiva di 95 milioni. Un semplice incidente stradale si trasformò in una guerra tra due villaggi vicini: Nanren (a maggioranza hui) e Weitang (prevalentemente han) si fronteggiarono con pale, martelli e molotov lasciando sul campo 148 vittime di ambo le etnie. La testa di un musulmano rinvenuta in un canale rivela la lacerazione profonda che separa i due popoli, nonostante l’apparente coesione. «Ci insultano con il loro comportamento e ora non solo si prendono gioco delle nostre tradizioni, ma ci tagliano anche la gola», tuonò al tempo un imam locale. «Il nostro Governo li tratta con troppo favore», fu la replica di un cinese della zona.

A pochi chilometri di distanza, a Zhengzhou, il centro per gli studi islamici reca un’insegna in mandarino e in arabo, ma al suo interno ospita le istanze più intransigenti, le sacche di resistenza all’assimilazione etnica da parte del gruppo maggioritario. Come riportava il ‘Telegraph’, le simpatie dell’imam e degli anziani della moschea locale erano tutte rivolte ai gruppi armati iracheni assediati dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti dal marzo 2003. Quell’anno la lettera per il Ramadan inviò un messaggio sinistro: «Nel nostro mondo islamico, i nostri fratelli stanno vivendo un grande disastro. Le loro azioni, mirate all’autodifesa, sono state giudicate terrorismo, ma in realtà stanno combattendo una guerra contro l’imperialismo che uccide le persone e fa marcire la società moderna».

Il confine che separa l’espressione religiosa da quella politica è quantomai sottile. Ultimamente, il crescente interesse per un ‘Islam universale’ ha acceso i riflettori sull’eventualità che prima o poi gli hui possano cominciare a considerarsi prima di tutto musulmani, ponendo la loro ‘cinesità’ in secondo piano. Circa 300 hui vivono nella città sacra di Medina, in Arabia Saudita, mentre è pratica diffusa per i religiosi condurre i propri studi presso l’al-Azhar University in Egitto, uno dei principali istituti per l’apprendimento della religione islamica. «Fino ad oggi, in Cina, gli hui sono riusciti a raggiungere una meravigliosa conciliazione tra la cultura cinese e l’Islam», spiega al ‘Time’ Gladney, «ma con la diffusione dei social media e l’idea di un Islam globale, tale storica conciliazione rischia di essere messa in dubbio».

 

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