sabato, Maggio 15

Gli etruschi di Vulci a Roma Simona Carosi parla dei nuovi corredi vulcenti al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

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Necropoli vulci

L’esposizione ‘Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci’, aperta dal 29 aprile fino al 29 giugno prossimo, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia in Roma, è l’occasione per mostrare al pubblico un eccezionale ritrovamento, dovuto alle recentissime campagne di scavo svoltesi nella necropoli dell’Osteria, propedeutiche alle operazioni di valorizzazione previste per il Parco di Vulci da un finanziamento europeo gestito dalla Regione Lazio che, fin dalla nascita del Parco, ha riservato grande attenzione a questo sito in particolare e agli Etruschi più in generale.

Lo scavo e la mostra, che ne è la diretta conseguenza, rientrano nei programmi della Soprintendenza per i Beni Archeologi dell’Etruria Meridionale per contrastare le attività di scavo clandestino, attive già alla fine del Settecento, quando si susseguirono una serie di intense ricerche nelle necropoli, considerate miniere di tesori poi venduti in tutta Europa. Questo tuttavia è anche un modo per rendere noto al pubblico nazionale e internazionale quanto di importante le comunità di Montalto di Castro e Canino stanno facendo per preservare e valorizzare la propria identità culturale.

La mostra è stata creata rapidamente, in quanto la ‘Tomba delle mani d’argento’ rinvenuta nello scavo è stata scoperta nella primavera del 2013. Il sepolcro, monumentale, fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la ‘Tomba della sfinge’, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria, e la ‘Tomba dei soffitti intagliati’. Le mani d’argento, che danno il nome alla sepoltura e sono riconducibili alla statua polimaterica (sphyrelaton) che era conservata al suo internoe gli altri oggetti preziosi in esposizione danno ai visitatori l’emozione di compiere un viaggio nel tempo attorno al VII secolo a.C., ma sono anche un invito a visitare quei luoghi dell’Etruria Meridionale da cui proviene la tomba stessa. Vulci e il suo territorio hanno restituito nel tempo altre statue polimateriche: quelle di Marsiliana d’Albegna, assieme a quelle della ‘Tomba del carro di bronzo’ di Vulci in esposizione permanente al Museo Etrusco di Villa Giulia, provengono da contesti ricostruibili e si datano tra gli inizi ed il secondo quarto del VII secolo a.C.

Nella mostra sono anche presenti oggetti che documentano le relazioni che Vulci intratteneva con diverse regioni del Mediterraneo, come l’eccezionale esemplare importato di scarabeo-sigillo egizio, simbolo della rinascita del dio Sole, riferibile al faraone Bocchoris, che regnò alla fine dell’VIII secolo a.C. Si vuole pertanto mostrare al pubblico i risultati della campagna di scavo dopo importanti e veloci interventi di conservazione e restauro, in attesa che il completamento dell’esplorazione consenta un inquadramento scientifico completo ed organico dell’area necropolare.

Abbiamo intervistato Simona Carosicuratrice, insieme a Patrizia Petitti, della mostra, nonché funzionario archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale.

 

Ci spiega la mostra in breve?

La mostra è incentrata su una scoperta, che è stata fatta l’anno scorso, nell’ambito di un progetto finanziato dalla Regione Lazio (fondi Por-Fesr), a Vulci nella necropoli dell’Osteria che è una delle più antiche e più importanti della città. Il progetto prevede anche una valorizzazione dell’area. È stato fatto uno scavo con la scoperta della ‘Tomba delle mani d’argento’ a poca distanza da quella denominata ‘Tomba della Sfinge’, anche questa monumentale, trovata nel 2012. La ‘Tomba delle mani d’argento’ è chiamata così perché nella camera principale sono state ritrovate due manine in lamina d’argento (in realtà noi abbiamo soltanto il prodotto finale di corrosione dell’argento) appartenenti ad una statua polimaterica ivi deposta. Vista l’eccezionalità della scoperta, abbiamo pensato di metterci al lavoro per restaurare e consolidare tutti i materiali rinvenuti nella tomba ed esporre la scoperta e il suo contesto, senza lasciare sul posto nulla della situazione legata a questa antica sepoltura. L’occasione è stata la scoperta, ma poi in realtà la mostra è molto di più: non si limitata soltanto alle mani in argento, ma costituisce l’esplorazione di un periodo storico, quello orientalizzante, che è il più ricco e caratterizzato dall’arrivo in Etruria di merci preziose, esotiche, per sostenere i sontuosi modi di vita dei principi locali.

La mostra si intitola ‘Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci’. Quali erano i fasti dell’aristocrazia etrusca in questo territorio?

Erano in gran parte manifestazioni del potere, che si esprimevano sia attraverso oggetti lussuosi, di ornamento personale e da banchetto, che arrivavano dall’Oriente o dall’Egitto, sia attraverso creazioni di artigiani stranieri che poi si stabilivano in Etruria, o di maestranze etrusche locali. Queste realizzazioni andavano dalla statuaria, iniziata proprio nel periodo orientalizzante (tra l’altro la statuaria in pietra, che non è quella del nostro caso, contraddistingue le prime realizzazioni della figura umana), all’architettura, incentrata essenzialmente sulle tombe, perché quello che era destinato a non morire per gli Etruschi era soprattutto il contesto relativo al mondo funebre e al suo rituale. Gli Etruschi, anche se si concentravano sulle modalità di vita quotidiana, per quanto lussuose, sono meglio noti attraverso le scoperte che noi facciamo dei fasti presenti all’interno di tombe monumentali.

Che funzione ha la statua polimaterica o sphyrelaton, ritrovata anche nella tomba 1 o Tomba delle mani d’argento, nel rito funerario etrusco?

Noi non possiamo chiarirlo del tutto. Sappiamo certamente di ritrovamenti più o meno analoghi, perché non esistono statue simili ad altre, che in alcuni casi avevano un valore di divinità, in altri casi possiamo invece immaginare che fossero soltanto riproduzioni dei defunti (ovviamente parliamo di quelli di alto rango), ricostruiti nella loro corporeità per seguire i rituali funerari e poi accompagnare le salme all’interno delle loro ultime dimore, ossia le camere funerarie.

A differenza delle altre mani ritrovate e fatte di bronzo, quelle della tomba 1 sono in argento. Come mai questa differenza di materiale e quali sono le caratteristiche decorative ed esecutive di questi oggetti?

Sulla particolarità del materiale stiamo lavorando: abbiamo in mente di portare avanti, come già fatto per gli altri materiali della tomba, delle analisi che potranno, speriamo, darci chiarimenti anche in merito all’origine del materiale utilizzato. Le mani, ormai frutto della corrosione dell’argento, ovviamente erano in una lamina sottilissima. Le unghie sono in foglia d’oro e i piccoli rombi all’altezza di mignolo, anulare e pollice della mano sinistra sono degli elementi decorativi, pure in oro. Noi analizzeremo i materiali per capire meglio l’eventuale provenienza, se vi riusciamo, e quali erano i fattori che consentivano l’arrivo di questi materiali preziosi, tenendo presente che ovviamente noi abbiamo anche altri oggetti d’ornamento sia in oro, che in lega d’argento, provenienti dalle altre camere della tomba. Questi dovevano essere i materiali richiesti dall’aristocrazia vulcente e poi in generale etrusca. Le caratteristiche decorative, in parte già dette, sono questi elementi particolari a forma di rombo poco sotto le falangi delle dita e le unghie d’oro. Molto ben delineati, appunto, sono anche altri particolari anatomici come le unghie stesse e le nocche delle mani. Possiamo immaginare un’alta perizia artigianale nell’esecuzione di questi oggetti.

Quali sono le differenze della ‘Tomba delle mani d’argento’ con quella ‘del carro di bronzo’ che è conservata in esposizione permanente al Museo Etrusco di Villa Giulia?

Vi sono delle differenze, ma anche delle analogie. Molti dei materiali ceramici del corredo sono identici e questo ci fa pensare che ci dovevano essere delle koiné, cioè una specie di analogia, nella loro composizione e consiste nel fatto che, nonostante la ‘Tomba del carro di bronzo’ non sia stata più ritrovata perché scavata negli anni Sessanta e se ne è persa la localizzazione, abbiamo motivo di ritenere che fosse a non molta distanza dal nostro contesto. Le differenze sono nella datazione, perché quella tomba si data almeno un cinquantennio prima della nostra, che risale al 640- 620 a.C., mentre quella ‘del carro di bronzo’ è del 680-670. Quest’ultima inoltre è a un solo piccolo ambiente, mentre la nostra è una tomba monumentale, a tre camere. Un’altra differenza è nel fatto che in quella ‘del carro di bronzo’ dovevano esserci due di queste statue polimateriche, visto che sono state trovate ben due coppie di mani di bronzo e una sola testa a forma di sfera bronzea per una di queste due statue. È stata fatta una ricostruzione, per altro plausibile, che è quella di un personaggio a bordo di un carro con un’altra figura che accompagnava questo cammino nell’aldilà. Un’altra differenza sta nel fatto che nel nostro caso il carro si trovava nella camera B, quindi in un’altra rispetto a quella dove era la statua, che era accompagnata dai finimenti di un cavallo, peraltro di un tipo molto pregiato. È stato trovato anche un morso di bronzo più antico della tomba, quindi un oggetto raro deposto più tardi del suo uso reale, e una bardatura equina che ancora si sta completando di scavare in laboratorio, essendo stata prelevata col suo pane di terra perché naturalmente è composta di materiali delicatissimi.

La tomba è stata scoperta nella primavera del 2013 e faceva parte di un gruppo di sepolture aristocratiche, noto per aver restituito esempi di scultura funeraria. Ci parla della scoperta?

La scoperta è stata abbastanza eccezionale perché a poca distanza dalla ‘Tomba della sfinge’, posta un po’ più a nord di questa. L’allargamento dello scavo ha intercettato anche un’altra tomba monumentale che è inserita in un contesto di tombe più antiche a fossa profonda, quindi più piccole e di dimensioni limitate rispetto la nostra, collocate secondo un ordine abbastanza compatto. Ad un certo punto, a queste tombe a fossa profonda si sostituiscono delle piccole tombe a camera, fino ad arrivare a questa costruzione monumentale con un lungo corridoio di accesso e tre camere all’interno. Le condizioni di scoperta purtroppo non sono state ottimali perché vi erano avverse condizioni atmosferiche con molta pioggia e il materiale sabbioso in cui è stata scavata la tomba era soggetto a continui crolli. Va aggiunto il fatto che sono state trovate, in tutta l’area e anche nella nostra tomba, due tracce di scavi clandestini: uno già in epoca antica e un altro più recente, ma entrambi non ben collocabili cronologicamente. Questo ha reso difficoltoso il ritrovamento. I materiali erano tutti in condizioni di grave emergenza, perché fortemente rimescolati ed alterati nelle loro condizioni di giacitura primaria: per questo è stato ancora più importante uno scavo attento al recupero di tutto quello che era possibile. Le mani in argento sono state lo stesso staccate, poi trattate in laboratorio e sono sottilissime. C’è stato un lavoro di consolidamento eccezionale da parte dei nostri colleghi del ISCR (Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro) che hanno collaborato con il Laboratorio Mastarna di Montalto di Castro per il recupero di questi reperti, soprattutto quelli metallici. Sono stati recuperati quasi 2.000 bottoncini, del diametro di 30 mm, in uno strato completamente disfatto e contati uno per uno: alcuni di essi conservavano ancora il filo all’interno in quanto decorazioni di stoffe preziose. Sono state trovate fibule in ferro con tracce di tessuto ancora aderenti e soltanto grazie ad uno scavo così meticoloso, abbiamo potuto procedere ad analisi di laboratorio fisico-chimiche che ci hanno fornito dati molto interessanti che ci riserviamo di continuare ad approfondire.

Cosa è stato fatto per preservare l’area di scavo interessata dagli scavatori clandestini e quanto è attuale questo problema oggi?

Per fortuna dalla fine degli anni Novanta, con l’istituzione del Parco di Vulci, questi sono dei problemi fortemente limitati rispetto al passato; anche in tempi più recenti il continuo rapporto con le Forze dell’Ordine ci consente di avere un continuo controllo del territorio. L’area, anche per preservarla, è sotto i riflettori perché sarà interessata, in base al finanziamento di cui è oggetto, da un’opera di valorizzazione. Sarà realizzato un percorso illuminato, in cui si creeranno delle zone di sosta e delle alberature mediante piantumazioni, anche con riferimento al paesaggio antico, perché abbiamo fatto delle analisi paleobotaniche che ci restituiscono dei dati su di esso; poi ci saranno delle passerelle che consentiranno di andare fin dove è possibile, perché alcune zone saranno comunque interdette ai visitatori. Lo scavo e l’attività di indagine saranno continuati.

Quali sono le ripercussioni di questa scoperta nel campo degli studi sull’arte etrusca?

Noi speriamo che saranno importanti, anche se conoscevamo già esempi di queste statue polimateriche. Lo scavo meticoloso di mani e dei resti di questa statua, all’interno di un contesto molto ben studiato, permetterà di collegare alla statua una serie di dati che finora non era possibile avere e ricostruire quindi, attorno alla sepoltura, tutta una serie di azioni rituali, di deposizioni di oggetti che pian piano ricompongano il quadro originario, utile sul piano scientifico per fare collegamenti con situazioni che già conosciamo e trovare confronti, analogie, o differenze.

La mostra presenta anche altri oggetti rarissimi che documentano le relazioni che Vulci intratteneva con le regioni del Mediterraneo , come l’eccezionale esemplare di scarabeo-sigillo egizio. Ci parla meglio di queste relazioni e di questo oggetto?

Vulci era una delle metropoli etrusche che nel periodo orientalizzante, ma anche in quelli successivi, aveva una rete di scambi molto importanti, che riteniamo dovessero avvenire prevalentemente via mare. La città etrusca aveva in epoca arcaica, per quanto ci è consentito conoscere, almeno un porto sul Tirreno, che è quello di Reghe, dove pervenivano importanti oggetti e dove ora riprenderemo le indagini. Significative le ceramiche provenienti da varie parti del mondo greco: euboiche, cicladiche, da Rodi, dalle aree più orientali del Mediterraneo, ma vi giungevano anche oggetti egiziani come il nostro scarabeo, o quelli dalla Sardegna, già noti per altri contesti vulcenti. Abbiamo un panorama ricchissimo da questo punto di vista.

Nella mostra il simulacro della principessa è stato ricostruito in scala tramite proiezioni multimediali. Ce ne parla meglio?

Sappiamo che sicuramente esisteva un personaggio femminile all’interno di questa camera A, che ipoteticamente è stato ricondotto all’immagine della statua, di cui però avendo soltanto le mani non possiamo dire se fosse un simulacro maschile o femminile. È ovviamente suggestivo pensare ad un’immagine femminile. La riproduzione, fatta tramite sistemi multimediali, vuole raccontare e dare un corpo a queste mani: è stata fatta una ricostruzione molto emozionante di questa figura che appare all’interno della camera A, accompagnata da una serie di brani che raccontano la vita dei principi etruschi, insieme ad una serie di motivi sonori che richiamano atmosfere naturali, suoni del bosco e quelli del crepitio dei cavalli.

Questo ritrovamento è venuto alla luce grazie allo scavo condotto grazie ad un finanziamento europeo concesso alla Regione Lazio nella necropoli dell’Osteria a Vulci. Quanto ancora c’è da fare per scoprire le ricchezze archeologiche di quest’area?

C’è ancora molto da fare. Noi siamo in prima linea, come Soprintendenza, per poter abbinare in qualche modo lo scavo, come questa mostra dimostra, ad un’intensa attività di valorizzazione. Tutto quanto viene scavato e portato in luce, serve proprio per formare il senso civico delle persone e va rappresentato al pubblico il più presto possibile, come è stato fatto con questa mostra. Verrà poi studiato nel miglior modo possibile sul piano scientifico per poter fornire dei dati anche su questo fronte. C’è infine molto da fare sul piano del lavoro e della valorizzazione di queste aree, ma è uno dei nostri principali obiettivi per la necropoli dell’Osteria di Vulci.

 

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