martedì, Aprile 13

Gli emigrati d'Italia Le parole di Maria Carolina Brandi dell’IRPPS e dell’ingegnere biomedico della FDA Maria Ida Iacono

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Il numero degli emigrati negli ultimi anni è superiore al numero degli immigrati. Una realtà per nulla percepita tracciata dal Dossier statistico sull’immigrazione 2015, realizzato dal centro studi Idos, rivelano che l’anno scorso gli italiani con residenza in un Paese estero sono aumentati di 155 mila unità contro 92mila nuovi residenti stranieri in Italia. Numeri da tenere in considerazione ma da prendere con le molle perché lo studio non tiene conto dei 170mila profughi che, nel 2014, sono sbarcati nel nostro Paese per raggiungere altro Stato europeo e dei non registrati, sia in Italia che all’estero.

Proprio nelle scorse ore, il X Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, basato sugli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire), ha configurato una situazione che potrebbe essere considerata preoccupante per un Paese che deve risollevarsi da un lungo periodo di crisi: nell’ultimo decennio l’emigrazione italiana è cresciuta ‘notevolmente’, passando dai 3.106.251 iscritti all’Aire nel 2006 ai 4.636.647 iscritti nel 2015, per un incremento pari al 49,3%. Da gennaio a dicembre 2014, hanno trasferito la loro residenza all’estero per espatrio 101.297 cittadini italiani. Un flusso in uscita composto prevalentemente da uomini, meridionali e non sposati, tra i 18 e i 34 anni.

Negli ultimi anni, pur restando la Sicilia, con 713.483 residenti, la prima regione di origine degli italiani residenti all’estero, seguita dalla Campania, dal Lazio e dalla Calabria, il confronto tra i dati degli ultimi anni, pone in evidenza una marcata dinamicità delle regioni settentrionali. In particolare la Lombardia (+24 mila) e il Veneto (+15 mila) sono i territori regionali che presentano le variazioni, in valore assoluto, più alte seguite da Sicilia (quasi +15 mila), Lazio (quasi +14 mila) e Piemonte (quasi +13 mila).

Le mete più gettonate per gli emigrati sono Germania e Regno Unito, importante anche il movimento verso l’America. Le motivazioni? La ricerca di un lavoro migliore e di una qualità di vita più soddisfacente. In aumento anche i laureati e i liceali che decidono di trascorrere un periodo all’estero, i Millennials, una generazione tra le più istruite (laurea e titoli post lauream) e tra le più penalizzate nel mondo del lavoro.

Il flusso dei ricercatori è sicuramente il più nutrito, risorse che perdiamo ormai quotidianamente senza neanche rendercene conto, menti geniali che potrebbero fare la fortuna del nostro Paese e che invece arricchiscono chi crede e investe sul talento. Furbizia e lungimiranza, investimento e costanza, elementi che spesso non ci appartengono. Il risultato? Chi va via non torna più, perché trova la gallina dalle uova d’oro, perché riceve finalmente fiducia e sostentamento per i tanti sacrifici fatti. Tuttavia il fenomeno non assume ancora i contorni di un allarme. “Non esiste ancora un’opinione condivisa riguardo la presenza di una eventuale fuga di cervelli dell’Italia e non vi è neppure dubbio che non sono a tutt’oggi disponibili dati affidabili sui flussi in uscita dei ricercatori dall’Italia È infatti noto che, difficilmente, i ricercatori che lavorano all’estero si registrano all’AIRE, dato che questa iscrizione non è obbligatoria e non comporta particolari vantaggi per il migrante, a parte quello di poter votare all’estero. Mentre la grande maggioranza degli scienziati stranieri che lavorano in Italia prevede di tornare in patria, la maggior parte dei ricercatori italiani che lavorano all’estero non vuole fare lo stesso”, afferma Maria Carolina Brandi del Consiglio Nazionale delle Ricerche dell’ IRPPS (Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali).

Investire sul nostro capitale umano si può, favorire la ricerca si deve, ma quali sono le ragioni che spingono sempre più ragazzi ad andare fuori? “Indagini svolte negli scorsi anni dall’IRPPS tra i ricercatori italiani all’estero e tra i ricercatori stranieri in Italia, da AlmaLaurea sui giovani laureati e dall’ISTAT sui dottori di ricerca mostrano che le ragioni che hanno spinto gli intervistati a scegliere un determinato paese ospite sono soprattutto l’offerta di opportunità di studio e ricerca in quella nazione e la possibilità di svolgervi una attività scientifica di alto livello. Inoltre, l’università italiana, produce dottori di ricerca con un’ottima formazione ma in numero nettamente superiore a quello richiesto dal sistema produttivo nazionale. Si prospettano a quel punto due diverse soluzioni: migrare verso nazioni con richiesta maggiore o accettare un lavoro in Patria che non richiede la qualifica che tali soggetti possiedono”, continua la Brandi.

Questi i numeri, le statistiche e le motivazioni di questa “emigrazione di massa”, ma cosa ne pensa un “cervello in fuga”? Lo abbiamo chiesto a Maria Ida Iacono, ingegnere biomedico della FDA, un’agenzia del Department of Health and Human Services (HHS), Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti d’America. Nelle sue parole la storia, la carriera in ascesa e le motivazioni di una scelta sofferta.

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