venerdì, Maggio 7

Gli emerging markets e quelle promesse mai mantenute Cina, Vietnam ed India destabilizzano il mercato globale

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Nel corso degli anni ne abbiamo sentite davvero di tutti i colori a proposito di questi paesi che avrebbero dovuto rappresentare il futuro economico mondiale, gli emerging markets. Tuttavia, ad oggi, la verità è che quello che doveva essere un periodo di transizione dal quale emergere, sembra più un miraggio. Il termine emerging markets (EM) fu portato alla ribalta per la prima volta negli anni 80 da Antoine Van Agtmael, economista della World Bank, per indicare quei paesi con economie in forte crescita che sono in fase di transizione verso uno status di maturità. Mercati ricchi e autonomi dal punto di vista economico, ma non pienamente sviluppati. Paesi in possesso di un grande potenziale di crescita, ma a fronte di investimenti il cui rischio è molto elevato.

Gli EM negli anni di boom dei prezzi delle materie prime, quando la Cina trainava i mercati, si sono seduti su questa crescita, si sono adagiati sugli investimenti cinesi e la domanda cinese, e non hanno fatto neanche loro le riforme strutturali che avrebbero dovuto fare e che erano: eliminare i sussidi, fare il pareggio di bilancio, rafforzare il sistema bancario, creare una stato di diritto, eliminare la corruzione e così via. Per cui, dopo che la marea cinese si è ritirata, adesso sono messi peggio di prima. La crescita ha mascherato con l’attività di esportazione di carbone, nichel e rame, un’evoluzione istituzionale che non c’è stata e adesso ci si ritrova a fare i conti con questa realtà. I numeri parlano chiaro: gli EM, al netto di Vietnam, India e Messico, vanno malissimo. Tutto il resto è buio.

Non si vede come potranno migliorare non avendo fatto nessuna delle cosiddette “riforme strutturali” per un futuro industriale, senza il quale nessun futuro economico è possibile. Inoltre, molti EM appaiono troppo ancorati alle dinamiche dell’economia della Cina, la cui sovraccapacità industriale va a minare seriamente il loro avvenire. In realtà, le famose riforme strutturali andrebbero fatte da tanti Paesi, sviluppati e non. Ci ritroviamo con i paesi emergenti che avrebbero dovuto farle, ma non le hanno fatte e oggi sono più gracili e deboli di prima.

Vediamo in loro un grande futuro, ma a parte il Vietnam che non è dipendente dalle materie prime e ha fatto molto per crearsi un futuro industriale; e a parte l’India che non avendo materie prime deve sfruttare ogni altro rivolo di crescita, tipo il il software e anche faticosamente l’industria. A parte, dunque, poche eccezioni, il futuro degli EM rimane molto legato alla Cina e quindi se vogliamo capire dove sono diretti, dobbiamo valutare con grande attenzione la Cina.

Avendo la Cina creato una grande base di capacità produttiva anche ridondante per il resto del mondo, che è quella che genera poi la deflazione che ci affligge, gli EM in questo momento devono scontare due problemi: il primo è appunto quello delle materie prime, il secondo è che sarà molto difficile per loro crearsi dei percorsi alternativi di crescita, perché puntare sull’industria è dura in un mercato mondiale dove i prezzi dei manufatti sono così bassi. Ed è anche dura creare delle strutture industriali competitive rispetto a quella cinese che, avendo un mercato enorme, è molto ottimizzata al punto da essere deflazionata.

Questi sono concorrenti duri a morire e disposti a tutto, anche a fare dumping sui prezzi. Nonostante noi stiamo osservando, in queste ultime settimane, un recupero dei valori dei mercati emergenti, un ritorno di ottimismo è un ritorno di ottimismo, che non possiamo condividere. Anche i Paesi che compongon l’acronimio BRICs (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), inventato dall’ex capo economista di Goldman Sachs, Jim O’Neill, sembrano ormai morti, o quantomeno divisi in due. Da una parte c’è chi cresce e bene come Cina e India, la quale è sostenuta da un settore dei servizi che produce il 50% del PIL. Dall’altra chi sta attraversando periodi durissimi come Brasile, Russia e Sud Africa.

Queste tre economie, oltre ad essere state gravemente influenzate dal rapido crollo dei prezzi delle commodities e da problemi politici, mancano di un forte settore tecnologico che, in altri paesi come Taiwan e Sud Corea, sta guidando la crescita economica. Negli ultimi 10/15 anni siamo stati molto attenti e colpiti dal fortissimo sviluppo degli EM, che hanno raggiunto una quota del PIL mondiale probabilmente superiore al 50% e acquisito peso e autorevolezza. Con una crescita bassa si è persa l’industria, perché in cambio dell’esportazione di materie prime hanno smantellato la propria industria, debole e protetta; hanno iniziato a importare manufatti cinesi per cui adesso si ritrovano senza industrie e con poca libertà di manovra. È il caso del Brasile che ha fatto partire uno stato di welfare, con addirittura stipendi minimi garantiti e che ora, che non ci sono più i soldi, si ritrova con buchi di bilancio, grosse spese pubbliche, grande corruzione e con un’industria che non riesce a sostituirsi al calo della manifattura.

Pensiamo alla Turchia, alla Cina, all’India, paesi che crescendo hanno cominciato a essere importanti, ascoltati all’interno dell’Onu, del PIL, del Fondo monetario internazionale e che hanno costruito banche proprie. Abbiamo guardato con grande interesse e ammirazione questa crescita, che negli ultimi due anni però ha rallentato visibilmente. In alcuni paesi la crescita è negativa come in Sud Africa o in Brasile, che da grande promessa è diventato il grande ammalato.

La Russia è in grandissima difficoltà, oltre che per il petrolio anche per le situazioni geopolitiche che la riguardano; il Sud Africa è in grandissima difficoltà con tassi di disoccupazione intorno al 30%; il Brasile è in una spirale di crescita positiva. Per cui dei famosi BRICs ne rimangono due in piedi mentre gli altri tre sono in ginocchio. Paesi che alla fine, se si guarda bene a cosa è stato fatto negli ultimi dieci anni, si può dire che abbiano vissuto un decennio perduto. Un decennio di grande euforia di cui non hanno saputo approfittare. Nello specifico, i dati mostrano che i tech stock rappresentano solo il 4.1% del mercato russo, lo 0.3% del mercato brasiliano e lo 0.4% di quello sudafricano, quest’ultimo eccessivamente dipendente dall’esportazione del mais.

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