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Gli automi sono sempre esistiti

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L’automa, riaffiorato nei depositi del Museo delle Arti e Tradizioni popolari di Roma, è un robot meccanizzato del Settecento (definirlo un sofisticato manichino è forse riduttivo) e rappresenta un rarissimo esemplare usato per scopo teatrale, quale performer di talento per il pubblico della corte del re di Francia.

Il volto dell’automa, scolpito e dipinto nel legno, è segnato da un’espressione rassegnata e da occhi liquidi. Il corpo appare di raffinata fattura, assemblato con parti modellate in legno, con uno scheletro saldato da fini giunture metalliche. Tale robot era utilizzato quale personaggio silenzioso che non doveva recitare battute in palcoscenico e poteva invece essere acconciato con costumi per ‘entrare in scena’ al fianco di attori. Dall’esame delle sue parti snodabili, sembra che potesse anche essere modificato per assumere connotati maschili o femminili. La sua storia biografica è nota solo per capitoli. La difficoltà a ricostruirla è dovuta all’assenza di notizie sulle sue origini. In questo manufatto tutto appare mobile e snodabile e ogni tassello dell’anatomia sembra avere una combinazione che lo lega a un nervo centrale. Una vera rivelazione per l’équipe di tecnici guidata da Stefania Baldinotti: un dado di trazione governa tutto il movimento del corpo, rimasto celato fino ad oggi nella testa in uno sportellino che sembrava impossibile da aprire e che lo rende diverso dagli altri manichini snodabili. Come gli automi dai meccanismi a ricarica, cioè dotati di un dinamismo propulsivo che consentiva loro di svolgere una serie d’azioni protratte nel tempo, questo ha un sistema di tiranti, governato dal meccanismo posto nel cranio, che gli consente di muoversi e mantenere una postura perfetta.

Nel 2007 questo oggetto complesso è entrato a far parte delle collezioni del museo, reperito da una casa d’aste per essere venduto all’estero e fu pagato 30mila euro. Venne esaminato dall’Ufficio della Commissione Esportazione di Milano, che lo segnalò ai funzionari del Museo per una valutazione (si occupò del fascicolo Francesco Floccia), dato che le foto non lasciavano dubbi sul fatto che l’oggetto fosse di prestigio. Attualmente la direttrice del museo Maura Picciau ha avviato uno studio minuzioso sull’opera, con l’obiettivo di svelarla al pubblico. Essa azzarda con cautela: «Ad oggi non dovrebbero esserci altri esemplari come questo in Italia, ma chissà che in Francia non esista una collezione di suoi compagni».

Gli automi, oppure automata, successivamente denominati robot, oppure irobot, risalgono ad un periodo cronologico molto lontano nel tempo.

Sono sempre esistiti, fin dall’antichità, ma la parola robot fu coniata soltanto negli anni Venti del Novecento (precisamente nel 1921) da un romanziere cecoslovacco, Karel Capek, che diede alle stampe la sua opera ‘R.U.R. (Rossum’s Universal Robot), dove robot stava più o meno per servitù.

I primi a inventare gli automi furono i Cinesi nel III secolo a.C., seguiti circa un secolo dopo dai Greci (che chiamavano tali realizzazioni automata, anche se non avevano nulla a che fare con i moderni irobot). Nel testo cinese di Lei Zei si narra dell’incontro avvenuto nel X secolo a.C. tra il re Mu del Regno di Zhou e dell’ingegnere meccanico Yan Shin. Quest’ultimo, orgoglioso del proprio lavoro, presentò al re un robot dalla forma e dall’altezza umana. Mu rimase sgomento e spaventato allo stesso tempo nel vedere questo androide cantare e muoversi a tempo. Soltanto quando questo venne disassemblato, il re poté verificare la perizia con la quale Yan Shin aveva costruito l’automa e ricordato per questa ragione dai suoi contemporanei come l’artificiere: l’automa era fatto interamente con legno, pelle, colla e lacca, mentre al suo interno presentava parti meccaniche che facevano funzionare da soli gli organi interni.

Nelle varie leggende della mitologia greca si trovano altre tracce di automi e umanoidi artificiali. Il dio Vulcano, ad esempio, aveva forgiato per sé una nutrita schiera di servitori e compagni meccanici, e per il re Minosse aveva creato Talos, il gigante di bronzo, meccanico e alato, il cui ruolo era difendere l’isola di Creta da invasori e stranieri. Nel IV secolo a. C., il matematico e filosofo Archita di Taranto progettò (anche se non è sicuro se egli riuscì mai a realizzarlo) un uccello meccanico, raffigurante un piccione, mosso dalla forza del vapore: e ciò oltre venti secoli prima della rivoluzione industriale. Questo animale meccanico poteva volare e cinguettare. In quello stesso periodo la consuetudine di realizzare grandi orologi meccanici e clessidre ad acqua si fece sempre più diffusa: una delle clessidre più famose è quella realizzata dal matematico e fisico egiziano Ctesibio d’Alessandria, cioè un orologio ad acqua, che fu il più preciso strumento di misurazione del tempo mai realizzato in quei secoli. Il famoso matematico, ingegnere e inventore greco del I a. C., Erone di Alessandria (che fra i suoi testi annoverava lo scritto dal titolo ‘Automa’), progettò, e forse anche realizzò, diversi robot, alcuni dei quali in grado anche di parlare.

La stessa primitive robotica era molto sentita negli ambienti dell’antica Grecia e della Magna Grecia, tanto che arrivò ad interessarsene lo stesso Aristotele. Nella sua ‘Politica’ egli parla dei robot da utilizzare per i lavori più degradanti e pesanti, in grado quindi di liberare definitivamente tutti gli uomini dalla schiavitù.

Per riparlare di tale tema bisogna arrivare nel Medioevo, ed esattamente all’anno 1000, quando l’inventore cinese Su Song realizzò, grazie ad una complessa serie di ingranaggi, un orologio meccanico alto oltre 10 metri, in grado di segnare l’ora e muovere dei manichini.

Due secoli più tardi Al-Jazari, ingegnere e inventore arabo, progettò e realizzò un gran numero di dispositivi meccanici, tra i quali utensili da cucina, strumenti musicali automatici e il primo robot umanoide programmabile, ma soprattutto l’assai più apprezzata barca con quattro musici robotici in grado di suonare strumenti a percussione e a fiato.

Chi ebbe invece il merito di introdurre la robotica e la meccanica all’interno del mondo cristiano in epoca tardo-medioevale fu Papa Silvestro II. Nei primi secoli del secondo millennio sotto il suo papato, Alberto Magno, importante filosofo e teologo cristiano, realizzò un automa in grado di rispondere a quesiti e domande come un oracolo, con una estrema precisione nelle risposte, tanto da far perdere letteralmente le staffe (e distruggere l’automa a colpi di martello dopo l’ennesima risposta giusta) a Tommaso d’Aquino, allievo di Alberto.

Sul finire del XIII secolo i robot approdarono anche alla corte dei re di Francia, tanto che moltissimi cortigiani iniziarono a far progettare e realizzare giardini costellati di automi, sia umanoidi che in forme animalesche, come quello celeberrimo commissionato da Roberto II, conte di Artois.

Alcuni taccuini di Leonardo da Vinci, risalenti al 1495 (e ritrovati nel 1950), contengono progetti piuttosto dettagliati (anche se non si sa se vennero mai tradotti nella pratica) di cavalieri meccanici in grado di alzarsi e sedersi, di muovere le braccia e la testa e di aprire la bocca. Vista l’accuratezza dei progetti e dei meccanismi che permettevano i movimenti di questi robot, è probabile che furono eseguiti a partire dagli studi anatomici condotti dal genio fiorentino e contenuti nei testi relativi all’‘Uomo Vitruviano’. Grazie a una ricerca più approfondita dei meccanismi tratti da un disegno del foglio 579r del Codice Atlantico, e a seguito di continue prove pratiche condotte durante il 2009, viene realizzato quello che doveva essere il famoso cavaliere meccanico, praticamente un robot con un tamburo, usato per meravigliare il pubblico nel corso di parate rinascimentali.

Al 1533 risalgono, invece, gli automi di Regiomontano (pseudonimo di Johannes Müller da Königsberg), matematico e astronomo tedesco, che realizzò una mosca e un’aquila in ferro, entrambe in grado di volare.

Blaise Pascal, matematico e filosofo francese, invece, fu inventore del primo calcolatore meccanico della storia, in grado di sommare o sottrarre due numeri: rappresentò la base di partenza per lo sviluppo delle macchine da calcolo meccaniche ed elettroniche.

Il francese Jacques de Vaucanson fu, invece, il maggior rappresentante della robotica del XVIII secolo. I suoi lavori divennero famosi in tutto il mondo perchè gli automi erano basati su meccanismi molto complessi: la sua anatra, per esempio, aveva le ali composte da oltre 400 pezzi e non era soltanto in grado di muovere le ali, starnazzare e spostarsi, ma era addirittura in grado di digerire il grano che ingeriva.

Attorno alla fine del secolo, invece, fu attivo in Giappone Hisashige Tanaka (detto l’Edison giapponese), in grado di realizzare robot e giocattoli automatizzati per servire il te, scoccare frecce e scrivere un kanji.

Nel 1781 con l’introduzione delle prime macchine e dei primi telai da tessitura mossi a vapore iniziò in Occidente la Rivoluzione Industriale: la richiesta sempre maggiore di macchinari da lavoro diede un grosso impulso allo sviluppo della meccanica e della robotica, con robot e automi sempre più raffinati, potenti e facili da costruire, tanto che, affascinata da tale tema, Mary Shelley scrisse il suo romanzo ‘Frankenstein’.

Grande impulso nel Settecento ebbe la creazione di automata, quando la meccanica venne applicata per la creazione di ‘meraviglie’, ovvero macchine che riproducevano azioni specifiche (la scrittura di un testo, la composizione artistica figurativa, l’abilità di suonare strumenti) grazie alla fiducia nella tecnica e alla riscoperta della Ragione contro l’oscurantismo superstizioso dei secoli precedenti, anche se non si andò troppo lontano da quell’arte estremamente precisa cui sovrintende l’orologiaio.

Il segreto degli automata (come nel celebre ‘Turco’, il robot che giocava a scacchi) stava nell’armonia di meccanismi composti da leve e ruote dentate che, azionati da semplici chiavi, originavano spettacoli indimenticabili per gli spettatori. A fare la differenza era l’inganno volontario di chi guardava, e la forma, la sembianza, che induceva timori nell’animo umano perché nella tradizione popolare vi era la paura atavica del Doppio, creatura che si riteneva imitasse la nostra esistenza per fini maligni.

A parte la differenza dei materiali a disposizione, il risultato ottenuto dagli automata sette-ottocenteschi non è dissimile dalle azioni ‘prodigiose’ che oggi vengono compiute dai moderni robot. Si tratta soltanto di una diversa ‘programmazione’: per la maggior parte i moderni androidi non fanno molto di più che riprodurre azioni umane che non capiscono, perché, esattamente come questi pupazzi, non hanno alcuna coscienza. Intorno al 1770 l’androide, costruito da Pierre Kintzing e David Roentgen, presentato in dono alla Regina Maria Antonietta, misurava circa 45 cm d’altezza ed era in grado di suonare 8 differenti melodie, muovendo dei martelletti di peltro, e di ruotare il capo mentre si esibiva: il tutto mediante un meccanismo a corda, azionato dall’inserimento di una chiave che dava la carica per l’automazione. Durante la Rivoluzione francese esso fu danneggiato, forse perché incredibilmente somigliante alla regina stessa (si dice addirittura vestito come lei), o perché a dir poco inquietante. Tale automa fu restaurato da Robert Houdin nel 1864.

Nel 1805, l’‘Automaton’ di Henri Maillardet, vestito come un giullare, era in grado di comporre quattro differenti disegni e tre poesie, sia in inglese che in francese. La sua storia s’è persa nel tempo, ha viaggiato, passando di mano in mano per tutto il XIX secolo, fino a quando è stato acquistato in pessime condizioni dal Franklin Institute di Philadelphia. È stato lo stesso automa a risolvere il mistero della sua creazione: una volta restaurato e riavviato, ha scritto su uno dei suoi ‘componimenti’: “written by the automaton of Maillardet”, modo senza dubbio eccentrico e inquietante di firmare la propria opera, assicurandola così per la memoria dei posteri.

Nel 1977 fu acquisito dallo Smithsonian Institute il piccolo automa ligneo de ‘Il Monaco’, creato intorno alla metà del Cinquecento in Germania e vestito come un monaco medievale, che impugna un rosario e un crocifisso, apre la bocca e deambula. Esiste anche l’ipotesi, non si sa quanto realmente suffragata da prove, che il suo luogo d’origine fosse la Spagna e che fosse stato costruito per volere di Filippo II, in seguito a un ‘miracolo’: il figlio gravemente ammalato del re guarì dopo che fu deposto nel letto, accanto a lui, il corpo mummificato di un monaco, che si diceva essere un sant’uomo morto un secolo prima. Filippo II avrebbe commissionato quindi la creazione di questo automa per ricordare in qualche modo l’evento.

Il robot, infatti, attraverso i suoi movimenti, avrebbe avuto, oltre alla funzione di simbolo e memento dell’episodio, anche lo scopo di “indurre alla preghiera e alla devozione”.

In India, secondo la tradizione, Tipu, re del Mysore, fiero oppositore degli inglesi, restò talmente affascinato dalla vicenda di Munro, il figlio di un generale inglese sbranato da una tigre durante una battuta di caccia, da vedere nell’episodio un segnale della benevolenza divina, il favore degli dei verso il popolo indiano che presto sarebbe stato liberato dagli invasori stranieri e dalla Compagnia delle Indie. Per commemorare l’evento ordinò la costruzione della cosiddetta Tigre, un complesso automaton musicale, alquanto grottesco, raffigurante un grosso felino nell’atto di divorare un inglese con la giubba rossa: ruggiva davvero, e il soldato si copriva la bocca con la mano. Sul fianco dell’animale, aprendo un apposito scomparto, era possibile accedere allo strumento musicale vero e proprio, un organo ancora oggi funzionante: per suggellare con la musica sublime, il sangue versato del nemico.

Verso la fine del XVIII secolo, l’orologiaio svizzero Pierre Jaquet-Droz costruì tre automata: lo Scrittore, il Disegnatore e il Musicista, come bambini, ancora oggi considerati vere e proprie meraviglie della tecnica (nonché causa di incubi in coloro che li osservano più del dovuto), anche questi azionati a corda. Il Disegnatore è in grado di tracciare 4 differenti disegni, il Musicista suona un piccolo organo, muovendo reamente le dita e pigiando i tasti, mentre lo Scrittore (composto da seimila parti mobili) è capace, dopo aver intinto il pennino nell’inchiostro, di vergare qualunque testo, fino ad un massimo di 40 caratteri, in grado di essere ‘programmato’: di volta in volta cioè il testo finale è deciso da chi aziona e imposta la macchina, con l’unico limite dato dalla lunghezza fissa.

Dal 1920 al 1950 si arriva al periodo più importante per lo sviluppo degli automi, o meglio della moderna robotica. In questo trentennio, infatti, venne coniata la parola robot. Nel 1927 questi fanno la loro apparizione nelle pellicole cinematografiche: tra i protagonisti del film ‘Metropolis’ del regista tedesco Fritz Lang troviamo un’androide femminile, chiamato ‘Maschinenmensch’ (l’uomo-macchina). Tra il 1937 e il 1938 Westinghouse creò ‘ELEKTRO’, un robot umanoide in grado di camminare, parlare e fumare.

All’inizio degli anni Quaranta lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov utilizzò per la prima volta la parola robotica e formulò le sue famose ‘Tre leggi sulla Robotica’. Nel 1948 Robert Weiner formulò le ‘Leggi della cibernetica’.

Nel 1954 George Devol progettò il primo robot realmente programmabile: lo ‘Unimate (per ‘Universal Automation’). Qualche anno più tardi questo robot venne adottato nella catena di montaggio della General Motors divenendo, così, il primo esemplare industriale ad entrare in funzione.

Si generò una vera e propria corsa al robot tra il 1968 e il 1969. Vennero progettati e realizzati uno dopo l’altro: il primo robot in grado di camminare e percorrere sino a 4 miglia ogni ora, controllato al computer; il primo dotato di un sistema visivo (e controllato da un computer grande quanto una stanza); il primo braccio robotico mosso da energia elettrica e il primo bipede progettato dal giapponese Ichiro Kato.

Negli anni Settanta del Novecento si creò nell’Accademia russa delle Scienze un robot dotato di 6 gambe. Qualche anno dopo lo giapponese Ichiro Kato presenta ‘Wabot I’, primo esemplare antropomorfo completo della robotica moderna. Successivamente (nel 1975) Victor Schenman progetta e realizza ‘PUMA(‘Programmable Universal Manipulation Arm’), poi utilizzato ampiamente in ambito industriale.

Nel 1979 Ichiro Kato presenta ‘WL-9DR: l’automa più veloce al mondo dell’epoca, con un passo ogni 10 secondi. Nel 1989 la Kato Coporation costruì il modello WL12RIII’, primo robot in grado di camminare su terreni accidentati, con un passo ogni 0,69 secondi, grazie alla stabilizzazione del tronco.

A fine Novecento si assistette a tre importantissimi step evolutivi nel campo della robotica e della cibernetica: nel 1993 ‘Dante, robot dotato di 8 gambe, fu spedito dalla Carniege Mellon University in un viaggio sul Monte Erebus nell’Antartide, con la missione di raccogliere e catalogare gas magmatici, ma fallì nell’impresa per la rottura di un cavo in fibra ottica; nel 1996 il Massachusetts Institute of Technology realizzò il ‘RoboTuna, un automa a forma di pesce, utilizzato per studiare la fluidodinamica di alcune specie ittiche. Sempre nello stesso anno la NASA spedì su Marte il ‘Pathfinder, un rover robotizzato il cui compito era studiare l’atmosfera e la composizione del suolo marziano. Nel 1997 Honda rilasciò il robot umanoide ‘P3, un ultimo avvicinamento ad ‘ASIMO’, presentato nel 2000 e che a quel tempo rappresentava il top nel campo della robotica. ASIMO’ era in grado di camminare e correre, dotato di un sistema di riconoscimento facciale, che poteva parlare e interagire con gli umani.

Durante il Duemila vennero sviluppati altri robot, molti dei quali ancora in uso. Nel 2001 venne spedito nello spazio il ‘Canadarm2, con destinazione Stazione Spaziale Internazionale (ISS), perchè rappresentava un robot più intelligente, lungo e maneggevole rispetto ai suoi predecessori e tuttora è in uso. Nel 2002 la iRobot immettè sul mercato Roomba’, aspirapolvere robotica di prima generazione.

Nel 2003 la NASA tornò a lanciare due rover robotici su Marte: alla fine di gennaio 2003 ‘Spirit’ e ‘Opportunity’ (ancora in attività a metà 2012) sono atterrati sul suolo marziano. La loro missione doveva durare pochi mesi, ma alcuni sono ancora attualmente in funzione. Nel 2004 il primo robot in grado di auto-replicarsi e trasformarsi da solo fu costruito dalla Cornell University.

A metà del primo decennio del Duemila comparvero le prime automobili in grado di guidarsi da sole: negli ultimi anni sono stati fatti registrare notevoli miglioramenti in questo settore, anche grazie agli sforzi fatti da Google, ma c’è ancora molto lavoro da fare. Nel 2012 la NASA invia sulla Stazione Spaziale Internazionale ‘Robonaut2’ (oggi in fase di testing perché serve a verificare il comportamento di robot di questo genere nello spazio), pensato e realizzato per fornire assistenza agli astronauti in orbita.

 

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