venerdì, Settembre 24

Gli Artisti e il mondo field_506ffbaa4a8d4

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La prossima messinscena di ‘Canti Orfici/Visioni’, che debutterà al Teatro Studio di Scandicci sabato 13 dicembre (fino al 19) per la regia di Giancarlo Cauteruccio, la drammaturgia di Andrea Cortellessa e le musiche di Gianni Maroccolo, offre spunti di riflessione non proprio marginali rispetto alle temperature dell’arte e della parola poetica.
D‘altronde, cento anni dopo, l’opera di Dino Campana, il suo Libro, rimane dentro noi lettori con la sua potenza inaudita, una potenza che non sarà mai velata dalla privata parabola del Poeta, dalla sua ‘follia’, dalla sua irrisolta distanza dal mondo. A questo ripensavo nel nome di Campana, tanto al clima dell’universo che lo mise al bando quanto alla sua Natura privata, che Dino Campana seppe ricreare fuori di sé: «Trovo l’erba mi ci stendo a conciarmi come un cane». E nel leggere il breve dialogo introduttivo tra Cauteruccio e Cortellessa, ho colto una sorta di unica visione della Poesia, così forte da aprire le porte dell’intelletto dal di dentro, che poi sarebbe una citazione da lasciar segreta. I due amici d’impresa, ad esempio, evocavano le esperienze di separazione dell’artista con il tocco di chi rimpiange -e lo facciamo un po’ tutti- quella sacra indifferenza che non ci è più regalata.
A Dino Campana, nonostante i suoi affanni, venne inferta ogni ferita, e molte ne inferse a se stesso, come usa farsi del male da parte di chi le difese le abbia perdute. La cultura ufficiale e Campana non dialogarono mai tra loro. Fu un bel silenzio.
È la cultura che in apparenza molti schifano nelle loro vesti di esclusi, fino a farne motivo di vanteria e di orgoglio, mentre sarebbe assai più vero soffrirne, oppure ribellarvisi senza ritorno, mettendo non solo la faccia ma tutto il corpo, tra lei e ‘noi’, i paria occasionali. Anzi, è proprio lo strappo irricucibile ad aprire varchi di luce in chi compone e inventa, via via che il mondo dei premiati e dei congiunti s’accontenta del sempre di meno. La cultura ufficiale non valeva la pena nemmeno quando a guidarla era la perfezione formale, figuriamoci nella sgangheratezza odierna…

E il potere? A cui sembra ormai impossibile mescolarsi, o quasi, perché taluni ci riescono ancora, se non quando si sdoppiano piuttosto che scindersi. Ve ne sono stati e ne rimangono, di intellettuali e artisti in grado di rappresentarsi al mattino indipendenti e la sera complici. Seduti accanto ai peggiori, gozzoviglianti e beati. Campana al massimo vi si rivolse da morto, per trovare una sepoltura a lui gradita, un luogo dove ascoltarsi.

E ancora, separarsi dalle relazioni personali, sentire il peso di un debito perpetuo, tanto che estinguerlo appare impossibile. Campana la pagò cara perché forse non aveva ancora capito con quale tono distorto la parola ascoltata ritorna a sé. Sempre che si possa scrivere e amare nella medesima vita, che lo si possa quanto scrivere e mancarsi, e sfuggirsi, e infine scomparire all’orizzonte della poesia stessa. Varrebbe per padri e madri in egual misura, non già per i figli, con cui il libro viene richiuso ogni notte, e le pagine disperse in bel disordine. Cosa rimane dunque? L’autobiografia? Il diario? Lo specchio che incessantemente ci riproduce? Le parole riflettono, tornano indietro e mai più ci abbandonano. O magari deviano dal loro corso naturale e vanno via insieme ai volti, al dolore, al passaggio del tempo… Jorges Luis Borges che dedica i suoi versi a Dino Campana, immaginiamolo nel destino di tutti i Poeti allontanati dal mondo, accecati da esso, chiusi in quell’opera densa di luce e di suono che assomiglia alla loro vita…

«Io, da bimbo, temevo che lo specchio
Mi mostrasse un altro volto o una cieca
Maschera impersonale che occultasse
Qualcosa senza dubbio atroce. Inoltre
Che il silenzioso tempo dello specchio
Deviasse dal percorso quotidiano.
Delle ore dell´uomo ed ospitasse.
Nel suo vago confine immaginario
Esseri e forme con colori nuovi.
(A nessuno lo dissi; il bimbo è timido.)
Temo adesso che lo specchio nasconda
Il vero volto della mia anima,
Oltraggiata da ombre e da colpe,
Ciò che Dio vede e forse pure gli uomini.
Da Storia della Notte, sarà stato un caso?»

 

 

 

 

 

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