venerdì, Maggio 7

Gli argentini e la febbre del dollaro

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In Argentina, la parola “arbolito”, ha due accezioni. La prima è quella che si riferisce al mondo della botanica, mentre esempi della seconda li troviamo per strada, in particolare nel centro finanziario di Buenos Aires: si chiamano “arbolitos” le persone che comprano e vendono dollari per strada. È un’attività illegale, ma perfettamente visibile agli occhi di qualsiasi passante. Il perché di questo nome non è chiaro, ma sembra che possa essere dovuto al fatto che queste persone lavorano in piedi e hanno del “verde”, come gli alberi.

I cosiddetti “arbolitos” commercializzano il dollaro blue, (noto anche come parallelo) e hanno iniziato a svolgere quest’attività nell’ottobre del 2011, quando il governo ha introdotto il ceppo cambiario, che impedisce la libera commercializzazione della valuta straniera. Pochi giorni prima, Cristina Fernández de Kirchner aveva vinto le elezioni per un secondo mandato e la bilancia dei pagamenti si stava avvicinando a un pericoloso squilibrio. Per questo è stato deciso di razionare l’offerta di valuta, in modo tale da soddisfare le esigenze del Tesoro Nazionale, respingendo le richieste private. Da allora, la Banca Centrale è diventata il principale acquirente del mercato cambiario ufficiale, spingendo le operazioni private verso il mercato informale, dove si forma il prezzo del dollaro blue.

Sono due le cause che hanno portato lo Stato Nazionale e i privati a disputarsi l’accesso alla divisa statunitense ed entrambe sono state ricorrenti nella storia del paese. Una di esse riguarda la scelta del paese di affidarsi al modello agro-esportatore di produzione. “Il quasi esclusivo sviluppo dell’attività agricola e dell’allevamento obbliga il governo a importare prodotti finiti e capitale per sostenere la sua scarsa industria. Se non ci sono dollari per pagare le importazioni, l’attività crolla e l’economia entra in recessione”, spiega l’economista Santiago Paz. “I cittadini, d’altro canto, sono obbligati, a causa dell’inflazione generata dall’eccessiva emissione monetaria, a proteggere i loro risparmi comprando dollari”, sintetizza.

Come osserva un altro economista, Juan Carlos De Pablo, l’abitudine degli argentini di ricorrere alla valuta straniera è dovuta al fatto chea partire dalla Seconda Guerra Mondiale, il tasso d’interesse che gli istituti finanziari hanno pagato per i depositi in pesos si sono situati al di sotto del tasso d’inflazione”. Questa situazione rende il dollaro la migliore alternativa possibile come rifugio del valore.

Da quando, alla fine del 2011, il governo ha iniziato a ostacolare l’acquisto di dollari, alcuni argentini si sono rivolti al mercato informale, mentre altri (i meno numerosi) hanno fatto ricorso al “contado con liqui” per ottenere dollari. L’operazione viene realizzata in un istituto finanziario ed è perfettamente legittima. Richiede solo che il risparmiatore abbia un conto corrente all’estero dove possono essere depositati i buoni e l’importo in dollari che corrisponde alla vendita. In questo modo si definisce la quotazione di quest’altra denominazione della moneta statunitense.

Sul rettilineo finale

A 10 mesi dalle prossime elezioni, il governo deve generare uno scenario economico stabile in grado di assicurare il trionfo del proprio partito (anche se non si sa ancora chi sarà il prossimo candidato). Per questo è stato fatto un tentativo con la recente proposta di scambio anticipato di buoni, dal Boden 2015 al Bonar 2024, e il collocamento di nuovi titoli in dollari per un totale di US$ 3.000 milioni a un tasso vicino al 9% annuale. L’operazione è stata, a detta di tutti, un vero “fiasco”, perché sono stati collocati solo US$ 286 milioni. Secondo Paz, il cattivo risultato è dovuto a “un errore di timing, ma almeno è servito allo staff economico per imparare da quest’esperienza”. Questo concetto è stato condiviso da vari esperti, come l’ex ministro dell’Economia, Orlando Ferreres, che ha dichiarato che, oltre ad avere avuto sfortuna, “sono state fissate le parità con troppo anticipo e le condizioni del mercato sono cambiate molto”. D’altro canto, Paz ha assicurato: “Ora, il mercato potrebbe assumere il debito, ma a un tasso altissimo (vicino al 12%), perché non considera il paese a rischio, ma identifica il rischio in questa amministrazione”.

Non è la prima volta che il governo sbaglia strada nella sua disperata ricerca per ottenere dollari e mantenere l’attività. A maggio del 2013, ha lanciato un piano di ‘Esternalizzazione volontaria del possesso di valuta’, il nome ufficiale per definire l’accettazione del lavaggio di capitali. Questo meccanismo, inoltre, rispondeva all’esigenza di riattivare il mercato immobiliare, in cui, storicamente, il dollaro ha svolto il ruolo da protagonista, mercato agonico a causa del ceppo cambiario.

Come se non bastasse, le esportazioni dei cereali, il principale motore dell’economia, non stanno attraversando il loro momento migliore. Il prezzo della soia è crollato e le altre coltivazioni, come il mais e il grano, sono in crisi. “Supponendo che il raccolto sia identico a quello dello scorso anno, se si esportasse tutto riceveremmo US$ 5.000 milioni meno”, spiega Paz.  “Per questo, il governo, per arrivare in buone condizioni a ottobre del 2015, deve impiegare tutte le risorse disponibili, come la maggiore apertura delle esportazioni di prodotti agricoli e d’allevamento, il collocamento di buoni del debito pubblico, la pressione sui produttori di soia per far liquidare il raccolto e la firma di accordi come lo swap con la Cina, che consente di scambiare moneta locale senza dover ricorrere alle riserve in dollari”.

Gli scarsi risultati delle misure adottate dal ministro dell’economia, Axel Kicillof, non hanno minato il suo carattere. Il funzionario si difende dalle critiche accusando i produttori di soia di aver trattenuto il loro prodotto per destabilizzare il governo e gli imprenditori di essere meri speculatori che, a forza di aumentare i prezzi in maniera capricciosa, favoriscono il mercato nero dei dollari. La sua mancanza di autocritica lo ha portato a scontrarsi con il Presidente della Banca Centrale, Juan Carlos Fábrega, che ha accusato di fornire informazioni privilegiate agli istituti finanziari. Lo scontro è durato fino a quando quest’ultimo si è dimesso il 1º ottobre per le forti pressioni. Al suo posto è stato nominato Alejandro Vanoli, ex responsabile della Commissione Nazionale dei Valori e un ferreo difensore del modello kirchnerista.

 

Traduzione a cura di Claudia Donelli

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