lunedì, Maggio 10

Gli altri secessionisti

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Secessionisti

Il 20 febbraio a Roma il coordinamento delle Assemblee legislative delle Regioni a Statuto speciale e delle Province autonome ha manifestato «contrarietà a ogni progetto di riaccentramento a livello statale», come si legge nel documento approvato al termine del lavori. Di fronte alle proposte di riordino e revisione dell’attuale assetto e della trasformazione del Senato in Camera delle autonomie «è stato confermato il principio della leale collaborazione fra Regioni ordinarie e a Statuto speciale», ribadendo nel contempo «la caratteristica delle Regioni ad Autonomia differenziata come modello virtuoso verso il quale far tendere il regionalismo del nostro Paese».

Il regionalismo è l’istanza di chi propugna più autonomia politica per le Regioni (o la creazione di queste, se non ci sono), in concreto l’autogoverno, i poteri di produrre leggi e atti amministrativi, l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa e l’assenza di controlli di merito. Negli ultimi anni si è preferito parlare di federalismo, sul modello statunitense, perché i singoli Stati degli Usa hanno un’autonomia superiore a quella delle Regioni nei Paesi europei. La stessa Costituzione, all’articolo 5, premesso che la Repubblica è «una e indivisibile», sancisce che questa «riconosce e promuove le autonomie locali». In Italia, però, come in altri Paesi dell’Ue, non ci sono solo sostenitori del regionalismo e del federalismo. Diversi movimenti premono per la secessione, al Nord e nelle Isole, e la Lega Nord è solo il caso più visibile.

Un territorio secede quando si separa da uno Stato e diventa Stato anch’esso. È un diritto, e aspetto del più generale diritto all’autodeterminazione, la capacità di disporre di sé da parte di popolazioni di etnia e cultura abbastanza definite. I movimenti secessionisti possono sorgere quando nello Stato ci sono gruppi nazionali diversi per tradizioni, lingua, religione o costume politico, dislocati in diverse regioni, magari periferiche. In Italia ci sono movimenti separatisti nel Settentrione, in Sardegna e in Sicilia.

In particolare la secessione è perseguita con tenacia, anche con la violenza, quando un gruppo nazionale si sente del tutto subordinato ad altri gruppi; ciò accade quando non ha accesso alle leve del potere economico e politico e la regione che abita è tenuta in condizioni di sottosviluppo o sfruttata economicamente, o quando sente la propria identità nazionale mortificata e minacciata di distruzione dal governo di uno Stato molto centralizzato. Interessi economici e difesa della propria specificità culturale sono dunque le due ragioni del separatismo, ma possono avere peso diverso. In alcuni casi il conflitto è stato risolto con la concessione di particolari autonomie alle singole nazionalità, come accaduto in alto Adige alla minoranza di lingua tedesca, i cui interessi sono tutelati dalla Südtiroler Volkspartei.

Il 22 febbraio si terrà a Trieste una conferenza intitolata ‘Breve storia dell’indipendentismo’. L’ha organizzata il Movimento Trieste Libera, nato nel 2011 per rendere Territorio libero il capoluogo del Friuli-Venezia Giulia, status previsto dal trattato di pace firmato dall’Italia nel 1947 alla fine della Seconda Guerra Mondiale ma mai attuato e in seguito superato con il Trattato di Osimo del 1975 fra l’Italia e la Jugoslavia (alla quale andò la seconda delle due Zone in cui era stato diviso il territorio, la Zona B). Secondo il Movimento Trieste Libera quest’ultimo accordo è nullo e il trattato di pace è ancora in vigore.

La formazione afferma sul suo sito che le autorità italiane «immesse nel Territorio Libero quale amministrazione civile provvisoria su mandato fiduciario e in esecuzione della Risoluzione n. 16/1947 del Consiglio di Sicurezza lo hanno invece occupato imponendovi la propria sovranità e cancellando tutti i diritti dei cittadini amministrati»; il Porto Vecchio della città è «ultimo baluardo di quella legalità che lo Stato italiano vorrebbe spazzare una volta per tutte per distruggere definitivamente la città porto mitteleuropea».

Di questa e delle altre formazioni indipendentiste in Italia abbiamo parlato con Nicoletta Di Sotto, professoressa a contratto di Politica comparata presso l’Università americana di Roma.

 

Professoressa Di Sotto, partiamo da Trieste. Su quali radici si fondano le rivendicazioni indipendentiste?

Più che di un vero e proprio indipendentismo, in passato a Trieste si lamentò un problema con gli accordi di pace in seguito ai quali il territorio aveva perso l’area istriana. In seguito alla firma del trattato di Osimo nacque la Lista per Trieste (formazione che chiedeva più autonomia per la città, nda), che alle elezioni comunali del 1978 diventò il partito di maggioranza relativa con il 27,5%, pari a 18 seggi. In seguito a Trieste si è manifestato per tutelare un interesse, il riconoscimento di certi diritti e competenze, con l’obiettivo di veder riqualificato il Porto vecchio della città, la zona franca. Il Movimento Trieste Libera, che si batte per questo ma anche per l’indipendenza, è un fenomeno di livello comunale che ha rilevanza politica minima.

Quali sono le differenze fra il Movimento Trieste Libera e le altre formazioni che rivendicano l’indipendenza di un territorio, ad esempio la Lega Nord?

A parte il contenuto delle richieste, Il Movimento è rimasto un movimento a differenza della Lega Nord che invece si è data una struttura partitica. Movimenti e partiti nascono entrambi dal basso, ma i primi si legano a un tema e non si strutturano. Anche la Lega nacque come movimento, ma poi si è trasformata.

Allarghiamo lo sguardo all’intero Paese. Quanti sono i movimenti e i partiti indipendentisti e dove sono?

Queste formazioni sono definite più comunemente etnoregionaliste, perché l’indipendentismo è un obiettivo politico. Le più importanti sono tre, il Südtiroler Volkspartei in Alto Adige, l’Union Valdôtaine in Valle d’Aosta, e la Lega Nord. Sempre nel Settentrione ci sono formazioni minori in Friuli, di rilevanza comunale. Ci sono poi formazioni nelle Isole: in Sardegna c’è il Partito Sardo d’Azione; in Sicilia, invece, c’è il Movimento per l’indipendenza della Sicilia, ma anche in questo caso si tratta di un fenomeno comunale perché non ha mai raggiunto il governo della Regione.

Esistono formazioni più piccole?

Sì, ma sono irrilevanti perché di livello comunale. C’è una certa frammentazione. In Sardegna, ad esempio, dove il Partito Sardo d’Azione è stato sostenuto da liste civiche e ha subìto scissioni.

Se queste formazioni ottenessero l’indipendenza come diventerebbe la cartina politica della penisola?

L’Italia perderebbe il Nord, la Sardegna e la Sicilia. Non lo ritengo uno scenario plausibile, comunque: si può aumentare la decentralizzazione, ma non saranno ridefiniti i confini del Paese.

Quante formazioni si collocano a destra, quante a sinistra e quante al di fuori delle due?

Queste formazioni non fanno del collocamento politico la questione principale: conta di più per loro la rivendicazione d’indipendenza. Il tipo di rivendicazione, tuttavia, può sollecitare maggiormente un’ideologia di destra, per l’eventuale chiusura ad altri gruppi etnici e il razzismo. Detto questo, com’è noto la Lega Nord si colloca nello schieramento di centrodestra mentre il Südtiroler Volkspartei, l’Union Valdôtaine e il Partito Sardo d’Azione si collocano nel centrosinistra.

Quanto seguito hanno queste formazioni?

A livello locale, in provincia di Bolzano il Südtiroler Volkspartei ha la maggioranza dei voti e dei seggi fin dal 1949 anche se ha subito un calo di consensi, in Valle d’Aosta l’Union Valdôtaine è al 33%, e in Sardegna il Partito Sardo d’Azione resta intorno al 5% nelle elezioni regionali. A livello nazionale il Südtiroler Volkspartei è riuscito a far eleggere quattro o cinque rappresentanti, sempre in coalizione prima con il centro con l’ex Democrazia cristiana e poi con il centrosinistra, mentre l’Union Valdôtaine e il Partito Sardo d’Azione non sono entrati in Parlamento.

Quanta parte del consenso a queste formazioni è voto ‘di protesta’?

Ho analizzato questo aspetto in uno studio sulla Lega Nord. Secondo me il voto alle formazioni etnoregionaliste è etnico, da parte di chi non riconosce lo Stato italiano come legittimo e rivendica l’indipendenza da esso. Nel caso della Lega Nord, questa nasce come subcultura locale presente in forma latente fin dalla metà dell’800, alimentata negli anni ’70 e costituitasi in movimenti all’inizio degli anni ’80 con la nascita delle Leghe, e lì si tratta di protesta per la tutela d’interessi economici che in seguito si è allargata per un effetto contagio; il partito poi non è riuscito a raggiungere alcuni obiettivi e la protesta è rimasta ferma. Esiste dunque una differenza fra la ‘protesta’ del voto ai partiti davvero etnoregionalisti e quella del voto alla Lega Nord.

Le richieste di queste formazioni sono tutte uguali?

Tutte uguali no. In Alto Adige e in Valle d’Aosta c’è la richiesta di tutela della lingua, tedesca e francese, mentre nel caso del Partito Sardo d’Azione c’è una richiesta di tutela della cultura più folkoristica visto che non c’è origine linguistica diversa. Nel caso della Lega Nord la rivendicazione culturale è successiva, e adottata perché caratteristica di tutti questi movimenti; si trattava di trovare il radicamento, in ragione della protesta contro l’autorità di uno Stato ritenuta illegittima.

Il federalismo diminuirebbe la popolarità di queste formazioni?

È la domanda posta sempre dal politolgo belga Lieven Dewinter. Che ne è di questi movimenti una volta raggiunti i loro obiettivi? Questi partiti nascono per tutelare e rivendicare un diritto non riconosciuto dallo Stato. Una volta riconosciuto si è assistito a un calo dei consensi in alcuni casi, ad esempio in Alto Adige, ma questi partiti dovrebbero mantenersi come garanti.

Per queste formazioni la sudditanza culturale e quella economica hanno lo stesso peso?

Nel caso dei movimenti etnoregionalisti le ragioni più rilevanti sono di natura culturale, e la tutela dell’economia è funzionale a quelle. Nel caso della Lega Nord, invece, l’economia è il primo motivo del radicamento.

Altri Paesi dell’Unione europea hanno una situazione simile a quella italiana?

I Paesi più simili sono Spagna e Belgio, anche se nel caso del secondo si può parlare quasi di fallimento dello Stato perché il federalismo ha prodotto una divisione tanto forte (tra fiamminghi e valloni nda) che ci si chiede perché il Belgio esista come Paese unitario. Nel caso della Spagna c’è un forte regionalismo, il caso della Catalogna e nella questione basca anche problemi di sicurezza interna e terrorismo, ma per fortuna la situazione ora è più calma. Altrove, in parte c’è stato un revival dell’indipendentismo in Portogallo, mentre in Gran Bretagna ci sono stati movimenti di rivendicazione come lo Scottish National Party in Scozia. Escludo l’Europa centro-orientale e balcanica perchè i termini di paragone sono diversi, trattandosi di Paesi con stabilità democratica solo recente.

Qual è la posizione dell’Ue verso le formazioni etnoregionaliste?

L’Unione europea non ha un atteggiamento accentratore e ha sempre guardato positivamente alle richieste e alle esigenze regionali: l’idea di partenza è che l’integrazione parte da quella culturale ed economica delle regioni, unità locali degli Stati nazionali. Non a caso questi movimenti vedono l’Unione europea come un’opportunità, a parte la Lega Nord che ha un atteggiamento altalenante.

 

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