martedì, Maggio 18

Gli Aghori di Varanasi che vivono con i morti

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Gli Aghori -la più estrema delle sette di sādhu- sono praticanti di un’antica disciplina spirituale chiamata Aghora, che è molto discutibile per molti indù e altre dottrine, in quanto prevede rituali talvolta molto estremi.
Abbiamo parlato con Kabir Singh Chowdhry, un’antropologo indiano che viaggia molto e che ama stare a contatto con le persone, studiarne il comportamento e la vita quotidiana. Così ha approfondito l’interesse per gli Aghori. Durante una delle sue innumerevoli permanenze a Varanasi, la città illuminata sul Gange, gli è capitato di andare nel loro tempio, chiamato Baba Kinaram Kreem Kund, e di vedere degli Aghori lungo le rive del Gange. Da un’attenta lettura e osservazione sul campo è diventato un profondo conoscitore della ‘setta’.

 

Cosa significa Aghora?
Aghora è una parola sanscrita -una delle lingue ufficiali dell’India- che ha due significati: luce, assenza di buio, paura essendo la lettera ‘A’ usata per negare e ‘ghora’ per indicare l’oscurità o la paura; superficiale, inteso come un individuo che conduce una vita senza che si faccia toccare dai sentimenti.

 

Chi sono dunque gli Aghori?
Possono essere definiti come i praticanti di una disciplina tantrica che ha origini molto antiche, che compiono rituali giornalieri, che spesso sono considerati terrificanti da occidentali e dagli induisti stessi. Non credono nella religione, perché da loro considerata limitante, in quanto si concentra in un solo aspetto della verità, ma la conoscenza non può essere confinata in un solo libro sacro.

 

A quando risale questa disciplina?
Le testimonianze che si hanno, che sono poche e non del tutto confermate, fanno risalire l’origine degli Aghori al XVII secolo, col primo Aghori chiamato Baba Kinaram. La setta dice che questo praticante ha vissuto più di 150 anni.

 

In cosa consiste la loro disciplina, in cosa credono?
L’obiettivo principale è quello di raggiungere l’immortalità, ma non ricorrendo a erbe o minerali, bensì compiendo dei rituali estremi, come per esempio la Puja, che può avvenire in questo modo: prima di cominciarla fanno dei giri intorno al fuoco che hanno acceso per allontanare il diavolo. Si cospargono il corpo delle ceneri dei corpi cremati in riva al Gange. In molti casi sacrificano animali, come polli e cani. Anche i corpi morti degli umani sono ben accetti. Non c’è dualità per loro, non c’è bene e male, puro e impuro, accettano tutto, quindi è anche normale mangiare carne umana e ciò avviene di sovente nei loro rituali. Un Aghori va così profondamente nell’abisso e nell’oscurità che ne esce pieno di luce. Si intossicano letteralmente di marjuana, alcolici e altre sostanze allucinogene. Credono che così ci si possa identificare con Shiva. Per loro l’oscurità è offuscata dall’ignoranza e la luce interiore sia il vero io che deve uscire dopo aver abbracciato l’indecenza, come i rituali estremi che compiono. Il vero Aghori è colui che muore mentre è ancora vivo, ovvero che non pensando più a nessuna dualità si identifica in un unico animo.

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