sabato, Ottobre 16

Gli aerei della Pinotti Il M5S chiede le dimissioni: voli di Stato a sbafo e Tornado mandati in guerra in Iraq

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La copertina se la merita il ministro della Difesa Roberta Pinotti. Il M5S ne chiede le dimissioni perché sospettata di aver utilizzato un aereo militare per farsi accompagnare a casa. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta al momento contro ignoti. La Pinotti è anche responsabile dell’invio in Iraq di quattro caccia Tornado in azione di guerra senza l’assenso del Parlamento. Ma i pensieri della politica sono tutti rivolti ai provvedimenti economici, Jobs act e legge di stabilità, contro i quali la Uil si unisce alla Cgil nello sciopero generale del 12 dicembre e la sinistra-Pd minaccia le barricate. Odio crescente contro la casta: il sindaco di Catania Enzo Bianco (Pd) aggredito in pieno centro. Silvio Berlusconi apre la campagna elettorale lanciando il ‘No tax day’ del 29 e 30 novembre.

Non si può certo affermare che il ministro della Difesa Roberta Pinotti abbia un bel rapporto con gli aeroplani, soprattutto con quelli militari. La ministra, data addirittura in corsa per la successione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica, si trova alle prese, suo mal grado, con un doppio scandalo legato ai velivoli dell’Aeronautica Militare. Il primo, quello che rischia seriamente di stoppare la sua corsa verso il Quirinale, è il presunto uso improprio di un volo di addestramento militare per farsi accompagnare a casa sua, a Genova, la sera del 5 settembre scorso. La vicenda è stata portata alla ribalta delle cronache dai parlamentari del M5S Alessandro Di Battista e Luca Frusone, autori di due interrogazioni parlamentari in cui si chiede conto alla Pinotti sul Falcon 50 dell’aeronautica che aveva atteso all’aeroporto di Ciampino il volo di Stato proveniente dal vertice Nato in Galles per poi caricare ‘al volo’ il ministro. Denuncia che ha costretto la procura di Roma ad aprire un fascicolo contro ignoti con l’accusa di peculato d’uso. Ma il colpo mediatico per la Pinotti è arrivato dallo scoop del Tg di La7 condotto da Enrico Mentana che ieri sera ha reso pubblici i documenti del piano di volo del Falcon, modificati più volte in perfetta simbiosi (pare) con i ritardi accumulati dall’Airbus 319 su cui viaggiavano anche Matteo Renzi e Federica Mogherini. Pratica assolutamente vietata dalla legge che l’Aeronautica adesso vorrebbe coprire querelando, come ha fatto, i deputati a 5Stelle. Grillini della commissione Difesa della Camera che oggi, invece di intimidirsi, alzano il tiro: «I tabulati dell’Enav confermano che il ministro Pinotti ha mentito. Deve dimettersi».

La seconda grana del ‘ministro delle mostrine’ non è ancora uno scandalo, ma presto potrebbe diventarlo. È il caso, già trattato da L’Indro, dell’invio in Iraq di quattro caccia Tornado in funzione di sola ‘ricognizione’ contro lo Stato Islamico di Abu Bakr al Baghdadi. Un atto di guerra in piena regola, sempre a detta dei pentastellati, che hanno chiesto alla Pinotti di riferire in parlamento. Ma per ora il ministro risponde picche partecipando oggi, insieme al collega dell’Interno Angelino Alfano, alla presentazione del rapporto della fondazione Icsa sull’avanzata dell’organizzazione jihadista nel Medio Oriente.

La guerra che si combatte in Italia, invece, (oltre a quella tra poveri nelle periferie urbane) è sempre quella sul Jobs act e la riforma del lavoro. Ieri Renzi sembrava aver ottenuto l’ennesima vittoria con l’approvazione dell’emendamento sul ‘reintegro per specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato’. «Un provvedimento che non toglie diritti, ma toglie solo alibi», ha scritto esultante il premier sulle sue E-News appena tornato dall’Australia. Uno scioglilingua che sembrava aver messo d’accordo le ‘pecorelle’ della sinistra-Pd e i falchi ultraliberisti capitanati da Maurizio Sacconi di Ncd. Risultato di una legge delega talmente in bianco da risultare ancora illeggibile. Ma è ovvio che qualcosa non torna se ad esultare all’unisono sono i paladini di due modelli di sfruttamento dei lavoratori teoricamente agli antipodi. Chi ha vinto veramente? A giudicare dalla ritrovata, o quasi, unità sindacale, pare che a spuntarla sia stato proprio il modello-Sacconi. «Jobs Act: Cesare Damiano esulta, Maurizio Sacconi pure??? Prova dell’imbroglio!», fotografa perfettamente la situazione questa mattina su twitter il forzista Renato Brunetta. «Solidarietà a Sacconi e Ncd, duramente sconfitti su art. 18. #raccontatelagiusta», provoca invece il ‘twittatore compulsivo’ Maurizio Gasparri.

E, infatti, le mille voci della minoranza Dem, da Pippo Civati a Gianni Cuperlo e Stefano Fassina -forti degli 8 emendamenti partoriti dalla conferenza stampa congiunta di ieri sera che spostano la battaglia dal Jobs act alla legge di stabilità- tornano alla carica di Renzi, insieme ai sindacati, per ottenere quegli ammortizzatori sociali (disoccupati, precari, riforma centri per l’impiego) di cui non si è vista ancora traccia. Il più duro è Fassina per il quale è stata «data agli imprenditori libertà di licenziamento». Che i pochi fondi disponibili siano già stati utilizzati in maniera iniqua lo conferma anche l’economista Mario Seminerio secondo il quale il «controverso bonus di 80 euro» è stato «erogato senza correzione per nucleo familiare, ignorando incapienti e pensionati». Attacchi concentrici che hanno costretto un premier ogni giorno più nervoso ad un tete a tete mattutino col ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.«Platea degli 80 euro che non si tocca» avverte il viceministro del Mef Enrico Morando.

Governo Renzi alle prese anche con la brutta gatta da pelare dello sciopero generale. Questa mattina i segretari delle tre sigle sindacali Cgil-Cisl-Uil si sono incontrati al Palazzo dei Congressi dell’Eur, a Roma, in occasione del congresso nazionale della Uil, convocato fino a venerdì per eleggere Carmelo Barbagallo successore di Luigi Angeletti. La Uil ha deciso di unirsi a Susanna Camusso nello sciopero generale, convincendo la Cgil a spostare la serrata dal 5 al 12 dicembre. Una «importante convergenza sulla legge di stabilità» con la Uil, ha dichiarato raggiante la numero 1 del sindacato ‘rosso’. Più ambigua la posizione della Cisl che decide di partecipare allo sciopero generale del pubblico impiego (decisivo il fallimentare incontro di lunedì con il ministro della PA Marianna Madia), ma si discosta dall’iniziativa unitaria di Cgil e Uil. «Non ci sono motivazioni valide per fermare il paese», ha detto questa mattina il segretario Anna Maria Furlan intervistata da ‘Repubblica’, «il Jobs Act, in fondo, sta cambiando in meglio. Faremo invece lo sciopero generale per il rinnovo del contratto del pubblico». Porta chiusa sullo sciopero generale alla ‘pasionaria Susanna’, dunque, ancor prima di prendere parte al suddetto vertice. Sciopero definito, bontà sua, «senza ragione» dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, non per caso accolto dai fischi dalla platea dei delegati Uil.

Intanto, con l’acuirsi della crisi economica certificato persino dal governatore della Bce Mario Draghi, si fa sempre più difficile per la casta dei politici girare senza scorta per le strade. Questa mattina è toccato al sindaco di Catania Enzo Bianco del Pd venire aggredito in pieno centro da un uomo descritto ‘con problemi psichici’ che gli ha rifilato un pugno sul viso. Fortuna per Bianco che un bodyguard ancora ce l’aveva. Immediata la pelosa solidarietà di tutto ‘l’arco costituzionale’. Per Alfano un «gesto disgustoso». Matteo Salvini annuncia che la Lega si presenterà anche nelle Regioni del Sud nelle elezioni primaverili, ma viene duramente contestato a Salerno. Chi sarà il prossimo?

 

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