mercoledì, Maggio 19

Gli Aborigeni, l’Australia e il lavoro field_506ffb1d3dbe2

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In Australia tornano a preoccupare i dati relativi al rapporto tra mercato del lavoro e popolazione indigena, in netto contrasto con l’obiettivo di dimezzare le differenze con gli Australiani bianchi. Dopo 15 anni di costanti miglioramenti sul versante dell’occupazione aborigena, infatti, torna ad aumentare la differenza di occupazione tra australiani bianchi e aborigeni australiani. Il dato, tuttavia, va letto alla luce del miglioramento in senso assoluto del tasso di occupazione della popolazione originaria del Paese, aumentata costantemente negli ultimi anni. Solo nel periodo compreso tra 2008 e 2013, infatti, sono 28.000 in più gli Aborigeni con un lavoro stabile.
Da dove è nato, quindi, il dibattito? Il problema sta nella differenza di occupazione tra aborigeni e australiani bianchi, tornata ad aumentare dopo un trend positivo durato molto a lungo. A fronte di un discreto aumento dei lavoratori aborigeni, infatti, la popolazione indigena è cresciuta in modo più che proporzionale, portando il tasso di occupazione a calare dal 48,2% del 2008 al 45,9% dello scorso anno, mostrando, quindi, come la costante crescita della popolazione aborigena non sia riuscita a tenere il passo sul mercato del lavoro. Se questi dati vengono poi confrontati con quelli riferiti alla popolazione bianca, con un tasso di occupazione cresciuto al 75,6% nel 2013, è facilmente intuibile come il problema sia rappresentato dalla disparità tra i due gruppi etnici e sociali.

La questione aborigena, in Australia, è stata a lungo dibattuta ed è tuttora uno dei temi più delicati che politica e società civile possano affrontare. Sono, infatti, noti i soprusi che i colonizzatori inglesi perpetrarono, a partire dal 1788, durante l’esplorazione e la colonizzazione dell’Australia, già abitata dagli aborigeni, secondo i più recenti studi, da almeno 50.000 anni. Mentre le stime sulla grandezza della popolazione indigena, alle soglie della colonizzazione europea, si aggirano tutte intorno alle 750.000 persone, gli Aborigeni in vita alla fine del diciannovesimo secolo erano molti di meno, anche se non esistono stime ufficiali sulla grandezza effettiva. Un numero imprecisato perse la vita durante le battaglie contro gli inglesi, mentre decine di migliaia vennero spostati nelle riserve desertiche o pluviali. L’estrema povertà che molti villaggi aborigeni dovevano affrontare, poi, spinse molti giovani aborigeni ad arruolarsi nella Prima Guerra Mondiale spacciandosi per Indiani o Maori, dal momento che, per legge, non era loro concesso far parte delle forze armate. Solo a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, una volta sviluppate le resistenze ai ceppi batterici e virali portati da popolazione esterne, la situazione cominciò a migliorare. I primi controversi passi per l’introduzione di diritti per le popolazioni aborigene si ebbero con l’Aborigines Act del 1934 e con la Assimilation Policy del 1937. Quest’ultima prevedeva, infatti, l’integrazione forzata di tutti gli aborigeni di sangue misto nelle comunità di Australiani bianchi.
La Seconda Guerra Mondiale, poi, rappresentò una situazione del tutto simile a quella della Grande Guerra, caratterizzata dalla presenza di molti Aborigeni arruolati con falsa documentazione per fuggire l’estrema povertà dei loro centri abitati. Nel 1949, tuttavia, venne stabilito che tutti gli Aborigeni che avessero preso parte ai combattimenti, e potessero dimostrarlo, avrebbero avuto concesso il diritto di voto, primo grande passo nel riconoscimento dei diritti fondamentali al popolo aborigeno. Il diritto universale al voto venne invece concesso da Robert Menzies nel 1962. Negli anni ’60, a fronte di diversi miglioramenti dal punto di vista politico, i problemi maggiori erano nella sfera sociale, quando le donne aborigene partorivano in media sei figlia ciascuna e gli uomini erano in gran parte affetti da gravi problemi di alcolismo, problemi che portarono la loro prospettiva di vita ad essere nettamente inferiore a quella degli Australiani bianchi. La vera svolta si ebbe cinque anni più tardi, nel 1967, quando il referendum di maggior successo della storia australiana – con oltre il 90% dei sì – sancì il riconoscimento dei pieni diritti al popolo aborigeno. A partire dal 1966, anno del Aboriginal Lands Trust Act fino al 2009, anno in cui è stato approvato l’Aboriginal Land Rights Amendment Act, si è susseguita una lunga serie di emendamenti a leggi retrograde, 26 in totale, volta a garantire una sempre maggiore equità nei diritti territoriali del popolo aborigeno, in chiaro contrasto con le politiche di pochi decenni prima.

Nel 1998, in seguito ad un’inchiesta sull’allontanamento di bambini aborigeni dalle proprie famiglie, è stata istituita la Giornata nazionale delle scuse, come riconoscimento degli errori commessi in passato. Dieci anni dopo l’allora Primo Ministro Kevin Rudd ha presentato, per la prima volta, scuse formali al popolo aborigeno. Nonostante le condizioni generali degli aborigeni siano nettamente migliorate con gli anni -e la popolazione sia passata da 93.000 indigeni nel 1901 a 470.000 nel 2006- vi sono ancora numerosi problemi. Diverse decine di migliaia vivono ancora nelle riserve concesse dal Governo, dove mancanza di integrazione e sussidi governativi a pioggia hanno comportato un livello di arretratezza sanitaria, sociale ed economica molto elevato. Gli aborigeni che vivono in città, d’altro canto, sono oggi la maggior parte e devono fare i conti con il diffuso fenomeno dell’abuso di alcol e di droghe. Un ulteriore problema poi, come si è avuto modo di vedere, è rappresentato dalla loro difficoltà a trovare lavoro nonostante un tasso di disoccupazione generale inferiore al 6%. Dick Estens, a capo della Aboriginal Employment Strategy, è convinto che la risposta vada cercata nell’aumento di posti di lavoro temporanei o part-time, in modo da evitare situazioni in cui Aborigeni smettano di cercare lavoro sin da giovanissimi. Il parlamentare liberale Alan Tudge, inoltre, ha dichiarato: «I dati dimostrano che leggeri cambiamenti alla politiche del lavoro non possono cambiare la situazione nel breve termine. Dobbiamo essere preparati a riconsiderare tutto quello che pensiamo sull’educazione e sull’occupazione degli Aborigeni. Non possiamo interrompere il circolo vizioso di problemi in cui è chiusa la popolazione aborigena senza aumentare il relativo tasso di occupazione. Deve essere una priorità assoluta assieme a educazione e sicurezza. Con il lavoro si crea autostima, dignità e indipendenza economica», mentre il magnate dell’industria mineraria Andrew Forrest ritiene che vadano introdotti tirocini obbligatori per i giovani Aborigeni che lasciano la scuola in anticipo.

Una svolta importante potrebbe nascere dal dibattito sulla modifica della costituzione australiana, studiata per introdurre appieno gli Aborigeni come primi abitanti dell’Australia. E’ necessario il ricorso ad un referendum popolare e, se una data precisa non è ancora stata trovata, i segnali indicano che questo referendum potrebbe replicare il successo di quello del lontano 1967.

 

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