lunedì, Luglio 26

Glenn Gould: il suono dell’infinito L’uomo che premeva i tasti dal basso verso l’alto. La verità è talvolta leggenda

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Ricordo perfettamente quando ascoltai per la prima volta una sua registrazione discografica ed erano le ‘Invenzioni a 2 voci’ di Johann Sebastian Bach: in quella bella casa ai Parioli dove abitava la mia prima maestra di pianoforte, nel salotto, oltre allo strumento, c’era l’impianto per l’ascolto dei dischi. In più occasioni, avendo da poco affrontato lo studio delle ‘Invenzioni’ mi aveva parlato di questo pianista “che quando suona Bach non usa affatto il pedale destro …”. In effetti, alle mie giovani e vergini orecchie la cosa non appariva particolarmente originale, ma mi rimase ben impressa nella mente.

Non usare il pedale di risonanza o usarlo poco non era questione di originalità. Era solo una delle tante peculiarità dello stile di Glenn Gould, pianista canadese entrato nella leggenda, del quale avrei appreso successivamente, oltre che di tali peculiarità stilistiche, anche dei tanti atteggiamenti stravaganti nonché dei comportamenti curiosi o inaspettati che lo distinguevano.

Tra questi, evidente anche ad uno spettatore casuale, lo sgabello utilizzato nelle sue esibizioni, che in realtà era una sedia bassissima (costruita dal padre e che aveva la possibilità di regolare indipendentemente la lunghezza dei piedi), che collocava Gould di fronte alla tastiera con una postura che appariva assolutamente goffa ed inusuale e che fece dire con espressione paradossale ‘che suonava il pianoforte spingendo i tasti dal basso verso l’alto’: perfetta definizione della natura stessa di questo pianista, costantemente controcorrente nelle scelte musicali e non. E che dire dell’ondeggiamento costante della testa, del battersi il tempo con i piedi, o ancora più estremo, del cantare durante le esecuzioni che Gould dichiarava essere atteggiamento del tutto involontario, ma che è cosa evidente in molte registrazioni, per la ovvia disperazione dei tecnici che le effettuavano. Un magistero straordinario il suo, che, congiunto ad una serie di fisime, snobismi, comportamenti eccentrici, frequenti annullamenti di concerti, ed altre amenità ne fecero una figura veramente unica.

Era nato a Toronto nel 1932 in una agiata famiglia protestante di origine britannica (avevano cambiato il cognome da Gold in Gould). Aveva ereditato le attitudini musicali sia dalla madre, che fu la sua prima insegnante di pianoforte ed era una discendente diretta del compositore Edward Grieg, che dal padre, violinista dilettante, manifestando da subito uno straordinario orecchio musicale congiunto ad una memoria fuori dall’ordinario. Completati gli studi musicali nella sua città, iniziava una eccezionale carriera concertistica (primo concerto a tredici anni) che, però, a soli 32 anni, avrebbe definitivamente interrotto con la scelta di effettuare esclusivamente registrazioni in sala.

L’abbandono delle sale da concerto per le sale di registrazione fu dovuto a vari fattori, tra cui: la costante ricerca di sonorità contenute che potevano risultare insufficienti in una grande sala da concerto; il fatto che la presenza del pubblico gli togliesse concentrazione; il poter affidare ad una registrazione un’esecuzione praticamente perfetta grazie alle possibilità di ripetere determinati passaggi; infine e soprattutto, l’avversione manifestata da Gould per una vita con frequenti viaggi e soggiorni in città diverse, in alberghi diversi, in climi diversi. Egli aveva sofferto sin da piccolo, infatti, di problemi circolatori che lo portavano ad essere molto freddoloso e ad utilizzare un abbigliamento invernale anche d’estate, giungendo ad indossare costantemente guanti di lana persino in concerto (ovviamente, in quel caso le dita erano tagliate…)! All’uso dei guanti non era estranea anche l’avversione a stringere le mani, tanto da arrivare negli anni di attività concertistica, ad attaccare un cartello alla porta del camerino nel quale, scusandosi, chiedeva di non invitarlo alle strette di mano…

Con la Steinway, la nota fabbrica di pianoforti aveva, come altri pianisti, un accordo che gli consentiva di usufruire di strumenti in comodato d’uso, ma dei quali si mostrò sempre insoddisfatto, con disdoro dei tecnici che li mettevano a punto, che trovavano pretestuose ed incomprensibili le motivazioni addotte dal Nostro che lo portavano a criticare costantemente strumenti invece universalmente apprezzati. Egli preferì suonare sempre con il suo Steinway personale CD 318 che il tecnico Verne Edquist teneva costantemente regolato con una rapidissima risposta dei tasti, consentendo un netto controllo timbrico a ovvio discapito, però, delle varietà dinamiche: la cosa era funzionale alla ricerca estetica di Gould che perseguiva, anche nella polifonia, il massimo nitore del fraseggio ed una accuratissima ricerca timbrica (ovviamente i tecnici della Steinway ritenevano che quel CD 318 fosse un vecchio catorcio…).

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