venerdì, dicembre 14

Giustizia: vent’anni per stabilire che il fatto non sussiste… urge riforma? Al 15 novembre, sono già 58 i casi di suicidio in cella

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All’inizio l’hanno chiamata la ‘banda della coca di Alghero’. Coca da intendere come quella polvere bianca che viene spacciata un po’ ovunque. Una banda composta da quindici persone; trafficanti che ‘rifornivano’ la Sardegna, coca che arrivava dalla Calabria, e prima transitava a Roma, proveniente dalla Colombia. Un giro lungo, scoperto grazie una fonte confidenziale e successive risultanze di un paziente lavoro di agenti sotto copertura. Quella che solitamente si dice una brillante operazione antidroga. Peccato che risalga al lontano 1991. Peccato che siano stati necessari una ventina d’anni per arrivare al processo. Peccato che siano stati necessari altri sette anni per stabilire che il fatto non sussiste. Peccato che i giudici abbiano stabilito che non c’è traccia di banda; peccato che ora lo Stato debba risarcire i primi quattro imputati per l’irragionevole durata del processo di primo grado. E per gli altri undici imputati è questione di tempo.

Dunque: nel 1991 scatta l’accusa di aver promosso, diretto e organizzato un’associazione per delinquere finalizzata allo smercio; si aprono le porte del carcere, e così se ne va il primo anno. Per l’udienza preliminare bisogna però attendere il 1995. Il Giudice per l’udienza preliminare di Sassari annulla la richiesta di rinvio a giudizio; rimette gli atti al Pubblico Ministero, non è convinto delle prove che ha prodotto. I fascicoli partono dall’ufficio del GUP, ma non arrivano mai in quello del PM; si perdono per strada. Deve trascorrere una bazzecola di quindici anni prima che qualcuno si accorga che quello che è uscito da un ufficio non è mai approdato nell’altro. Dopo diciannove anni si notifica l’avviso di conclusione delle indagini preliminari; la nuova udienza preliminare fissata ad ottobre. Altri faldoni spariscono; perché il processo possa iniziare si arriva al paradosso di chiedere alle difese di fornire il materiale che in procura non si riesce a trovare. Di nuovo il PM chiede il rinvio a giudizio, e si arriva al mese di luglio 2011. Questa volta il GUP si convince, manda tutti a processo. Che si conclude nel novembre del 2017: tutti assolti, il fatto non sussiste.

E’ scattata la prescrizione. Nondimeno i giudici, entrando nel merito, spiegano che la ‘banda della coca di Alghero’ non è mai esistita. E’ ‘semplicemente’ l’invenzione di alcuni confidenti, supportati da agenti sotto copertura; né gli uni, né gli altri hanno però prodotto prove convincenti. Nella sentenza si legge che le testimonianze sono risultate vaghe, insufficienti: «Nulla è poi emerso con riferimento al delitto associativo». Di alcuni dei soggetti indicati come promotori del traffico «non è emerso neppure il nome nel corso dell’attività istruttoria».

Val la pena, ora, di parlare nuovamente di prescrizione. Ogni anno almeno 130mila processi vanno in fumo. Non sapremo mai se l’imputato è un colpevole impunito o un perseguitato ingiustamente. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede propone un rimedio peggiore del male che intende curare: lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Così, si dice, le manovre dilatorie della difesa non hanno più ragion d’essere.

Peccato che siano una minoranza i processi che saltano per i cavilli delle difese. Su cento rinvii di cause, i legittimi impedimenti per avvocato o imputato contano, rispettivamente, per il 2,3 e l’1,2 per cento; l’omessa citazione o l’assenza dei testi della difesa per lo 0.1 e l’1,2 per cento, le questioni processuali per l’1,9. Il resto va addebitato, per l’11,2 per cento per assenza o omessa citazione dei testi dell’accusa e il 5,7 per cento all’assenza del giudice. Un buon 58 per cento (che può salire al 70 per cento) di prescrizioni matura ogni anno nelle indagini prima del processo, in mano ai pubblici ministeri.

Il ministro Bonafede ha in animo di aumentare la produttività della macchina giudiziaria con circa trentamila assunzioni di cancellieri; fa i conti senza l’oste. Un oste che si chiama ‘quota cento’: vale a dire quella parte di legge Fornero che Matteo Salvini vuole ‘rottamare’. I nuovi arrivi riusciranno a malapena a pareggiare qualcosa tra il 12-13 per cento di personale amministrativo che andrà in pensione.

Un’occhiata a quello che accade all’interno delle carceri. La polizia penitenziaria nei primi sei mesi di quest’anno ha sventato ben 585 tentativi di suicidio. Il sovraffollamento delle carceri italiane (quasi 60mila detenuti, stipati in strutture spesso fatiscenti; in base ai regolamenti ne dovrebbero essere al massimo 50.600) produce un affetto drammatico: al 15 novembre, sono già 58 i reclusi che si sono suicidati in cella.

L’ultimo caso si è verificato nel carcere veronese di Montorio: un detenuto di 33 anni, di origini tunisine si è impiccato in cella: era stato condannato a quasi tre anni di carcere per una rapina commessa a Padova. Ai 58 suicidi ‘ufficiali’ vanno aggiunti altri 70 detenuti morti in carcere, in molti casi per overdose da droga, per assistenza sanitaria inadeguata o in circostanze ancora da accertare. Il totale al 15 novembre, che ha raggiunto finora 128 decessi, supera già di cinque unità il totale dell’intero 2017.

Il Sindacato autonomo della polizia penitenziaria fa sapere che nel primo semestre del 2018 nelle carceri italiane si sono verificati anche 5.157 atti di autolesionismo.

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