martedì, Settembre 28

Giustizia, un’emergenza che la politica colpevolmente ignora Le carceri rischiano di diventare una bomba ad orologeria

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La ‘notizia’ è costituita dal fatto che non fa più ‘notizia’: nei notiziari radio-televisivi e negli articoli di giornale che danno conto del dibattito e delle proposte dei vari ‘attori’ politici, c’è un grande assente. Di tutto si parla e straparla, si discute, si polemizza, meno che di una questione che, al contrario, dovrebbe essere dirimente: la madre di tutte le questioni.

La questione è quella della giustizia: gli interminabili processi di cui si sa solo l’inizio. Figuratevi: l’altro giorno è stato assolto Antonio Bassolino, per una vicenda di quando era presidente della Regione Campania, un’era politica che si perde nella memoria; nelle stesse ore, assolto anche Guido Bertolaso, per una vicenda di quando era il responsabile della Protezione civile, anche quella ormai dimenticata da tutti… E poi le carceri che scoppiano, le sentenze che tra loro si contraddicono… Ogni anno questo Paese perde centinaia di milioni di euro, per risarcimenti dovuti a ingiuste detenzioni, e non è calcolabile il danno subito per la giustizia denegata sotto forma di investimenti stranieri che evitano l’Italia per timore di una Giustizia che ha i tempi di Matusalemme, e di investitori italiani che preferiscono ‘emigrare’ in paesi dove la certezza del diritto (equità più tempestività, come si insegna fin dai tempi di Cesare Beccaria) è assicurata.

La politica ufficiale, quella di chi oggi governa‘, al pari di quella di chi oggi dice  essere e fare opposizione, ignora con grande, pervicace cura. E dire che ogni giorno la cronaca offre scenari inquietati, che dovrebbero preoccupare. Per esempio, l’altro giorno il quotidiano napoletano ‘Mattino’ ha riferito di una mail inviata dai responsabili della Corte di appello del capoluogo campano al ministero di Giustizia: si informa che ci sono circa 15mila nuovi processi da smaltire (la chiamano ‘sopravvenienza’), un dato che puntualmente verrà riversato nella relazione di gennaio prossimo, in occasione della tradizionale inaugurazione dell’anno giudiziario. Tra quei 15mila nuovi processi da smaltire (e chissà quando; chissà come) molti sono ‘maxi’ dibattimenti: almeno una cinquantina di imputati per volta, con tutte le complicazioni e i problemi che procedimenti di questo tipo comportano in termini di impegno, energie, risorse, durata. Emergenze che non sono una ‘sofferenza’ solo napoletana, e che comunque come effetto ha quello di congelare in una specie di ‘limbo’ giudiziario vicende che da anni attendono definizione. Magari si tratta di casi che hanno fatto scalpore, e che in primo grado si sono concluse con pesanti ‘esemplari’ condanne; e giacciono come un tempo le navi nel mare dei Sargassi,  destinata a congelare in una sorta di limbo giudiziario vicende che attendono da anni una definizione in appello. E che poi, prima di diventare esecutive, devono superare un ulteriore step, quello della Corte di Cassazione; e sperare che nel frattempo non scatti la prescrizione.

Siamo arrivati, nel frattempo, al 51esimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Ne dà notizia Riccardo Arena, animatore di ‘Radio Carcere’, trasmissione dedicata ai problemi della comunità penitenziaria ospitata nel palinsesto di ‘Radio Radicale’. S.R., 36 anni, era in attesa di giudizio, e soffriva di un acclarato disagio mentale. Si è tolto la vita impiccandosi mentre era recluso in una cella di isolamento del carcere di Civitavecchia. Cella di isolamento dove S. doveva essere sorvegliato a vista per evitare che si facesse del male. E’ riuscito ad ‘evadere’, definitivamente.

 Uno dei tanti episodi tragici che si consumano all’interno delle nostre carceri, dice Rita Bernardini, da una decina di giorni in sciopero della fame. La situazione, aggiunge, rischia di esplodere. Ne parla nel corso di una giornata di studio organizzata dall’Università Kore di Enna. Parla di «bomba ad orologeria pronta a deflagrare». La recente rivolta al carcere di Sanremo potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Tutti sanno che c’è, ma la classe politica ‘Titanic’ continua con noncuranza la sua rotta… Bernardini chiede un incontro al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: «Partiamo da un dato di fatto: la popolazione carceraria è notevolmente aumentata, siamo alla soglia dei 60 mila detenuti. Le condizioni di vita dei detenuti sono fuori da ogni parametro di legalità». Il rischio è che si ritorni a quando le rivolte erano all’ordine del giorno: «In questi anni, ricordando specialmente l’impegno di Marco Pannella, noi abbiamo coinvolto decine e decine di migliaia di detenuti che invece di fare le rivolte hanno fatto lo sciopero sposando il metodo non violento. Però la situazione rischia di incattivirsi».

Per quel che riguarda la detenzione inumana e degradante si sta tornando ai livelli della sentenza Torreggiani del 2013: quando l’Italia venne condannata per violazione dell’articolo 3 della convenzione dei Diritti Umani. Più in generale, la situazione della Giustizia italiana non è di molto dissimile da quella di una trentina d’anni fa, ed Enzo Tortora a distanza di tanto tempo è ancora il simbolo più emblematico della barbarie giudiziaria. Arrestato con accuse infamanti e infondate nel 1983, Tortora – tanti tendono a smarrirne memoria – venne rinchiuso in carcere e processato; solo dopo un lungo e doloroso calvario venne assolto, riconosciuto innocente, estraneo a ogni imputazione. Una storia, quella di Tortora, paradigmatica di quello che non funziona ancora oggi nel ‘pianeta’ giustizia.

Lo riconosce lo stesso ministro della Giustizia Bonafede. Nel messaggio inviato che ha inviato un messaggio certo non formale al dibattito sulla vicenda di Tortora e le sue implicazioni, organizzato dal Circolo dei Magistrati della Corte dei Conti, Bonafede scrive che la vicenda «segna una pagina triste per il sistema giudiziario italiano…Tortora comprese bene come una giustizia che produce decisioni inique e non rispondenti alla realtà dei fatti non costituiva un problema soltanto per l’individuo destinato a subire gli effetti di queste decisioni ma rappresentava un vulnus tale da danneggiare la credibilità delle istituzioni giudiziarie incrinando la fiducia dei cittadini nei confronti delle stesse».

Per questo Bonafede chiede scusa a Tortora e alla sua famiglia: «In quell’occasione lo Stato non seppe rispondere adeguatamente alla richiesta di un suo cittadino di fare giustizia in maniera certa e tempestiva, accertando responsabilità, torti e ragioni». Per tutte queste ragioni ci si permette di segnalare un libro di recente pubblicazione: ‘Costituzione e clemenza, per un rinnovato statuto di amnistia e indulto‘. Lo hanno curato Stefano AnastasiaFranco CorleoneAndrea Pugiotto, (Ediesse edizioni; 380 pagine per 18 euro). E’  la pubblicazione degli interventi del seminario che si è svolto il 18 gennaio scorso presso il Senato. Un seminario che ha visto la presenza di autorevoli studiosi e giuristi; per citarne alcuni: Gaetano Azzariti,Giovanni Maria FlickRenzo OrlandiCesare PinelliElisabetta Zamparutti. Libro prezioso, per il contenuto, la sostanza degli interventi; e per il momento particolare in cui cade. Perché è importante recuperare il concetto stesso di clemenza, da inserire in questo preciso momento politico dove sembra andare per la maggiore la politica ‘muscolare’ e intransigente. Si tratta di una lettura (o rilettura) costituzionalmente orientata al divieto delle pene inumane e alla finalità rieducativa del diritto punitivo.

   Raccomandabile lettura, ottimo contributo per recuperare quella civiltà giuridica che affonda da Cesare Beccaria e si snoda fino a Piero Calamandrei, e rischiamo seriamente di smarrire. Come osserva il professor Pugiotto fin dalle prime righe della sua relazione introduttiva occorre «ridefinire lo statuto giuridico degli strumenti amnistia e indulto attraverso una loro più coerente disciplina costituzionale o legislativa». Fa bene Elisabetta Zamparutti, presidente di ‘Nessuno tocchi Caino’  a ricordare che «alla fin fine il problema è la mancanza nel nostro Paese, del principio del ‘conoscere per poi deliberare’ che è il fondamento di uno stato democratico e, a ben vedere, la lotta nonviolenta di Pannella, più che per l’amnistia, è stata perché ‘l’Italia torni a potere in qualche misura essere considerata una democrazia’». Se le condizioni in cui versano le nostre carceri e le nostre aule di giustizia sono quelle che sono, è anche perché a queste situazioni  non si è dato quello spazio di conoscibilità che avrebbero meritato.

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