lunedì, Maggio 16

Giustizia: quattro storie che non fanno storia Non le si raccontano, e ‘semplicemente’ le si ignora perché sembra non incuriosiscono

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  Ci sono storie che non solo si fa fatica a raccontare. Non ci si prova neppure: non le si raccontano, e “semplicemente” le si ignora perché sembra non incuriosiscono, non ci si chiede perché accadono.

  La prima di queste storie, a Foggia, il 24 aprile. Un detenuto di 36 anni, P.S., italiano, di origini lucane, si impicca con i lacci delle sue scarpe profittando del fatto che si trova da solo in cella, i suoi compagni sono usciti e sono in cortile per “l’ora d’aria”. Ora è evidente che P.S. ha fatto quello che ha fatto volendolo fare: ha atteso che gli altri detenuti uscissero; ha fabbricato una cordicella con i lacci delle scarpe, e l’ha trasformata in uno strumento per togliersi la vita. Già tutta questa procedura, complessa quanto basta, dovrebbe far riflettere. Poi si viene a sapere che P.S. sarebbe dovuto uscire a giugno. Cosa ci può essere stato da rendere un paio di “attesa” così insopportabili da preferire la morte? P.S. si è ucciso perché non sopportava più il carcere; o – magari – la paura era del “dopo”, dell’uscire e trovarsi come allo sbaraglio, senza prospettive e futuro? C’è chi ipotizza che P.S.soffrisse di problemi psichiatrici. Se è così, come mai era in cella, e gli sono stati negati l’aiuto e l’assistenza di cui aveva diritto?  

  Una seconda storia che si ignora riguarda un detenuto ad Alessandria; è un detenuto affetto da una grave sclerosi che nella maggior parte dei casi “concede” dai tre ai cinque anni di vita. Il detenuto in questione si trova ristretto presso il carcere di Alessandria: gli hanno respinto le istanze di differimento della pena nonostante l’incompatibilità carceraria.Si chiama Massimiliano Cinieri; per i medici le sue condizioni di salute sono assolutamente incompatibili con il carcere. Dai referti emerge chiaramente che le mani e la linguasono atrofizzate; dislalia, problemi nella deglutizione che comporta una dieta liquida e un addensante per poter bere; ci sono poi problemi a una gamba, e per questo cammina con una stampella. Cinieri è affetto da malattia del primo e del secondo motoneurone a prevalente interessamento bulbare (cioè: Sclerosi Laterale Amiotrofica).Non basta. Soffre anche di altri disturbi: diabete in terapia orale ed insulinica; cardiopatia ischemica post infartuale, con posizionamento di stentcoronarici presso O.C. di Asti; ipertensione arteriosa in trattamento farmacologico e dislipidemia in trattamento farmacologico.

  Per queste ragioni, il personale medico ritiene che il suo stato di salute sia incompatibile con il regime carcerario. Più volte Cinieri ha sollevato istanza di differimento della pena, sempre respinta. Vai a sapere e a capire perché.

  Una terza storia, scivolata tra la generale indifferenza. L’ex governatore del Molise, Michele Iorio, si trova accusato di aver creato un sistema”: “Il Sistema Iorio”.

  La storia comincia “solo” otto anni fa, nel 2014. Iorio di fatto è accusato di essere regista e protagonista di una serie di concorsi truccati per aggiudicare “ai soliti amici”  appalti e commissioni. Lunghissima inchiesta, e processo; che si conclude con un’assoluzione. Ma a questo punto, meglio che parli lo stesso Iorio: “Quello contro di me è stato un processo politico con tante interferenze extragiudiziarie che hanno spinto affinché l’indagine andasse in un certo verso. Per qualcuno, a cui davo fastidio, andavo eliminato politicamente per via giudiziaria. Dopo così tanti anni e 44 mila pagine di incartamenti giudiziari e teorie mai divenute prove, vedersi assolto è una grande soddisfazione. Ma c’è l’evidente rammarico che la politica è entrata nelle aule di giustizia”.

  Iorio in tutto subisce 24 processi: terminano tutti con assoluzione, e uno con la prescrizione: “Nei miei riguardi c’è stata una vera e propria tortura giudiziaria. Mi auguro che questo accanimento finisca qui”.

  Storie amare. Ma la quarta, forse lo è più di tutte. La storia di un processo per una strage; che rimane impunita.

  Si deve fare un salto nel tempo: nel 2009. Stephan Schmidheiny, proprietario di Eternit, è condannato a 18 anni in Appello; la Cassazione dichiara tutto prescritto; anche se i processi, in mezza Italia, proseguono.

  Schmidheiny, l’altro giorno è stato condannato in primo grado dalla Corte d’assise di Napoli a tre anni e sei mesi per omicidio colposo: è responsabile della morte di Antonio Balestrieri, operaio di Bagnoli deceduto il 21 ottobre 2009 per mesotelioma pleurico. Uno dei tanti processi all’amianto che si susseguono da una trentina d’anni, centinaia le vittime; giudiziariamente parlando, quasi mai un colpevole che paga.

  Schmidheiny è un magnate svizzero, quarta generazione dei signoridell’amianto. Quella di Napoli è l’ultima di una lista infinita di sentenze, per lo più finite nel nulla. Il primo processo inizia a Torino, è il 2009. L’accusa: disastro ambientale doloso, omissione di misure di sicurezza sui luoghi di lavoro in relazione alla morte o alla malattia di quasi tremila personeimpiegate nei quattro impianti a Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Nel 2012 la prima condanna: 16 anni; in appello diventano 18. Nel 2014 la Cassazione: costretta a prendere atto che tutto finisce in prescrizione: il disastro ambientale cessa nel 1986 con la chiusura della fabbrica, il reato è quindi già prescritto prima del rinvio a giudizio. La prescrizione cancella anche i risarcimenti disposti dalla Corte d’appello, 30mila euro a favore di ciascuna delle 938 parti offese, mai pagati.

  Nel 2015 Schmidheiny è di nuovorinviato a giudizio dalla procura di Torino per l’omicidio volontario aggravato di 258 persone. Processo subito bloccato: gli avvocati della difesa sostengono che il procedimento è viziato in origine: Schmidheiny ègià stato processato per lo stesso reato. La cosa arriva fino alla Corte costituzionale: nel 2016 (sono già passati trent’anni dalla chiusura dell’ultima fabbrica), dispone la divisione del processo in quattro filoni, uno per stabilimento, nei tribunali di Torino, Vercelli, Napoli e Reggio Emilia.Partono così tre dei quattro processi Eternit bis. A Torino Schmidheiny è condannato in primo grado a quattro anni di carcere: omicidio colposo di due operai dello stabilimento di Cavagnolo; si aspetta la sentenza d’appello. A Napoli i Pubblici Ministeri chiedono 23 anni e 11 mesi per l’omicidio volontario di otto persone; ma il 6 aprile scorso per sei casi è scattata la prescrizione; per il settimo, morto nel 2009, Schmidheiny è stato assolto: la vittima abitava nella zona, ma non lavorava alla Eternit.

  Il 9 giugno 2021 alla Corte d’assise di Novara inizia il processo (a Vercelli la corte d’assise non c’è) per i morti dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, il più grande in Italia e in Europa. Schmidheiny è accusato di omicidio volontario per la morte di 392 persone, per lo più malati di mesotelioma pur non avendo avuto nulla a che fare con la fabbrica: hanno respirato un’aria carica di fibre di amianto.

  Casale Monferrato, 30mila abitanti, per più di ottant’anni è stata sede del più grande centro di produzione di manufatti in cemento-amianto d’Europa. I dipendenti della Eternit lavoravano il materiale senza alcuna precauzione; le scaglie di amianto sono entrate anche nelle abitazioni private,distanti solo poche centinaia di metri, e ovunque, nel paese. Le vittime del mesotelioma sono già migliaia, secondo gli esperti il picco sarà raggiunto solo nel 2025.

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