sabato, Settembre 18

Giustizia: per un pugno di wurstel (e formaggio)

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Cominciamo dalla notizia, che è questa: la Corte di Cassazione stabilisce che il ‘fatto non costituisce reato’ se un giovane straniero senza fissa dimora, spinto dal bisogno, ruba al supermercato piccole quantità di cibo per far fronte a quella che viene definita ‘imprescindibile esigenza di alimentarsi’. Nel caso concreto il nomade si appropria di wurstel e formaggio per quattro euro e sette centesimi. Denuncia (lasciamo perdere che qualcuno presenta denuncia per quattro euro e sette centesimi); processi di primo e secondo grado, con condanna a sei mesi di reclusione e cento euro di multa; più, si immagina, le spese. Lasciamo anche perdere la condanna pecuniaria: se uno non ha quattro euro per mangiare wurstel e formaggio non si capisce come  possa avere un centinaio di euro per pagare la multa. Fatto è che la Cassazione alla fine annulla le precedenti condanne e afferma un principio di per sé discutibile e per lo meno labile: ci può stare che l’aver fame sia un’attenuante, ma bisogna pur mettersi d’accordo su come questa fame può e deve essere soddisfatta: wurstel e formaggio, si può. Un pollo o due pacchi di spaghetti? Ma stiamo ai fatti, che di per sé sono assurdi senza aggiungerci altri carichi.

Quattro euro di wurstel e formaggio mettono in moto un meccanismo che a volerlo definire si rischia la diffamazione. Perché il nomade per finire sotto processo deve essere stato, per forza di cose, denunciato; una denuncia, che viene raccolta da un’autorità pubblica, vagliata, protocollata,  inoltrata alla procura competente. Quest’ultima avrà senz’altro ravvisato validissimi motivi per procedere, e istruire il relativo processo; una prima e una seconda corte di giustizia si riuniscono per un verdetto, e insomma tutta la macchina giudiziaria che sappiamo. Ci vogliamo mettere una decina di toghe al lavoro, per tutti e tre i procedimenti? E poi un bel po’ di carte, di tempo e tutto l’ambaradan che un procedimento giudiziario comporta. Perché non sono neppure andati in ‘automatico’: in questa vicenda si sono ben applicati. Per esempio il Procuratore Generale della Corte di Appello non chiede l’assoluzione, ma uno sconto di pena con la derubricazione del reato: da furto lieve, come stabilito in primo e secondo grado, a tentato furto; perché il nomade è stato bloccato prima di uscire dal supermercato, su segnalazione di un cliente. Insomma, neppure la soddisfazione di mangiarli, i wurstel e il formaggio.

La sentenza di assoluzione recita così: quello commesso dal nomade è un furto consumato e non tentato, ma «la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata e imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità». Ergo: assolto «perché il fatto non costituisce reato». La vicenda comincia nell’anno di grazia 2011. Si conclude l’altro giorno. Cinque anni per stabilire che se si tenta di rubare quattro euro e sette centesimi di wurstel e formaggio perché si è affamati non si è penalmente punibili. Allora: alla fine, il tutto quanto è costato, all’erario, a tutti noi, per risolversi, oltretutto, in una bolla di sapone?

In contemporanea, da Bruxelles la notizia che la giustizia civile italiana viene ritenuta, nell’annuale rapporto di Eurojustice la più lenta: in Italia occorrono 532 giorni di media per un procedimento di primo grado. In Germania ne occorrono 192; in Spagna 318, Francia 348. Però ci occupiamo di quattro euro e sette centesimi di wurstel.

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