martedì, Settembre 21

Giustizia per la monaca di Monza Quanto è difficile giudicare

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 giustizia monaca

La Giustizia non è cosa facile. Lo sanno bene i professionisti che ogni giorno si misurano nelle aule dei tribunali e in tutti i luoghi deputati ad amministrarla, dove si decide della vita delle persone. Lo sa anche, sulla sua pelle, chi ogni giorno deve scegliere se e come reagire alle ingiustizie subite (quando anche ciò sia possibile). Nemmeno pensare e scegliere con equità è facile. Ben vengano, dunque, tutte le occasioni che ci insegnano come si fa. Così si costruisce il futuro. E anche il presente.

Ogni anno, nel Liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano (vicino Roma), si organizza un gioco di simulazione basato sulla vicenda storica di Gertrude, meglio nota come la monaca di Monza, al secolo Marianna de Leyva y Marino (nata e morta a Milano, 1575-1650).

La storia: Marianna de Leyva, di nobili natali, rimase orfana di madre ad appena un anno di vita, e il padre la spogliò della sua eredità. Affidò la bambina alle cure di una zia, che le fece prendere i voti nell’ordine di San Benedetto. Qui la giovane ricevette un’educazione rigida che la fece diventare una donna altezzosa e pronta al comando, per niente avvezza agli affetti. In convento, Marianna incontrò il conte Gian Paolo Osio (Egidio, nella vicenda manzoniana), che divenne il suo amante e poi il padre dei suoi figli, il primo dei quali nacque morto (nella vicenda manzoniana, Gertrude è responsabile di infanticidio). Per nascondere la tresca, Osio commise diversi omicidi, ma morì per mano di un presunto amico, che lo aveva accolto al solo scopo di riscuotere la taglia che pendeva sulla testa del conte. Lei fu condannata alla prigionia perpetua in un ricovero per ex prostitute, e poi dichiarata ‘redenta’ dal cardinale Borromeo dopo 13 anni di reclusione totale. Nello stesso ricovero, Suor Virginia avrebbe trascorso i suoi ultimi anni di vita.

Quella della monaca di Monza è dunque una figura sia storica che letteraria. Nella più celebre ricostruzione della sua vita, quella fatta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, si parla della sua soggezione alle regole sociali, alle convenzioni religiose, alla dialettica del potere familiare. La costruzione psicologica del personaggio si serve dell’elaborazione del concetto di ‘risposta’.

Quando il padre la forza a prendere i voti, “- Domani, – rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva ancora di far qualche cosa, prendendo un po’ di tempo.” E, ancora più avanti, nello stesso capitolo X dei Promessi Sposi: “Sentiva bene che ognuna delle sue risposte era come un’accettazione e una conferma; ma come rispondere diversamente?” Il padre insegna a Gertrude come dovrà rispondere alle domande di chi, nel convento, fuori dalla famiglia, non potrà stare sopra di lei: fuori dalla famiglia, per lignaggio e educazione, sarebbe sempre stata superiore a tutti i suoi interlocutori. Prepara la figlia al dialogo con l’esaminatore che dovrà decidere della bontà della sua vocazione: “Se voi titubate nel rispondere, vi terrà sulla corda chi sa quanto.” Così, “L’esaminatore fu prima stanco d’interrogare, che la sventurata di mentire”. E nell’aggettivo “sventurata” si riassume la vita della fanciulla prima dell’ingresso in convento, un aggettivo che torna per un’ultima ed emblematica volta nel momento cruciale quando Egidio (il personaggio riprende la figura storica del conte Osio), passando sotto la sua finestrella, oserà rivolgerle la parola. “La sventurata rispose.”

Che cosa possa aver risposto, la sventurata, non ha molta importanza. Sta di fatto che lei, altezzosa e distante, perfino crudele tormentatrice delle sue consorelle, concede la sua attenzione a Egidio. Nell’aula di un tribunale contemporaneo i giudici oggi prenderebbero in esame la vicenda di Gertrude considerando il contesto, la personalità, le prove a carico e forse la sua capacità di intendere e di volere. Forse la metterebbero in dubbio. Nel 1600 tutte queste cose non si facevano, eppure la sentenza di reclusione perpetua (praticamente l’ergastolo) forse tenne conto delle stesse attenuanti che i ragazzi del Liceo di Ceccano hanno considerato nella loro simulazione (si può vedere qui).

Così ce ne parla il prof. Pietro Alviti, docente dell’istituto: “Il processo a Gertrude è attività annuale interdisciplinare tra italiano e religione, parte dal personaggio manzoniano per aiutare i ragazzi a comprendere la complessità dell’esistenza, i perché delle scelte, la difficoltà di giudicare. Consiste nella trasformazione delle classi II, che leggono il romanzo, in corti giudiziarie con tutti i protagonisti del reali tribunali. Ogni ragazzo assume un ruolo nella corte: giudice, accusatore, difensore, imputata, testimoni, poliziotti, cancelliere, giornalisti, opinione pubblica. L’iniziativa di solito si conclude con una discussione con un magistrato“.

Tra i temi discussi, la capacità di Gertrude di commettere i reati di cui fu accusata. Quella stessa donna che si era altrimenti dimostrata così debole sarebbe stata capace di commettere tanti delitti? Sarebbe stata fisicamente capace di trascinare la conversa (le converse erano figure laiche che vivevano nell’area del convento, ma senza prendere i voti) assassinata da Egidio?
Ecco le accuse: mentì (non voleva prendere i voti, ma disse di volerlo fare); uccise il figlio della relazione con Egidio; fu complice dell’omicidio della conversa e del rapimento di Lucia Mondella; intrattenne una relazione carnale con Egidio.

Ed ecco la difesa: l’educazione di Gertrude aveva fatto di lei un essere privo di valori, che oscillava tra il desiderio di compiacere la volontà del padre e quella di Egidio (la sola figura maschile ad essersi curata di lei). Manzoni: “…i parenti di Geltrude l’avevano educata all’orgoglio, a quel sentimento cioè che chiude i primi aditi del cuore ad ogni sentimento cristiano, e gli apre a tutte le passioni. Il padre principalmente,… si era studiato di far nascere nel suo cuore quello della potenza e del dominio claustrale”. E ancora: “La religione, come l’avevan insegnata alla nostra poveretta, e come essa l’aveva ricevuta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva cime un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più una religione, ma una larva come l’altre”.

Nella simulazione del 22 maggio 2014, le due classi di Ceccano hanno raggiunto due sentenze diverse, una di condanna ed una di assoluzione. Con il contributo della dott.ssa Paola De Santis, frusinate, e magistrato a Roma, gli studenti hanno poi approfondito i due verdetti, cercando di elaborare le difficoltà di emettere un verdetto, stabilire le responsabilità personali, tener conto delle attenuanti, studiare attentamente la fattispecie del reato.

In un mondo basato su un sentimento di ingiustizia e invidia sociale, disuguaglianza, prevaricazione, oggi più che mai, chi è la vittima e chi è il carnefice? Deciderlo è sempre più difficile. Provare per credere.

 

NB: Il 21 e 22 maggio, a Milano, si è svolta la Maratona Manzoni. 160 lettori, per cinque minuti ciascuno, hanno letto il capolavoro manzoniano, senza interruzioni. La maratona è stata organizzata da Valeria Andreoli, Claudia Fredella, Mirella Maestri.

 

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