sabato, Ottobre 16

Giustizia: non ‘errori’, ma ‘sistema’ Già in un carteggio del 1911, Benedetto Croce consigliava prudenza e cautela

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  Se ne sentirà ancora parlare, e si scriverà ancora per tanto tempo, delle oscure vicende che vedono per protagonisti l’ex magistrato Piercamillo Davigo, la procura di Milano, dossier clamorosi di dubbio contenuto circa presunte attività di una fantomatica loggia chiamata ‘Ungheria’. Una vicenda tutt’altro che chiara, su cui indagano ben quattro procure: Brescia, Milano, Perugia, Roma; e da ieri, dopo un vertice tra il ministro della Giustizia Marta Cartabia e il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvil’accordo che sia la Procura Generale a valutare eventuali iniziative disciplinari.

  Si tratta di un epifenomeno: la punta di un gigantesco iceberg che si chiama Giustizia e pessimo modo di amministrarla

  Sai, ha scritto qualcosa che irrita molto irritato un magistrato; irritazione che prende corpo in procedimento giudiziario…”. La ‘disavventura’ si conclude con una raccomandazione: quella di stare il più lontano possibile dai tribunali. La ‘disavventura’ è capitata a Giuseppe Prezzolini; ne parlano tra loro Giovanni Amendola e Benedetto Croce; è Croce a raccomandare prudenza e cautela. Le date del carteggio sono significative: giugno del 1911, più di cent’anni fa. Consiglio, raccomandazione, tuttora valido. Anzi, di più, a dare credito alle quotidiane cronache: peraltro omissive; raccontano un decimo di quello che effettivamente si consuma nelle aule di giustizia (e nelle redazioni dei giornali). 

   A Croce, al suo ‘consiglio’, alla sua ‘raccomandazione’, si può pensare ogni volta che si rendono noti i risultati di sondaggi demoscopici: concordi nel certificare che un italiano su due ha poca o nessuna fiducia nei confronti dei magistrati e del modo in cui applicano le leggi di cui, purtroppo, questo Paese è infarcito.

Si parla spesso, si ragiona e si ammonisce intorno a quello che comunemente viene definito ‘l’errore giudiziario’. Parlare di ‘errore giudiziario’ spesso è un alibi, un alleggerirsi la coscienza. Valga il monito di Alessandro Manzoni: quasi sempre si tratta di ‘errori’ ben visibili, evitabili. Visibili ed evitabili proprio da parte di chi li commette: trasgrediscono le regole ammesse da loro per primi. Conviene lasciar parlare lo stesso Manzoni, nell’introduzione alla ‘Storia della colonna infame’ (un testo che andrebbe studiato in tutti i corsi per diventar magistrati e giuristi). Il passaggio chiave:

   “…Se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa…”. 

Manzoni ne scrive al passato; nel parafrasarlo si può usare il presente indicativo, e coltivare un certo timore per quel che riguarda un futuro prossimo. Quando i principi ci sono, le regole si conoscono e si dispone anche di adeguati strumenti, l’‘errore’ commesso cessa di essere tale: i principi non si  prendono in considerazione; le regole sono disattese perché così si vuole. 

Una pagina esemplare, la si ricava da uno dei più famosi e cupi racconti di Leonardo Sciascia, ‘Il contesto’. L’ispettore Amerigo Rogas è a colloquio con un alto magistrato, il Presidente Riches. Quest’ultimo espone la sua idea di giustizia, terrificante requisitoria di cui si trova quotidiana applicazione ogni giorno: 

 «Prendiamo la messa: il mistero della transustanziazione, il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo. Il sacerdote può anch’essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dall’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi…». 

 L’errore giudiziario non esiste, conclude il magistrato; e dopo aver individuato in Voltaire, e il suo ‘Traité sur la tolérance a l’occasion de la mort de Jean Calas, il punto di partenza da cui si è cominciato a erodere, a mettere in discussione la sacralità del giudice-sacerdote, conclude:

  «La sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere, e sarà, quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo. Non ci potrà essere altro modo di amministrare la giustizia. Dico di più: non c’è mai stato. Ma ora viene il momento di teorizzarlo, di codificarlo. Perseguire il colpevole, i colpevoli, è impossibile, praticamente impossibile, tecnicamente. Non è più il cercare l’ago nel pagliaio, ma il cercare nel pagliaio il filo di paglia…».

 La letteratura è piena di figure di magistrati, di ‘uomini di legge’. Uno dei più famosi è il giudice Selah Lively, di Edgar Lee Masters:

Immagina di essere alto un metro e cinquantotto 

e di avere iniziato a lavorare come garzone in una drogheria 

studiando legge a lume di candela 

finchè non sei diventato avvocato. 

E poi immagina che, grazie alla tua diligenza 

e alla frequentazione regolare della chiesa, 

tu sia diventato il legale di Thomas Rhodes

che collezionava cambiali e ipoteche, 

e rappresentava tutte le vedove 

davanti alla Corte. E che in tutto questo 

ti canzonassero per la tua statura e ridessero dei tuoi vestiti 

e dei tuoi stivali lucidi. E poi immagina 

di essere diventato Giudice di Contea. 

E che Jefferson Howard e Kinsey Keene, 

e Harmon Whitney, e tutti i giganti 

che ti avevano schernito, fossero obbligati a stare in piedi 

davanti al banco e a dire “Vostro Onore” –

Beh, non pensi che sarebbe naturale 

che io rendessi loro la vita difficile?”.

       Ecco, questo è sicuramente un modo di amministrare la legge, nel rispetto delle regole; e di negare al tempo stesso giustizia.

   Può bastare. Consideriamoli, questi testi, una sorta di contravveleno; testimonianza, per dirla con il poeta francese Renè Char, di ‘fantastica amicizia’ da opporre ai “tempi dei monti furenti” che tocca vivere e patire.

   Quello che accade, in parole povere, è questo: uno studente consegue una laurea in legge, supera un concorso; ecco che in ‘automatico’ assume un potere straordinario, che ha pochi eguali, sui propri simili. Il potere di stabilire cos’è giusto e cosa è sbagliato; cosa va sanzionato e come… Perché la legge, le leggi, ancorché imperfette spesso, ancora più spesso solo elastiche e consentono ampi margini discrezionali. E in caso di ‘errore giudiziario’, anche quando non si tratta di “errore”, chi lo commette può contare su una sostanziale impunità.

Sciascia, che per sua stessa ammissione era letteralmente ossessionato dalla giustizia e di come si amministra, avverte: 

«Una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano l’arbitrio. Quando i giudici godono il loro potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta giudicarli. E siamo a questo punto…».

Da tempo immemorabile s’usa dire che «la Giustizia in Italia è malata!». Ottimistica affermazione: più che malata si dovrebbe dire che agonizza, moribonda.

  Dal 1991 al 2019 si sono censiti ben 28.893 ‘errori giudiziari’: circa mille l’anno; più di tre al giorno. Si tratta di ‘errori/orrori’ che stravolgono e ‘segnano’ in modo indelebile chi ne è vittima, e le loro famiglie; e poi il grave peso in termini economici: indennizzi e risarcimenti che gravano sulle casse dello Stato, e dunque del cittadino. Ogni anno circa 28 milioni e 400mila euro di rimborsi; dal 1991 al 2019 circa 824 milioni di euro.

   Dati ufficiali, forniti dai Ministeri dell’Economia  e della Giustizia. Nel solo 2019 le ingiuste detenzioni riconosciute sono un migliaio, oltre 44 milioni di euro di risarcimenti e indennizzi.

   Come si vede, cifre sono da capogiro. Occorre poi tener presente che i casi di ingiusta detenzione potrebbero essere molti di più rispetto a quelli che risultano dal censimento ufficiale: che tiene presente solo i casi in cui si giunge a un effettivo risarcimento per i giorni ingiustamente trascorsi in carcere o agli arresti domiciliari. Accade infatti che delle domande di riparazione presentate alle corti d’appello, una gran parte vengono respinte: almeno un terzo. L‘Unione Camere Penali denuncia:

   Nei Palazzi di Giustizia e negli Istituti di pena, i ritardi per giungere a sentenza, dovuti all’enorme carico processuale, si sono ulteriormente aggravati per l’emergenza sanitaria, che ha ridotto il personale e ha imposto la drastica diminuzione dei fascicoli da trattare in udienza […] I tempi della Giustizia saranno, pertanto, ancora più lunghi, con gravi riflessi individuali su imputati e persone offese e conseguenze negative per la credibilità del Paese e per la sua economia“.

  Personalmente sono convinto, sulla scorta dei tanti casi che ho conosciuto e cercato di documentare in innumerevoli servizi per latelevisione, in articoli e libri, che la situazione sia perfino peggiore di quella che ci siamo sforzati di descrivere. Il ‘sistema’ (così lo chiama Luca Palamara) è un qualcosa che ci trasciniamo da decenni, e molto più esteso, ramificato di quanto si creda. S’usa dire che non si deve generalizzare: una mela marcia non comporta che lo siano tutti le altre nel cesto. Si può ormai dire che le mele sane sono una minoranza. Prima se ne prenderà coscienza e conoscenza, meglio sarà per tutti.

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