lunedì, Maggio 16

Giustizia: Mattarella indica la strada della ‘dignità’ Impartisce una vera e propria lezione ai parlamentari e ai partiti; un cronoprogramma, quasi. Analitico, enumera problemi, urgenze, scadenze

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Importante avvertenza, ad uso di chi non conosce (o conosce poco) il presidente Sergio Mattarella: siciliano dall’alluce ai capelli, è attentissimo alle parole; ha assorbito la prudenza audace di un Aldo Moro (sì, può sembrare un ossimoro, del resto Moro ha coniato le famose ‘convergenze parallele’); da professore di diritto e ex giudice costituzionale, a differenza del predecessore Giorgio Napolitano, più sensibile alla ‘politica’, lui è attento alle ‘istituzioni’. Soprattutto nelle vene gli scorre quello che si può definire ‘sangue-ghiaccio’: non che non provi sentimento, emozioni, commozioni; tutt’altro: solo che ha cura di conservarli nel suo ‘privato’; sono cose personalissime, che condivide con pochissime e fidatissime persone. Per il resto a prima vista può sembrare grigio, monocorde, monotono, noioso perfino. Ecco un errore nel quale è bene non cadere. Mattarella va ascoltato, ma soprattutto, letto con molta attenzione. Chi lo fa scoprirà una persona che è troppo presto definire ‘statista’ (questo lo si potrà valutare fra venti, trent’anni, a passioni e polemiche sopite). Di certo ha senso dello Stato”.

  Un senso dello Stato che ha voluto pienamente dispiegare in occasione del discorso di insediamento del suo secondo settennato presidenziale. Se un suggerimento si può fare, è quello di recuperare dal sito del Quirinale questo suo discorso e affiancarlo al ‘saluto’ pronunciato a fine/inizio anno 2021-22. Vero che si tratta di due situazioni diverse: a fine anno Mattarella saluta il Paese, è convinto di avere davanti a sé un futuro attivo sì, ma pur sempre da ‘emerito’, pensionato. Nel discorso di insediamento, il ‘registro’ è un altro: impartisce una vera e propria lezione ai parlamentari e ai partiti; un cronoprogramma, quasi. Analitico, enumera problemi, urgenze, scadenze. Chissà se i tanti che tante volte hanno applaudito, si sono resi conto, hanno compreso quello che Mattarella ha detto loro. Si applaude per assentire e condividere; quei 53 battimani (Sandro Pertini, il ‘Presidente degli italiani’ ne ebbe sei) sono altrettanti impegni. Se lo ricordino bene, quei plaudenti.

   Veniamo ora al sodo, al ‘beef’. Si suggeriva poc’anzi di fare la comparazione tra i due ‘messaggi’. In quello di fine/inizio anno Mattarella si mantiene sulle generali. Per esempio non un solo cenno alle delicatissime questioni della giustizia. ‘Silenzio’ certamente non casuale: come dire: ci pensi il mio successore, nei tempi e nei modi che riterrà più consoni.

  Il ‘messaggio’ del secondo giuramento è invece un impegno, un annuncio di interventi e di vigilanza per quello che saranno i prossimi sette anni; che evidentemente Mattarella intende svolgere avvalendosi di tutte le sue prerogative. Di cristallina chiarezza la seconda parte del discorso, quella caratterizzata con un capitoletto: ‘Dignità’. La parola ‘dignità’ è pronunciata ben quattordici volte. Dignità per quel che riguarda il lavoro e le troppe morti “che feriscono la società e la coscienza di ciascuno”. Il NO al razzismo e all’antisemitismo; alla violenza sulle donne; gli immigrati; la tratta e la schiavitù degli esseri umani; il diritto allo studio; il rispetto per gli anziani; il contrasto alle povertà, e alle precarietà; il non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità; le carceri sovraffollate, il reinserimento sociale dei detenuti, migliore garanzia di sicurezza; i problemi quotidiani delle persone con disabilità e gli ostacoli che immotivatamente incontrano; contro le mafie, i ricatti della criminalità, le ‘complicità di chi fa finta di non vedere’; la garanzia e il diritto a ‘un’informazione libera e indipendente’.

   Una sorta di compendio di quello che si può trovare nella prima parte della Costituzione. Temi, questioni che richiamano l’attenzione dei politici, dei parlamentari, dei partiti, dello stesso popolo italiano a quei gangli fondamentali che da troppo tempo attendono risposte adeguate.

  Ora la prima parte dell’intervento. Si toccano molti punti importanti. Una sorta di ‘premessa’, costituita dall’ammonimento che con la pandemia da Coronavirus ancora non si è finito di fare i conti, che l’emergenza è tutt’altro che superata; la consapevolezza che si vive “una fase straordinaria in cui l’agenda politica è in gran parte definita dalla strategia condivisa in sede europea”.

  Non solo l’afflato europeo, rafforzato alla fine con il commosso richiamo a David Sassoli. C’è la preoccupata esortazione a una riflessione sul “funzionamento della nostra democrazia, a tutti i livelli. Proprio la velocità dei cambiamenti richiama, ancora una volta, il bisogno di costante inveramento della democrazia”; con l’avvertenza: “Un’autentica democrazia prevede il doveroso rispetto delle regole di formazione delle decisioni, discussione, partecipazione. L’esigenza di governare i cambiamenti sempre più rapidi richiede risposte tempestive. Tempestività che va comunque sorretta da quell’indispensabile approfondimento dei temi che consente puntualità di scelte”.

  Segue il monito a non cedere alle tentazioni di un efficientismo garantito da “regimi autoritari o autocratici”, che “rischiano ingannevolmente di apparire, a occhi superficiali, più efficienti di quelli democratici… La sfida – che si presenta a livello mondiale – per la salvaguardia della democrazia riguarda tutti e anzitutto le istituzioni”.

   Qui, una parte centrale del discorso di Mattarella: “Dipenderà, in primo luogo, dalla forza del Parlamento, dalla elevata qualità della attività che vi si svolge, dai necessari adeguamenti procedurali… Per questo è cruciale il ruolo del Parlamento, come luogo della partecipazione. Il luogo dove si costruisce il consenso attorno alle decisioni che si assumono. Il luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo cresce nella società civile”. Il tutto accompagnato da un richiamo severo e diretto: “I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali. Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso. Deve poter far affidamento sulla politica come modalità civile per esprimere le proprie idee e, insieme, la propria appartenenza alla Repubblica”.

  Infine, ma non infine, la giustizia e la sua amministrazione. Mattarella interviene con nettezza e mette da parte i toni felpati e cardinalizi cui ci aveva abituato. Conviene riportare integralmente le sue parole: “…mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia. Per troppo tempo è divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività…È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono rimanere estranee all’Ordine giudiziario…In sede di Consiglio Superiore ho sottolineato, a suo tempo, che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza. I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone…”.

  Mattarella, che torna al Quirinale rieletto da un Parlamento disperato che non ha saputo trovare alternative, indica con precisione una direzione, e i binari lungo i quali si deve sviluppare questo percorso. Pronuncia le parole che dovevano essere dette e ci si attendeva. Ora il Governo, le istituzioni parlamentari, e anche il popolo italiano, devono dare corpo e sostanza a queste preziose parole. A questo punto alla Esopo: ‘Hic Rhodus, hic salta’; o la sua variante hegeliana: ’Hier ist die Rose, hier tanze’. Salto, o danza che sia, da subito.

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