venerdì, Dicembre 3

Giustizia: le inequivocabili parole di Marta Cartabia "La malattia che affligge la giustizia italiana è grave. Il paziente è grave. E mi riferisco solo ad uno dei problemi: quello dei tempi"

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In questi giorni il Ministro della Giustizia, Marta Cartabia è impegnata in una trasferta negli Stati Uniti. Ha avuto colloqui con il suo omologo Merrick Garland, con il Presidente della Corte Suprema, John Roberts, e una conferenza alla New York University sui temi della giustizia. Lì, negli Stati Uniti, Cartabia ha detto e dice cose su cui soprattutto noi italiani dovremmo riflettere. Un viaggio, sostengono alcuni osservatori, anche per accreditare una sua eventuale candidatura alla presidenza della Repubblica. Pare che l’amministrazione Biden nutra una certa curiosità nei confronti di questa personalità che certamente è anomala, rispetto al tradizionale ceto politico italiano.

  Di sicuro Cartabia ha esibito un ottimo biglietto da visita. I suoi interventi sono inequivocabili: “La giustizia è la spina dorsale del sistema istituzionale e della vita sociale ed economica. Avere questa spina dorsale ben retta e solida è indispensabile perché poi tutte le altre attività della vita di un Paese, e i rapporti reciproci con i singoli partner, possano funzionare meglio”. E ancora: “Sono venuta a promuovere l’idea di una giustizia che esce dalle stanze segrete dei suoi addetti ai lavori, e si mette al servizio di una rinascita della vita economica e sociale, dopo la pandemia”.  

  Questi interventi vanno collegati a quelli del settembre scorso nell’ambito dei tradizionaliincontri di Cernobbio. Una analisi e una diagnosi di sapore radicale, se così si può dire: La malattia che affligge la giustizia italiana è grave. Il paziente è grave. E mi riferisco solo ad uno dei problemi: quello dei tempi“.

  Tra i 47 Paesi su cui si estende la giurisdizione della Corte europea dei diritti dell’uomo, l’Italia ha il primato delle condanne per i processi troppo lunghi: 1.202 dal 1959, data di avvio di attività della Corte di Strasburgo, ad oggi.

  Una crisi che ha anche pesanti ripercussioni economiche. Secondo i dati riportati da Cartabia, negli ultimi cinque anni lo Stato ha pagato 574 milioni di indennizzi. Esorbitante il numero di casi coinvolti: sono stati emessi 95.412 decreti; 95mila 412 persone sono rimaste in attesa di giustizia oltre una ragionevole durata. Nel solo 2020 sono sopravvenuti 14.429 procedimenti di irragionevole durata; per un importo complessivo di 105.798.778 euro.

  La conferma, ennesima, che le questioni relative alla giustizia sono le vere, grandi emergenze di questo Paese.

  Sempre a proposito di cifre e numeri: secondo i dati forniti dal Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria al 31 ottobre 2021, i detenuti negli istituti di pena risultavano complessivamente 54.307. Stabile, sempre secondo i dati ufficiali forniti dal DAP anche la capienza regolamentare50.851 posti. In lieve aumento la presenza di stranieri: 17.315. Le detenute donne sono 2.283. Di carcere si può morire: lo confermano i dati dei suicidi negli istituti di pena italiani. Al 31 dicembre 2020 secondo il DAP sono 61 i detenuti che si sono tolti la vita. Un dato che, con quello del 2018, rappresenta il dato più alto dal 2002 ad oggi.

  Dal 2009 al 2017 cresce in maniera costante la presenza dei volontari in carcere. Nel 2017 sono oltre 16mila i volontari impegnati in diverse attività. Nel 2009 erano circa 8mila. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio dell’associazione Antigone, negli istituti visitati il rapporto detenuti/volontari è pari un volontario ogni 7 detenuti.

  L’ultimo rapporto del Comitato di Giustizia del Parlamento, rileva come i detenuti di età più adulta siano cresciuti del 243 per cento, tra il 2002 e il 2020, passando da 1.500 a oltre 5.000. Il 90 per cento di loro presenta almeno un problema di salute, fisico o mentale, o una disabilità. Più del 50 per cento ha tre o più patologie. Il 70 per centodei detenuti con più di 60 anni ha ricevuto un trattamento medico nei dodici mesi precedenti all’arresto. Contro il 45 per centodei soggetti al di sotto dei cinquant’anni.

  Un recente studio dell’università Bocconi mette in evidenza che ogni detenuto costa alla comunità 154 euro al giorno: solo sei per il mantenimento del detenuto, appena 35 centesimi per la sua rieducazione, peraltro precetto sancito dalla Costituzione. Il denaro che lo Stato spende non mira dunque all’attuazione di uno principio costituzionale. Non rieducare di fatto incrementa la recidiva che, sottolinea lo stesso studio, è del 68 per cento; percentuale che scende al 19 per cento quando si applicano misure alternative come la semilibertà e le forme di inserimento lavorativo.

  Infine, il problema del disagio mentale. L’indagine è relativa alla situazione nella sola regione Lombardia, ma è da credere che non si tratti di una situazione isolata.

  In Lombardia soffrono di disturbi mentali 880 detenuti su 7.800, ma i posti per loro sono solo trenta. Nella relazione di Francesco Maisto, Garante milanese delle persone private della libertà, si denuncia che “la maggiore criticità attuale in tutte le nostre carceri è rappresentata dalla grave carenza di assistenza psichiatrica“. Una realtà peggiorata negli ultimi anni. Da gennaio 2015 a fine aprile 2021 “si è assistito ad un crescendo di tale fenomeno“. L’anno peggiore è stato il 2020: “É evidente”, osserva Maisto, “come l’impatto dei disturbi psichiatrici e del comportamento sia decisamente importante rispetto alla difficile gestione dei detenuti che viene, da più parti, rappresentata“. A livello regionale, si legge nella relazione, sono ben 880 le persone con problemi di patologie psichiatriche (672) o con disturbi del comportamento (208). Eppure in Regione sono solo due i reparti all’interno delle carceri destinati a reclusi con questi problemi: a Monza e a Pavia. “In tutto, appena una trentina di posti letto, osserva Valeria Verdolini di Antigone Lombardia.

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