sabato, Settembre 18

Giustizia: la vera ‘riforma’ nascosta Affida al Parlamento la fissazione di criteri di perseguibilità e permette di decidere di perseguire certi reati e non altri. È la prima pietra di un edificio che può portare alla divisione delle carriere, e quindi, specialmente alla sottoposizione dei PM al potere esecutivo, sotto forma organizzativa

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Per non farci mancare nulla, accanto alle urla e alle vanterie nazional-populistiche di una genìa di commentatori improbabili delle varie performance olimpiche dei nostri atleti‘ (comincia a stancar-mi questa definizione, che ormai è una buffonata), ora anche i litigi e i racconti struggenti di sacrifici immani e non so che altro.
Per spiegare meglio,  un esempio. L’altro giorno, per puro caso facendo ‘zapping’ (vedete? anche io so l’inglese), sono capitato a sentire il commento ad una partita di pallavolo tra una squadra italiana e un’altra. Non importa quale, non importa quando, non importa chi. Importa come: ridacchiare più o meno sgangheratamente degli errori degli avversari, rovesciare chilogrammi di commenti tecnici incomprensibili per dimostrare di saperne più degli stessi giocatori, esultare sbeffeggiando l’avversario per qualche tiro riuscito e sottovalutare i ‘nostri’ errori (salvo a tradire il terrore quando gli errori sono di più), non ha nulla a che vedere con una cronaca dignitosa e anche competente, specie se ciò si accompagna ai toni sempre esaltati e autoinneggianti delle varie nostre ‘imprese storiche’: ormai ogni medaglia o quasi medaglia èstorica‘ e ‘l’atletache la compie entra nella storia.
Mi si permetta: qui condivido il giudizio di Giorgio Agamben e Massimo Cacciari (in ordine alfabetico, per carità): il linguaggio è peggio che fascista, e, confesso, a me comincia a fare un po’ paura. Ma sorvoliamo.
Perché accanto a queste cose, più o meno sgradevoli ma comunque sgradevoli, ci sono poi le performance oratorie o confessorie dei predetti ‘atleti’, che riempiono le pagine dei giornali dei loro singulti, tormenti, sacrifici e poi, amori e disamori, coming out e coming in (ignoro il significato di entrambe le espressioni e non me ne può fregare di meno!) noiosi e inutili, e infine, intere colline di pietre tolte dalle scarpe per gettarle in faccia a colleghi, colleghe, allenatori, allenatore, amici, amanti, ex ami-ci, ex amanti … uffa!
Per dirla in francese: se sapete fare una cosa, fatela, fatela bene, noi vi applaudiamo e siamo contenti per voi e per noi e poi basta così. Lasciamo da parte la Patria e i destini immarcescibili e le vostre turbe amorose.

E dunque.
Perché, mentre come dicevo tutto ciò accade, i nostri politici si danno da fare a fare lo stesso in maniera perfino più rozza e scompaginata. Leggo, tra l’altro, di un Giuseppe Conte-ex-pochette afflitto per il ‘turbodecisionismo’ che non lascia il tempo di riflettere e discutere: leggi trattare e fare compromessi. Turbodecisionismo che? Sono vent’anni che si discute di fare una legge che acceleri i processi e di tutto si può parlare meno che di fretta.
Ma di tutto si parla in toni da tifosi, appunto ad imitazione dei nostriatletie commentatori vari.
Affonderanno migliaia, che dico, centinaia di migliaia, ma no milioni di processi; la Magistratura viene scardinata; niente più giustizia per il cittadino; la cancellazione della riforma Bonafede; la sconfitta del giustizialismo; finalmente si potrà operare senza il magistrato affamato alle spalle. Ecc., ecc., ecc.
Ri-uffa, fino alla clamorosa e pensosa considerazione: ora Marta Cartabia ha la strada molto più difficile verso il Quirinale. Cavoli (per non dire ‘sti …’ ), tremendo! Ma, scusate, chi se ne frega?

E dunque, superato lo shock delle difficoltà della signora Cartabia, che di prebende e onori a conti fatti non ne ha avuti pochi e quindi la mia sofferenza è ben controllata, passiamo a cercare di vedere l’orrore di questa ‘riforma’. Che a me, francamente, a me che non sono mai entrato in un tribunale in vita mia e quindi guardo la cosa con poca competenza operativa, diciamo così, non pare poi così devastante.
Al di là di una serie di provvedimenti complicatissimi per favorire l’uso degli strumenti elettronici nei procedimenti, e che si potevano risolvere con tre parole, evitando così le innumerevoli eccezioni e complicazioni interpretative di testi lunghi e verbosi, vi sono due provvedimenti sostanziali (in realtà tre, e lo vedremo non per caso non ne parla nessuno), un termine per le indagini dei PM e una serie di termini per lo svolgimento dei processi.

Diciamocelo chiaramente senza prenderci in giro. Allo stato dei fatti, rebus sic stantibus insomma, i giudici hanno mille ragioni per dire che ciò manderà in fumo migliaia di processi. È banale, è ovvio. Senza arrivare alle urla scomposte dei vari Nicola Gratteri, la cosa è di una evidenza banale.
Pensiamo alle indagini. Se un PM ha sulla scrivania i fascicoli di dieci interrogatori da fare, avrà bisogno di un tempo ‘x’, se sulla scrivania ne ha cento, il tempo necessario è ‘x moltiplicato 10’. È banale. Idem per i processi. Se il giudice, magari monocratico (le cui competenze sono aumentate dalla riforma), ha dieci processi è una cosa, se ne ha cento è un’altra.
Posto insomma anche che si voglia dire che i giudici lavorano poco, aumentato che si sia l’orario di lavoro dei giudici, delle due l’una: o ci sonoxvolte più giudici, oppure ci stiamo, o ci stanno (e vedremo che è così) prendendo in giro.
In altre parole, la premessa di ogni riforma (e non parliamo del processo civile, finora lasciato da parte!) sono l’organico giudicante, l’organico ausiliario, l’organico di servizio. Insomma, molti più giudici, molti più cancellieri, molti più segretari e messi, eccetera. Di ciò, nella ‘riforma’ non vi è traccia.
Si sente di fumosi progetti di ‘uffici del processo’ strani ircocervi che genereranno solo problemi e roba del genere. Occorrono innanzitutto i giudici. E per fare i giudici ci vogliono i concorsi, che non ci sono. E siccome, posto pure che ci fossero, non si possono prendere, che so, seimila giudici tutti insieme, se ne deve prendere massimo ‘x’ all’anno: metti cinquecento, seicento. Magari si potrebbero immaginare dei concorsi ‘riservati’ per giudici onorari o giudici di pace o avvocati molto esperti. Ma il tema è: occorrono prima di tutto i giudici, e per ottenerli ci vuole tempo.
E quindi, se si vuole fare sul serio, la ‘riforma’ va benissimo, ma la si fa, la si vota, la si promulga e si stabilisce che entra in vigore tra sette anni. E intanto si lavora a quanto ho detto.

Poi, uno legge l’art. 3 lett. h e … capisce, o almeno sospetta o intuisce. Mi ha colpito l’altro giorno che uno come Enrico Mentana, addentro a tutto, informato di tutto, dotato di buon naso e di passabile pelo sullo stomaco, senza citare la norma, abbia detto o fatto capire che in realtà cuoce nella ‘riforma’ la separazione delle carriere.
Mi spiego. Quella disposizione dice che «gli uffici del pubblico ministero, per garantire l’efficace e uniforme esercizio dell’azione penale, nell’ambito dei criteri generali indicati con legge del Parlamento, individuino criteri di priorità trasparenti e predeterminati, da indicare nei progetti organizzativi delle procure della Repubblica, al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre, tenendo conto anche del numero degli affari da trattare e dell’utilizzo efficiente delle risorse disponibili; allineare la procedura di approvazione dei progetti organizzativi delle procure della Repubblica a quella delle tabelle degli uffici giudicanti». Disposizione che ha due, secondo me, ‘sbreghi alla Costituzione. Affida al Parlamento la fissazione di criteri di perseguibilità, cioè quali reati perseguire e, quindi, quali no. Che è una plateale violazione della divisione dei poteri (strano che la signora Cartabia non se ne sia accorta) e permette, in pratica, secondo ‘sbrego’, di decidere di perseguire certi reati e non altri, e cioè di vanificare il principio per il quale è il giudice che decide se un possibile reato c’è e pertanto deve perseguirlo, e l’altro, ancora più importante, per il quale il cittadino ha diritto ad avere giustizia.
È la prima pietra di un edificio che può portare alla divisione delle carriere, e quindi, specialmente alla sottoposizione dei PM al potere esecutivo, sotto forma organizzativa. Il contrario di quanto afferma la nostra Costituzione.
Se poi ci mettiamo pure i referendum dei radicali e di Matteo Salvini e di Matteo Renzi, il gioco è fatto.
Da cittadino sono molto allarmato. Se fossi un giudice, sarei allarmatissimo. Se fossi un politico rispettoso della Costituzione, sarei inferocito.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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