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Giustizia: l’Europa condanna l’Italia più di duemila volte Dal 1959 al 2020 l’Italia è stata condannata 2.427 volte dai giudici della Corte Europea di Strasburgo

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E’ un rapporto impietoso, che dovrebbe far riflettere i parlamentari, ma anche il Consiglio Superiore della Magistratura e il sindacato dei magistrati, l’ANM; e anche i cittadini, se sono televisioni e giornali (e il servizio pubblico in particolare), si dessero pena di parlarne: dal 1959 al 2020 l’Italia è stata condannata 2.427 volte dai giudici della Corte Europea di Strasburgo. Non male: “meglio” di noi sono Russia e Turchia.

  A quanto pare non sembra qualcosa di “notiziabile”. Neppure sembra “notiziabile” la richiesta-denuncia dei garanti territoriali dei detenuti. Nel “contributo” inoltrato alla commissione ministeriale presieduta da Marco Ruotolo (e voluta dal ministro Marta Cartabia) per la riforma e l’innovazione del sistema penitenziario e dell’esecuzione penale”, i garanti osservano che “il sistema penitenziario del futuro non potrà tornare a essere quello del passato, come se la pandemia fosse una nuvola passeggera”.

  “Con la costituzione della Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario, si legge nel documento, il ministro Cartabia dà “un nuovo impulso alle aspettative di riforma che l’intero settore dell’esecuzione penale nutre da tempo, e che – dopo la stagione di speranze degli Stati generali della esecuzione penale promossi dal ministro Orlando – sono state in parte deluse dalla mini-riforma del 2018, poi contestate da un indirizzo politico carcero-centrico e infine frustrate dalla emergenza pandemica”.

  Forse le proverbiali fatiche di Ercole erano meno faticose, rispetto al voler fare fronte a tare storiche del nostro sistema penale e penitenziario, rinnovate e rese più evidenti dalla pandemia. Per forza di cose il futuro sistema penitenziario non potrà tornare a essere quello del passato. “La pandemiasostengono i Garanti insegna che il penitenziario non può vivere in una condizione di perenne emergenza, con una capienza costantemente insufficiente alla domanda di incarcerazione. In queste condizioni, anche le minime misure di profilassi sanitaria, quelle che bisognerebbe assicurare anche al di fuori dello stato di emergenza, non possono essere garantite adeguatamente.

  La soluzione, avvertono, non consiste nell’ampliamento della capacità detentiva degli istituti penitenziari: un qualcosa che richiederebbeenormi quantità di risorse finanziarie e umane, e tempi di realizzazione per decenni. Non solo: la pandemia ha messo in luce la vulnerabilità sociale di buona parte delle detenute e dei detenuti, ospitati in carcere per minime condotte devianti e prive di riferimenti esterni per alternative al carcere.

  Dunque, secondo i Garanti territoriali il carcere va inteso come extrema ratio; va superato il meccanismo delle preclusioni assolute nell’accesso ai benefici penitenziari, così come indicano la Corte europea dei diritti umani e la Corte costituzionale.

  Ancor meno “notiziabile” la stravagante sentenza emessa dal tribunale di Lecce. Un uomo di 42 anni, di Gallipoli, qualche giorno fa è stato condannato a tre mesi di carcere. Il piccolo particolare è che l’uomo è deceduto il 12 giugno scorso. In questi cinque mesi nessuno si è dato pena di comunicare il suo decesso, cosicché il processo è andato avanti come nulla fosse. Il condannato “alla memoria” era accusato di aver violato la misura di prevenzione personale del foglio di via obbligatorio disposta dal questore di Lecce il 27 settembre del 2017. Un provvedimento della durata di tre anni, che l’uomo aveva violato. Sorpreso dai carabinieri dove non avrebbe dovuto essere, è scattato un decreto di citazione diretta a giudizio e mandato a giudizio senza il filtro dell’udienza preliminare. Lo scorso settembre lavvocato d’ufficio si era premurato di inviargli una lettera per concordare una strategia difensiva. Ovviamente rimasta senza risposta. A fine settembre l’istruttoria inizia regolarmente; il 28 ottobre il giudice la dichiara chiusa, e ammette i mezzi di prova indicati dal Pubblico Ministero e dalla Difesa, e acquisisce gli atti d’indagine. Nello stesso giorno, la sentenza di condanna: il morto è condannato a tre mesi di carcere “perché le risultanze dibattimentali hanno fornito la prova certa della penale responsabilità. Nella sentenza il giudice sostiene che il condannato “a fronte di tali risultanze … non ha fornito nel corso del processo alcuna spiegazione alternativa, o alcuna giustificazione, circa l’accaduto. Pertanto, si appalesano perfettamente integrati, in diritto, tutti gli elementi costitutivi del reato contestato. In effetti, l’imputato aveva un ben più che giustificato motivo per non presentarsi in aula.

   La cosa viene fuori quando l’avvocato d’ufficio si presenta negli uffici del Registro generale del Tribunale: serve un estratto del casellario giudiziario del cliente, per poter poi scrivere l’atto d’appello. Nella documentazione acquisita è chiaramente specificato che una precedente sentenza a carico del 42enne (un patteggiamento per resistenza e altri reati) è dichiarata estinta per la morte delcondannato a giugno.

  C’è poi la storia di Pierdomenico Garrone; una vera e propria Odissea negli infernali gironi della giustizia italiana: sedici anni e poi l’assoluzione con formula piena.

  Garrone, ex presidente di Enoteca del Piemonte e di Enoteca d’Italia. La sua è una vicenda giudiziaria che ha dell’incredibile: intanto, dice, non è mai stato sentito dai Pubblici Ministeri che lo accusavano. Tutto comincia nell’aprile del 2005: “Ero in viaggio in treno tra Torino e Milano e ricevo una telefonata da mia madre: lei, ma anche mio suocero e mia sorella, si vedono arrivare a casa la Guardia di Finanza col mitra spianato; mettono sottosopra le nostre proprietà. Una volta arrivato ad Acqui Terme scopro di essere indagato. Tra le proprietà perquisite, però, manca proprio la residenza di Garrone. Lui stesso conduce gli investigatori nel suo appartamento, assieme al suo commercialista: “Non volevo essere accusato di aver nascosto o manomesso prove e feci mettere a verbale che nel mandato di perquisizione non era stato inserito il mio luogo di residenza”. Mentre è in corso la perquisizione in procura conferenza stampa dove l’inchiesta viene presentata come se Garrone sia già stato dichiarato colpevole.

  Da quel momento la sua vita cambia radicalmente; si dimette da presidente di Enoteca Piemonte ed Enoteca d’Italia: due istituzioni per la promozione del vino in piena attività, con una rilevanza istituzionale in Italia e all’estero. Non volevo recare nocumento alle due istituzioni, mi sono immediatamente dimesso”. Il 100 per cento di Enoteca d’Italia apparteneva a Buonitalia, società che poi ha incorporato la prima: “La verifica e il controllo spettavano a Buonitalia”. Il fascicolo finisce a Roma. Neanche il magistrato romano che si occupa della vicenda interroga mai Garrone. Dopo l’assoluzione in primo grado, ricorrere in appello: ipotizza la bancarotta fraudolenta per il crac di Buonitalia, fallita nel 2013: anni dopo le sue dimissioni, e nonostante non avesse deleghe operative per fare fatti concreti. Dopo di me”, racconta Garrone, “ci sono stati altri presidenti e commissari e quindi altri collegi sindacali. Inoltre, i vertici di Buonitalia non sono mai stati indagati. Giuridicamente l’accusa è risultata assurda anche per il procuratore generale, che ha aperto l’udienza dichiarando di non poterla sostenere. Perché il processo è durato tanto tempo?

  Garrone, almeno questo, non subisce misure restrittive; ma la reputazione quella viene comunque pregiudicata: “Rimango un signore che nel 2005 riceve un avviso di garanzia più le perquisizioni. Uno che non è stato mai stato sentito né a cui sono stati chiesti chiarimenti, ma che per 16 anni si è portato dietro un carico pendente. Ho perso chance non indifferenti: il settore vitivinicolo è uno dei principali asset del PIL di questo Paese e io ne presiedevo la promozione.

  Non solo reputazione, comunque. Anche dal punto di vista economico, le perdite sono state enormi, a partire dai costi per la difesa, e poi i danni patrimoniali e professionali da centinaia di migliaia di euro, per le possibilità alle quali non ha potuto accedere. Non ultima, la fine di Enoteca: all’epoca della presidenza Garrone c’era il Salone del vino in Piemonte, e il Piemonte era la regione che guidava l’Enoteca d’Italia. Ora non ci sono più il Salone del vino, Enoteca del Piemonte, Enoteca d’Italia: “La promozione del vino non è più a sistema com’era stata progettata allora.

  Non “notiziabile”, infine, neppure il libro ‘Barre di Francesco Carlo, più conosciuto come Kento, rapper di Reggio Calabria. Nel libro Kento racconta le esperienze negli istituti di detenzione minorile dove lui stesso insegna il rap ai giovani. Strutture come Casal di Marmo, Beccaria e Paternostro dove musica e poesia rappresentano due elementi fondamentali durante il periodo della reclusione. E’ un’esperienza di oltre dieci anni, quella di Kento,nei laboratori di svariati istituti penitenziari italiani, a contatto con centinaia di ragazzi detenuti. Con loro scrive strofe, ritornelli e punchline e descrive la vita e le difficoltà nelle carceri, riflette sulla giustizia italiana e l’incerto futuro dei giovani reclusi.L’interrogativo che non vale solo per i giovani detenuti degli istituti minorili: l’articolo 27 della Costituzione prevede il recupero del detenuto; ma come può accadere, se non si fa nulla per rendere concreto e credibile questo reinserimento nella società?

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