mercoledì, Dicembre 8

Giustizia: i problemi si incancreniscono A chi e a cosa serve un Formigoni vecchio e politicamente impotente, in una cella?

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Tutti presi dalla campagna elettorale che si ci è appena lasciati alle spalle; cosi’ bye bye problemi legati alla giustizia e al carcere, espulsi da tutte le agende politiche dei ‘competitori’, e lasciati ulteriormente, colpevolmente, incancrenire.

Questioni, invece, su cui conviene porre la massima attenzione. Una situazione ben descritta da Piero Ferrante, del Gruppo Abele, la meritoria organizzazione fondata e animate da don Luigi Ciotti, che si occupa da sempre di tutte le ‘marginalità’, carceri comprese.

Osserva Ferrante: «Non c’è parola più polisemica di pena. Una parola che, nonostante i suoi tanti significati, non rimanda a nulla che ispiri fiducia o buoni sentimenti. Il carcere è una pena, non c’è dubbio che sia una pena. È, purtroppo, la pena per eccellenza. Nel nostro sistema, nonostante le illusioni normative di studiosi e giuristi, è proprio al carcere come pena che vengono affidate le sorti incerte di una società in crisi di valori e identità». Si riferisce a quello che definisce «il senso profondo sotteso alla redazione, da parte dell’associazione Antigone, del XV Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia. Questa visione sociale sballata del carcere come sola pena, come punizione, come castigo, orienta in effetti la visione della detenzione da secoli, nei fatti restituendo alla società l’idea stigmatica del reo come soggetto irrecuperabile: se delinqui sei contro l’ordine costituito del mondo e, in quanto tale, la reclusione è la sola e unica pena ammessa».

Una visione restrittiva e  pericolosa: che fa a pugni con l’idea di diritto costituzionale: «Non è un caso il Rapporto s’intitoli ‘Il carcere secondo la Costituzione’». In sostanza si vuole sottolineare l’urgenza di un’inversione di prospettiva, prima che il sistema deflagri e collassi. I numeri non si prestano a equivoci: 60mila 439 detenuti al 30 aprile significa 800 persone in più rispetto al 31 dicembre 2018; 8mila rispetto a tre anni e mezzo fa. Un tasso di affollamento oltre il 120 per cento, con il 18.8 per cento delle celle dove manca il rispetto dei 3mq. per detenuto, in aperta violazione con quanto stabilito dalla Corte di Strasburgo rispetto alla dimensione di spazio minima e al d i sotto della quale è il rischio di trattamento inumano o degradante.

Sempre allarmante il dato dei suicidi. Secondo ‘Ristretti Orizzionti’ nel 2018 sono stati 67 (il Ministero dell’Interno ne conteggia sei in meno), un tasso di 11.4 suicidi ogni 10.000 detenuti. 31 i morti (per cause naturali o per suicidio) in carcere dall’inizio del 2019. A preoccupare sono soprattutto i 4 morti di Viterbo e Taranto, quest’ultimo il più affollato d’Italia. Inoltre in carcere ci si uccide quasi 18 volte di più che in libertà. Aumentati  anche gli atti di autolesionismo che nel 2018 si sono attestati a quota 10.368 casi: un incremento di mille episodi rispetto al 2017 e circa 3.500 rispetto al 2015 (955).

Un caso dimenticato: le porte del carcere gli si sono aperte il 22 febbraio di quest’anno. Si parla di Roberto Formigoni, il ‘Celeste’, come s’usava dire: già presidente della regione Lombardia, senatore, esponente di Comunione e Liberazione con addirittura l’ambizione di sostituire Silvio Berlusconi alla guida Forza Italia. Condannato definitivamente per corruzione, non si dice che sia innocente; si osserva che e’ nato il 30 marzo 1947. Dunque 72 anni suonati. Politicamente rovinato. Non e’ comunque colpevole di reati di sangue, non ci sono vittime e parenti di vittime che possano sentirsi offesi o oltraggiati se per una volta lo Stato non mostra il volto di Dracone, ma quello più benevolo e pragmatico di un Cesare Beccaria: che voleva si’ pene, ma certe, e soprattutto rapide e proporzionate.

La domanda cui occorre dare risposta e’: dove sta, oggi, il sugo nel tenere in galera un Formigoni non più potente e arrogante ‘Celeste’, ma un vecchio che e’ l’ombra del potente che fu? Meglio per tutti non sarebbe la concessione dei domiciliari? Li si e’ dati a Berlusconi; perfino, a un certo punto, a un nazista come Erich Priebke, uno dei massacratori dell’eccidio alle Ardeatine. Formigoni è più di loro colpevole?

E’ stato condannato sulla base della legge cosiddetta ‘spazza-corrotti’ retroattivamente applicata. Si sono equiparati i reati contro la Pubblica Amministrazione, come la corruzione, ai reati tipici della criminalità organizzata, precludendo così l’accesso ai benefici penitenziari. Sotto il profile giuridico ci sarebbe parecchio da discutere e eccepire.

Ma in concreto: a chi e a cosa serve un Formigoni vecchio e politicamente impotente, in una cella? Perché negargli un lavoro socialmente utile? Ha il sapore di una inutile e crudele vendetta da meschini manettari. 

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