martedì, Maggio 11

Giustizia: i buoni propositi di Draghi e Cartabia Ecco il percorso che il governo intende intraprendere attraverso il PNRR, tra responsabilità e realismo

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Mostra di avere le idee ben chiare, il Presidente del Consiglio Mario Draghi lunedì scorso, nel corso delle “comunicazioni alla Camera” per illustrare il Piano da presentare all’Unione Europea e imprimere sviluppo e ripresa al Paese, quasi sillaba le parole.Non è soltanto un piano di investimenti”, scandisce. “E’ anche e soprattutto un piano di riforme. La riforma della giustizia affronta i nodi strutturali del processo civile e penale. Nonostante i progressi degli ultimi anni, permangono ritardi eccessivi.

  Draghi ricorda che mediamente occorrono oltre 500 giorni per concludere un procedimento civile in primo grado, a fronte dei circa 200 in Germania: “Il Piano rivede l’organizzazione degli uffici giudiziari e crea l’Ufficio del processo, una struttura a supporto del magistrato nella fase “conoscitiva” della causa.In concreto, significa che si ha in animo di semplificare il rito processuale in primo grado e in appello e dare definitiva attuazione al processo telematico: “Il Governo intende ridurre l’inaccettabile arretrato presente nelle aule dei tribunali, e creare i presupposti per evitare che se ne formi di nuovo.  Questo è uno degli impegni più importanti ed espliciti che abbiamo preso verso l’Unione europea. Obiettivo ambizioso: ridurre i tempi dei processi del 40 per cento per il settore civile, e almeno del 25 per cento per il penale.

  Il giorno prima, non a caso il 25 aprile festa della Liberazione, il Ministro della Giustizia Marta Cartabia rilascia una lunga, e programmatica, intervista al direttore de ‘La Stampa’ Massimo Giannini. Abbiamo”, dice Cartabia, “un’occasione irripetibile per l’Italiavorrei che una cosa fosse ben chiara, ai partiti e ai cittadini: insieme a quella della Pubblica Amministrazione, la riforma della giustizia è il pilastro su cui poggia l’intero Piano nazionale di ripresa e resilienza. Se fallisce questa riforma, molto semplicemente, noi non avremo i fondi europei.

  L’appello è alle forze politiche: un appello alla responsabilità e un’esortazione al realismo: Rinuncino al conflitto permanente e ammainino le ‘bandierine identitarie’La giustizia deve diventare il terreno dove cercare una convergenza per il bene delle future generazioni.

  Cartabia invoca “un grande patto” analogo a quello, “fondativo che fece nascere la nostra Repubblica”. Anche allora, osserva, “c’erano tre forze politiche dominanti che andavano in direzioni diverse, le lotte interne imperversavano. Eppure la Costituzione si fece. Ammirevole ottimismo della volontà, quello che viene esibito dal Guardasigilli. Solo che in quel tempo, pur lacerato, lacerante, drammatico, si poteva contare su personaggi del calibro di Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat…; si potevano condividere o osteggiare le loro opinioni e i loro partiti, erano comunque giganti, e animati da, appunto, “responsabilità” e “realismo”. Oggi un certo qual pessimismo della ragione si giustifica. Non c’è bisogno di farli i nomi dei nani di oggi, vero?

  Per tornare a Cartabia: enuncia il “suo” metodo: “Ascolto profondo delle ragioni contrapposte, nel tentativo di farle convergere. l’obiettivo è una giustizia rapida e di qualità, con riforme dei processi, digitalizzazione, assunzione di personale, ristrutturazioni edilizie. Metodo che riassume in una massima di Sant’Agostino: “Nelle mani i codici, negli occhi i fatti”. Andrebbe scolpita in ogni aula di giustizia…

  Anche Cartabia ha ben chiara situazione e obiettivi: “Una riduzione della durata dei processi civili del 50 per cento può accrescere la dimensione media delle imprese italiane di circa il 10 per cento. Una riduzione da 9 a 5 anni dei tempi di definizione delle procedure fallimentari può generare un incremento di produttività dell’economia dell′1,6 per cento.

  Di suo il professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte di Cassazione presenta un ineludibile “conto”. Al “Riformista”, il quotidiano di Piero Sansonetti, affida quella che si può considerare una vera e propria road map. La premessa: “Una volta il magistrato era la difesa dei cittadini, ora i cittadini hanno l’impressione di doversi difendere dai magistrati”. A questo punto si è arrivati per tanti motivi, e per citarne uno: “l’incapacità del corpo dei magistrati di modernizzarsi, di individuare sistemi di correzione e autocorrezione interni. I magistrati sono interessati al codice e alle leggi, non al funzionamento complessivo della giustizia. Vi dedicano un’attenzione per esigenze di corpo, di carriera e retributive. Ho letto pochi documenti con proposte interessanti sul funzionamento della giustizia, documenti che provengano dal corpo stesso della magistratura…”.

  Per quel che riguarda i rapporti tra giustizia e politica, Cassese osserva che “questa dilatazione delle funzioni della magistratura comincia altrove, con l’occupazione del Ministero della giustizia. Questo ministero, l’unico citato dalla Costituzione, si deve interessare del funzionamento della giustizia. È un apparato del potere esecutivo. I magistrati, parte essenziale del potere giudiziario, non dovrebbero farne parte. Vi entrarono in epoca giolittiana, più di un secolo fa. Allora non esisteva una garanzia dell’indipendenza della magistratura e non esisteva il Consiglio superiore della magistratura così come configurato oggi dalla Costituzione. La presenza dei magistrati nel ministero era indirettamente una forma di tutela dell`indipendenza della magistratura nei confronti della politica. Dopo la Costituzione repubblicana e il ritardato avvio del Csm, tutto questo non ha più ragion d’essere. I magistrati dovrebbero tutti uscire dal Ministero della giustizia”.

  Infine il Consiglio Superiore della Magistratura. Dovrebbe essere il supremo regolatore, evitare i rapporti con la politica, assicurare la giustizia, ma non svolge questo compito: “Ha, nello stesso tempo, ingrandito e diminuito i suoi compiti. Li ha ingranditi perché è stato inteso, da chi ne ha fatto parte, come un organo di autogoverno, mentre nella Costituzione è semplicemente concepito come uno scudo per assicurare l’indipendenza della magistratura. In secondo luogo, proprio perché concepito come organo di autogoverno, è diventato la butta copia del Parlamento. Infine, è stato incapace di individuare i criteri di scelta dei magistrati, specialmente dei titolari degli organi direttivi e quindi non ha svolto la funzione positiva che doveva svolgere. Che sia un organo fallito mi pare a questo punto sotto gli occhi di tutti”.

  Secco il giudizio: l’ordine giudiziario italiano, “oggi non corrisponde al modello del “potere limitato” di Montesquieu”.

  Il combinato disposto Draghi-Cartabia (e certamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è tacito, compiaciuto, benedicente) mostra il percorso che il Governo, intende intraprendere, nonostante le “mattane” che possono arrivare dal Movimento 5 Stelle o dalla Lega.

Aggiungiamoci le “riflessioni” del professor Cassese, che sono certamente condivise da molti giuristi ed esperti del diritto, ed ecco che il quadro è ben definito: si sa perfettamente, è ben chiaro cosa urge e a cosa è necessario porre mano. Che tutto si possa e si voglia tradurre in qualcosa di concreto, palpabile, visibile e vivibile, tutto ciò, è in mente Dei

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