sabato, Settembre 18

Giustizia: gli impegni di Draghi e Cartabia Costituzione, diritto, progettualità a lungo termine: queste le parole chiave usate dal Presidente del Consiglio e dal Guardasigilli

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Frasi, prese di posizione da scolpire in tutti i luoghi dove si celebra e si amministra la giustizia. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi, al termine della visita al carcere di Santa Maria Capua Vetere: “La responsabilità collettiva è di un sistema che va riformato. Il Governo non ha intenzione di dimenticare. Non può esserci rieducazione dove c’è sopruso. La Costituzione italiana sancisce all’articolo 27 i principi che devono guidare lo strumento della detenzione. ‘Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’…A questi principi deve accompagnarsi la tutela dei diritti universali: il diritto all’integrità psicofisica, all’istruzione, al lavoro e alla salute, solo per citarne alcuni. Questi diritti vanno sempre protetti, in particolare in un contesto che vede limitazioni alla libertà”.

  In parallelo il ministro della Giustizia Marta Cartabia: “Lo sappiamo, e lo sa bene chi ci vive e lavora in carcere che la pandemia, le tensioni, le rivolte, il sovraffollamento, le tante carenze strutturali ha fatto di quest’ultimo anno un anno particolarmente difficile per il carcere. Ma non possiamo solo inseguire le emergenze ma occorre progettare a lungo termine. Bisogna prevenire e guardare con prospettiva lunga…”.

  Costituzione, diritto, progettualità a lungo termine: queste, dunque, le parole chiave usate dal presidente del Consiglio e dal Guardasigilli. Un respiro lungo, che vada al di là del pigolare di un Giuseppe Conte, un bla-bla strumentale, utilizzato per consolidare una fragile leadership all’interno del Movimento 5 stelle.  

   E’ alla carne delle questioni che si deve puntare; per esempio, a quella riforma del pianeta carcere che sciaguratamente il Ministro Alfonso Bonafede ha bloccato. Quella riforma dell’ordinamento penitenziario voluto dal ministro Andrea Orlando e che il Partito Democratico (il partito di Orlando), dovrebbe assumere come bandiera. Se non ora, quando? Cartabia non lo manda a dire: “Il sistema penitenziario va riformato”.

  Appena insediato al ministero di via Arenula, una delle prime iniziative di Bonafede, preoccupato solo di dimostrare che sapeva far la faccia feroce, è stata bloccare il processo di riforma. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Novello Attila, ha sparso palate di sale sul lavoro della commissione Giostra, e svuotato il paziente lavoro svolto nellambito degli Stati generali del e sul carcere. Via le possibilità di ricorso a pene alternative, eliminati gli automatismi nellesecuzione della condanna, e in parallelo maggiore discrezionalità per i magistrati di sorveglianza per decidere caso per caso il percorso del detenuto.

   Ora che al ministero c’è un Presidente emerito della Corte Costituzionale con una solida cultura giuridica e una sperimentata sensibilità per le tematiche del diritto ‘mite’, l’accantonato lavoro dellex ministro Orlando va ripreso; a partire da una rimodulazione e un aggiornamento di una legge sull’ordinamento penitenziario, la riforma Gozzini del 1975, che costituisce un pilastro di civiltà giuridica.  

  Cartabia nella sua riforma prevede anche una rivisitazione della disciplina delle sanzioni sostitutive applicabili dal giudice di cognizione al posto della pena detentiva. Si sposta così al giudice del processo il compito di individuare sanzioni diverse dal carcere; sanzioni che sarà possibile applicare contestualmente alla sentenza, con evidente ristoro per quel che riguarda il sovraffollamento in carcere. Abolite semidetenzione e libertà controllata; aumentati da sei mesi a un anno il limite di pena detentiva sostituibile con la pena pecuniaria; le pene fino a tre anni possono essere sostituite con lavori di pubblica utilità; possibilità di sostituire condanne fino a quattro anni con semilibertà o detenzione domiciliare. Misure che il giudice potrà scegliere in luogo alla detenzione, se riterrà che favoriscano la rieducazione del condannato e se non vi sia rischio di recidiva.

  ll Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), prevede la spesa di 123,9 milioni di euro in quattro anni per la costruzione di padiglioni da 120 posti ciascuno e il miglioramento degli spazi di 8 strutture penitenziarie: Santa Maria Capua Vetere; Rovigo; Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Ferrara e Reggio Calabria. L’auspicio è che si riesca finalmente a realizzare quel piano omogeneo di cui parla il Ministro Cartabia, e che risponda a ormai croniche emergenze: sovraffollamento carcerario, misure alternative, rieducazione dei detenuti, formazione e assunzioni per la polizia penitenziaria e videosorveglianza; quelle che il ministro definisce “questioni irrisolte che hanno una data antica.

  A fine giugno 2021 i detenuti risultavano essere 53.637, per una capienza calcolata secondo parametri standard di circa 50mila posti. A fine maggio 2021,16.362 detenuti (pari al 30 per cento)risultavano in attesa di sentenza definitiva. Più di 15mila detenuti devono scontare residui di pena inferiori ai tre anni: potrebbero accedere a misure alternative; 1.212, calcola il garante dei detenuti Mauro Palma, sono state condannate a una pena inferiore a un anno.

  Il rapporto 2021 dell’associazione ‘Antigone’ contiene dati significativi: la metà delle carceri è extraurbana e l’11 per cento non ha mezzi pubblici che permettono di raggiungerli, rendendo difficilissime le visite dei parenti; per inciso: nel 52 per cento dei casi non è previsto il colloquio visivo la domenica. Nel 9 per cento delle celle è privo diriscaldamento; nel 30 per cento non è garantita lacqua calda; nel 48 per cento non mancano le docce.

  Sono solo alcune delle cifre che rivelano quanto sia urgente e necessario ripensare l’istituto ‘carcere’ e porre mano a quelle riforme che i governi Conte 1 e 2 hanno disatteso. I casi come quello di Santa Maria Capua Vetere sono l’effetto. La causa è una dolosa, colpevole, indifferenza e incapacità di “progettare a lungo termine. Bisogna prevenire e guardare con prospettiva lunga”.

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