lunedì, Novembre 29

Giustizia: gli allarmi inascoltati di Mattarella, Cartabia, Flick I moniti cadono nel vuoto, non vengono raccolti, vengono ignorati. Non è esagerato parlare di ‘vox clamantis in deserto’

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Argomenti per un dibattito, un confronto, una riflessione che non riescono a decollare (o non si vuole?).

  Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio inviato all’Associazione Nazionale Magistrati che promuove un convegno dall’impegnativo titolo: ‘Le ragioni del diritto’, elenca tre punti cardine. Il primo: “La magistratura ha bisogno di un profondo processo riformatore, e anche di una rigenerazione etica e culturale“. Il secondo: “La sua indipendenza è un elemento cardine della nostra società democratica e si fonda sull’alto livello di preparazione professionale, che va accompagnata dalla trasparenza delle condotte personali e dalla comprensibilità dell’azione giudiziaria“. Il terzo: Particolarmente in questo suo difficile momento, la magistratura deve saper svolgere la propria funzione in un’interrelazione continua con il contesto socio-culturale nel quale opera perché nel nostro sistema costituzionale, anche per la funzione giudiziaria, è vitale il confronto costruttivo con le istituzioni della Repubblica“.

  Il ministro della Giustizia Marta Cartabia, interviene a un convegno promosso dall’associazione PadovaLegge; letteralmente scolpisce che nel nostro Paese il potere di punire, “tanto terribile quanto necessario“, ha assunto i contorni inquietanti di “un panpenalismo scandito dall’abuso e dall’invasività del diritto penale” dove “creare aggravanti o innalzare le pene è diventata la scorciatoia preferita“. Aggiunge: Troppe leggi, troppe norme, troppi processi e forse troppe indagini lasciate cadere e troppo carcerepermane l’eccesso di custodia cautelare in cella per pene brevi, con le persone esposte alla pressione criminale per cui si rischia di ottenere effetti contrari a quello della rieducazione“.

   Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale e già ministro della Giustizia, dice: Sembrava che la pandemia potesse essere l’occasione per svelare e risolvere il vero vizio che affligge il sistema penitenziario: il sacrificio della dignità. E invece ci si è limitati a norme emergenziali, col risultato che il carcere continua ad essere una discarica del diverso“. Flick auspica uno “scatto” nella politica, che deve smettere di utilizzare il carcere e il diritto penale come strumenti di suggestione e di pauraQualcuno, ottimisticamente, pensava che l’emergenza coronavirus poteva essere l’occasione per iniziare una riflessione seria sui penitenziari, su un modello da superare, perché quello attuale, in molti casi, non rispetta la dignità del detenuto. Non garantisce quei principi che pure sono scritti nell’articolo 27 della Costituzione e in molte altre sue norme in tema di diritti, a partire dall’articolo 2. Al contrario: non c’èstata alcuna nuova riflessione: “Ha prevalso anche questa volta l’agire solo sulla base dell’emergenza, senza progetti di lungo periodo. E soprattutto, non si è diffusa né l’idea di una funzione rieducativa della pena né di una giustizia riparativa, fatte salve le ricordate eccezioni. Si è continuato a considerare il carcere non come luogo che può offrire una rinascita, ma come deposito dove semplicemente scontare una pena: una sorta di discarica per rifiuti tossici e pericolosi.

   Pubblicato da poco un libro di cui molto si è scritto e parlato; e male: perdendo di vista il cuore dei problemi che questo libro pone, al di là delle intenzioni stesse di chi l’ha scritto. Il libro è ‘La stanza numero 30. Cronache di una vita, lo ha scritto l’ex magistrato Ilda Boccassini. Se ne è scritto e parlato tanto, concentrando l’attenzione, un po’ da guardoni, sul quarto capitolo, dove si racconta della storia d’amore tra la stessa Boccassini e Giovanni Falcone. Cos’abbiano combinato, sono affari di Boccassini e Falcone; si può forse eccepire che il racconto di questa storia poteva restare nel cono d’ombra dove fino a poco fa era rimasto. Ma gli amori di persone adulte e consapevoli, tutto sommato poco interessano, e soprattutto servono a distrarre l’attenzione dalla sostanza delle questioni.

  La sostanza delle questioni è il racconto di anni e anni di storia della magistratura, dei magistrati, del loro questo sì discutibile operare, il loro letterale trescare per acquisire e difendere postazioni di potere e carriera; le spartizioni, i boicottaggi, i servilismi: dal libro di Boccassini insomma, emerge un quadro desolante e desolato della magistratura, e di uffici giudiziari particolarmente importanti: quelli di Milano, Roma, Palermo, Caltanissetta. Del lato meschino e vanesio di magistrati ed ex magistrati famosi; i metodi di spartizione per l’attribuzione dei vertici apicali della magistratura da parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Insomma, un quadro, un contesto, una scena e tanti retroscena, letteralmente e sostanzialmente deprimenti. Eppure di tutti i 34 capitoli, solo il quarto, ha catturato l’attenzione e l’interesse di quanti si sono occupati del libro.

  Sembra insomma che di giustizia, dei suoi mali, dei possibili rimedi, delle iniziative perché non accada più quello che accade, non si possa e non si debba scrivere, parlare, ragionare. Una sorta di fatwa. I moniti, gli allarmi di Mattarella, Cartabia, Flick e tanti altri, cadono nel vuoto, non vengono raccolti, vengono ignorati. Non è esagerato parlare di ‘vox clamantis in deserto’.

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