lunedì, Settembre 27

Giustizia efficiente: non solo è giusto, conviene Una causa che induce gli imprenditori italiani a investire all'estero, e scoraggia gli stranieri è lo stato comatoso della nostra giustizia. Strano che nessuna voce dal variegato mondo sindacale si levi in questo senso

0

Impegnati in discussioni e polemiche di nessun costrutto e di puro fine speculativi, i partiti rappresentati in Parlamento hanno praticamente trascorso l’estate a beccarsi tra loro per un pugno di (sperati) voti; e lasciato dolosamente incancrenire ulteriormente i mille problemi gravosi di questo Paese. I nodi comunque verranno al pettine nelle prossime settimane, e non sarà sufficiente la pur timida e necessaria riforma approntata dal Ministro della Giustizia Marta Cartabia, a risolvere, per esempio, le tante questioni aperte sul fronte giustizia.

  Non sono solo le condizioni di vita nelle carceri, veri e propri luoghi di pena (molto spesso ingiusta), o di garantire un minimo di efficienza nei tribunali. Si può prendere in prestito la famosa espressione di Michael Corleone al fratello Sonny:It’s notpersonal. It’s strictly business”.

  Lo stato della giustizia in Italia non è più “solo” affare dei mille (e troppo spesso sconosciuti) Enzo Tortora, le gogne e i calvari che loro e le loro famiglie devono patire e subire; l’intollerabile durata dei processi (civili e penali), sono un elemento fondamentale per giudicare e valutare la capacità dell’azienda Italia di attrarre investimenti esteri e trattenere quelli ‘nazionali’. Sempre più il Paese è chiamato a una impari competizione internazionale. Si ha un bel condannare (e minacciare) le imprese che delocalizzano, quando si è deficitari in modo grave e massiccio di manodopera specializzata; quando non si sa garantire una Pubblica amministrazione efficiente; quando non si rispettano i tempi dei pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche forniture; quando si viene soverchiati da un regime fiscale oppressivo,miope, farraginoso; quando la Giustizia non funziona e lavora di fatto, e a prescindere dalla volontà dei singoli, contro il cittadino, imprenditore o lavoratore che sia.

  LAssociazione italiana fra le banche estere, pubblica da anni il rapporto dell’Osservatorio sull’attrattività del nostro Paese presso gli investitori esteri, in collaborazione con il Censis. Fra diciotto paesi considerati nell’ambito del G20 l’Italia è nona: fatto 100 il punteggio della Germania, al primo posto, l’Italia è a 54,5. Bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto? Proprio no. Il nostro Paese in realtà è ultimo tra i Paesi europei del G20: Germania, Regno Unito, Francia; davanti a noi Canada, Australia, Sud Corea, Stati Uniti, Giappone.

  Il Doing Business della Banca Mondiale, si concentra sui tempi burocratici e gli adempimenti contrattuali; con il ricorso alla giustizia e i tempi di esecuzione delle sentenze, richiedono 1.120 giorni: quasi il doppio della media Ocse; più del doppio di Francia e Germania. Nella classifica generale del rapporto 2021, l’Italia precipita al 122posto, in materia di giustizia.

  Per tornare all’economia e l’impresa, è evidente che chi opera nel mondo degli affari investe se la sua attività produce guadagno. Per questo impiega le sue risorse nel modo più idoneo per raggiungere lo scopo: profitti. Ovvio: nei limiti previsti e consentiti dalla legge, rispettoso delle contrattazioni con i sindacati e i diritti dei lavoratori. Ovvio che si delocalizza (cioè si emigra) perché è più conveniente all’impresa; se non lo fosse, si resterebbe dove si è. Lapalissiano. Dunque, per quanto possibile, e senza comprimere diritti dei lavoratori, quello che uno Stato dovrebbe fare è rendere appetibili e convenienti le condizioni per ‘restare’. Di più: renderle parimenti convenienti ad altri investitori, invogliandoli a guastare l’erba del nostro ‘giardino’.

   Non si finirà mai di dire che una causa che induce gli imprenditori italiani a investire all’estero, e scoraggia gli stranieri è lo stato comatoso della nostra giustizia. Strano che nessuna voce dal variegato mondo sindacale si levi in questo senso. E’ interesse di tutti i lavoratori, e non solo degli imprenditori, una giustizia rapida ed efficiente. Eppure da Maurizio Landini (CGIL), Luigi Sbarra(CISL), Carmelo Barbagallo (UIL), silenzio, su queste tematiche. Come mai, perché?

  La giustizia, quella civile in particolare, pesa enormemente sullo sviluppo e ‘ripresa’: comporta la certezza dei rapporti giuridici, architravi fondamentali di ogni attività industriale, economica e finanziaria.

  Quello che occorre fare, è stranoto: semplificare procedure; aumentare gli organici dei collaboratori amministrativi;accelerare la digitalizzazione; prendere esempio da come, in altri paesi si affronta e risolve la questione. Perché quello che accade in Germania non può accadere anche in Italia? Nella patria della cancelliera Angela Merkel le cause durano un sesto delle nostre.

  Prima di chiudere questa nota, una segnalazione: un libro: ’Contro gli ergastoli, curato da tre studiosi che da sempre si applicano sui temi del diritto e della giustizia: Stefano Anastasìa, garante del Lazio; Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia e garante di Udine; il costituzionalista Andrea Pugiotto (Futura, Roma 2021, pp.XII-250). Il carcere a vita, sostengono con ragione i tre, “non è la soluzione, ma il problema da risolvere. Tema da riprendere: il libro fornisce gli argomenti adatti per questa causa di civiltà, oltre che di diritto.  

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->