giovedì, Maggio 13

Giustizia: come dice Totò ‘ogni limite ha una pazienza’

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Bandiera e colori a parte, il dottor Ruggiero dice che non si rimprovera nulla, e che ha servito «come sempre la ricerca della trasparenza e della verità, la mia missione di magistrato è compiuta. Battaglia durissima». E va bene anche questo anche se questa ricerca ha avuto l’esito che ha avuto, con i corollari che sappiamo; e anche di questo si dovrebbe tenere qualche conto: per quel che riguarda ‘immagine’ e ‘prestigio’ del modo in cui si amministra la giustizia in Italia. Quello che però lascia perplessi è che il dottor Ruggiero, con candore, dica che dalla decina di avvocati delle difese, «bravi e preparati», ha «imparato molto, alla fine li ho ringraziati, comunque per me è stata una crescita». Va bene il fair play, però, che sei anni di processo di primo grado (più gli anni dell’inchiesta per arrivarci, al processo) e tutto quello che è stato, si risolvano in un «ho imparato molto, per me è stata una crescita…» è insieme un po’ poco e un po’ troppo. Si rispettosamente dire al dottor Ruggiero che questo suo ‘ripasso’, e questo suo ulteriore apprendimento, caro ci costa e ci è costato. E sempre rispettosamente ci si augura che il suo esempio non sia seguito dai suoi colleghi: che se proprio bisognosi di ripassi e aggiornamenti (e tanti lo sono) si affidino a private lezioni e consulenze, o ai corsi che istituisce il Consiglio Superiore della Magistratura, ma non a inchieste e processi. E infine un pensiero che si insinua: in cosa consiste esattamente quello che ha molto imparato? E dobbiamo auguragli altri processi di analogo tenore, e risultato, perché ancora di più apprenda?

Ogni limite ha una pazienza. Ai più il nome di Bernardino Budroni dirà poco o nulla. E’ il protagonista – a sua insaputa e senza che ne abbia responsabilità alcuna – di una vicenda emblematica di come, in questo paese, funzionino spesso le cose di giustizia.

Bisogna fare un salto di sei anni, arrivare al 30 luglio 2011. Quel giorno la polizia conclude un lungo inseguimento sul Grande Raccordo Anulare di Roma facendo fuoco e colpendo mortalmente l’inseguito. Bernardino Budroni, appunto.

Sempre Bernardino Budroni, quel Bernardino Budroni, viene il 9 luglio del 2012 condannato a scontare due anni e un mese di reclusione e al pagamento di 600 euro, in quanto ritenuto colpevole di rapina (si era, in sostanza, impossessato della borsa della ex fidanzata, che lo aveva denunciato per stalking). Sempre Bernardino Budroni viene condannato per l’abusivo possesso di una vecchia carabina. Sentenza pronunciata in contumacia; e si può capire: Bernardino Budroni era morto giusto un anno prima. Il che significa che nessuno si è dato pena di verificare che l’imputato era impossibilitato a essere presente al processo. Non c’era, era assente; e tanto bastava.

Siamo ora all’appello. L’avvocato difensore, su mandato della sorella ha impugnato la sentenza di primo grado; l’udienza è fissata per il 20 aprile. La difesa è intenzionata a chiedere che il verdetto del tribunale sia dichiarato inesistente. Si tratta, si legge nel ricorso, di salvaguardare «il legittimo diritto della sorella di Bernardino Budroni a eliminare il grave pregiudizio morale e sociale rappresentato dalla condanna. Tutto ciò nel rispetto della sua memoria e dell’intera famiglia Budroni, e anche in virtù del fatto che l’impugnata pronuncia certamente rappresenta una censura per l’amministrazione giudiziaria in quanto tale».

Piacerebbe sapere quanto tutto ciò alla fine costerà al contribuente, e quanto dispendio di forze ed energie che assai più utilmente potrebbero essere impiegate, questa vicenda comporterà ancora, e ha comportato finora. Conferma, ennesima che nel mondo della giustizia italiana tanto si farà legalmente e secondo regola (ma se può legittimamente dubitare), ma ben poco si opera in nome di logica e buon senso.

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