domenica, Settembre 26

Giustizia, carceri: ‘Effetto zero’

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Due semplici parole, che cadono come una mannaia: ‘Effetto zero‘. Così vi risponde Rita Bernardini, dirigente del Partito Radicale, da sempre impegnata sul ‘fronte’ giustizia e carceri in particolare, arrivata a un mese di sciopero della fame. Un’iniziativa politica di dialogo, non di protesta, ci tiene a sottolineare. Intrapresa dopo la notizia dell’undicesimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno (nel frattempo ce ne sono stati un altro paio). Morti, sostiene in buona parte evitabili, se solo di fosse assicurata una vivibilità in carcere come legge e civiltà esigono; e invece…

Invece, ‘effetto zero’. Con questa espressione la Bernardini definisce l’effetto delle norme sulla custodia cautelare varate nell’aprile del 2015. Il Ministro della Giustizia Andrea Orlando lo definisce uno «sforzo legislativo». I numeri dicono che in quanto ai risultati, lo ‘sforzo’ non va molto al di là delle intenzioni: «I detenuti in attesa di giudizio sono diminuiti dello 0,04 per cento; quelli in attesa di primo giudizio dello 0 per cento: il 17,56 per cento erano; il 17,56 per cento sono rimasti. Intanto, da un mese all’altro la popolazione detenuta è aumentata di 548 unità».

Per il ministro Orlando «sono noti gli sforzi legislativi, sostenuti negli ultimi tre anni, culminati nell’approvazione della legge 16 aprile 2015, n. 47, volti a rendere la custodia in carcere una misura cautelare solo estrema, da applicare in presenza di esigenze cautelari attuali e concrete, non tutelabili altrimenti». I fatti nella loro concreta durezza però contraddicono le affermazioni ministeriali. E’ sufficiente dare un’occhiata ai dati disponibili: quando, l’8 gennaio 2013 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna l’Italia per trattamenti inumani o degradanti subiti dai detenuti con la famosa sentenza Torreggiani, i detenuti in attesa di giudizio erano il 38,72 per cento; quelli in attesa di primo giudizio il 18,87 per cento; ad oggi si registra una contrazione del 3,85 per cento di chi è in attesa di giudizio e dell’1,31 per cento dei detenuti in attesa di primo giudizio: contrazione lieve che però si è determinata prima della legge sulla custodia cautelare del 2015.

Se tuttavia si confrontano i dati dal momento la legge sulla custodia cautelare è entrata in vigore (16 aprile 2015), si riscontra che si è passati dal 34,91 per cento al 34,87 per cento; effetto irrilevante, dunque. Dal 1992 al 2016, le persone innocenti finite in galera, sono state 24.000 e l’ingiusta detenzione ha portato via 630 milioni dalle casse dello stato per pagare i risarcimenti alle vittime.

Ancora: sono circa 6mila ogni anno le persone assolte in Italia che non ricevono l’indennizzo dopo aver subito una custodia cautelare ingiusta (in carcere o ai domiciliari). In media uno su sette riceve l’indennizzo, stabilito da un tariffario governativo: 250 euro per ogni giorno in carcere, 125 euro per i domiciliari, con un massimo di 516mila euro (mentre per gli errori giudiziari non c’è limite al risarcimento).

«L’entità dell’indennizzo deve essere proporzionata alle conseguenze personali e familiari dell’imputato», sostiene l’avvocato Gabriele Magno, presidente dell’Associazione nazionale vittime di errori giudiziari. «Non può bastare un quantum al giorno perché ci sono, per esempio, danni come la perdita di guadagni dal fallimento dell’azienda di un imprenditore incarcerato».

I distretti in cui vengono rimborsati gli indennizzi maggiori per gli errori dei magistrati sono al Sud e Centro Italia: Napoli, Catanzaro, Bari, Catania, Roma le maglie nere. Chissà, farne uno studio ad hoc potrebbe essere istruttivo e rivelatore. Eurispes e Unione delle Camere penali italiane analizzano sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni; ne ricavano che sono 4 milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. Fenomeno patologico, con tanti ‘colpevoli’: la polizia giudiziaria che crede in una pista e non batte le altre; ma anche il Pubblico Ministero, incaponito, che perseguita gli indagati, fino a quando non si ha la fortuna che sono gli avvocati della difesa che riescono a provare (sic!) l’innocenza dell’assistito.

Questi che seguono sono alcuni dati che si ricavano da un recentissimo documento elaborato dal Centro Studi della Commissione Diritti delle persone private della libertà della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo. Comincia così: «Sovraffollamento carceri in continua crescita, a febbraio raggiunte le 56mila presenze con 548 detenuti in più rispetto alle presenze dello scorso gennaio: diciotto Regioni ospitano più detenuti di quanti ne possano contenere. Se continua con questo trend, a fine 2017 arriveremo a 62mila presenze».

I dati diffusi dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aggiornati al 28 febbraio indicano in 55.929 il totale delle presenze, i posti disponibili però non sono i 50.177 dichiarati, ma quasi cinquemila in meno: «Il che determina un indice di sovraffollamento reale del 123 per cento, ben al di sopra dei calcoli del Ministro Orlando che diffonde un più ottimistico 111 per cento».

E ancora: «La differenza tra i due indici di sovraffollamento, quelli calcolati dalla LIDU e quelli diffusi dal Ministero della Giustizia su fonte DAP è dovuta dai posti non utilizzabili nelle carceri. Sono 4.909 i posti non disponibili nelle carceri. Vanno sottratti ai 50.177 pubblicati dal Ministero; posti detentivi in ristrutturazione, in riparazione oppure non agibili da anni che però il DAP continua a presentare nei suoi report statistici mensili. Quindi abbiamo 55.929 persone ristrette in 45.268 posti detentivi che determinano un affollamento del 123 per cento». La regione più affollata è la Puglia con 3.286 detenuti per 2.183 posti realmente disponibili (affollamento del 151 per cento). Segue la Lombardia: 8.037 detenuti presenti per 5.643 posti realmente disponibili (143 per cento di affollamento). Terzo nella classifica il Molise: 343 detenuti per 252 posti realmente disponibili. Quarto il Friuli Venezia Giulia: 604 detenuti per 458 posti (132 per cento di affollamento). Quinta la Liguria con 1.437 detenuti per 1103 posti 130 per cento di affollamento. A seguire tutte le altre Regioni, tutte in sovraffollamento tranne la Sardegna, 2.226 detenuti per 2.230 posti realmente disponibili (100 per cento di affollamento) e il Trentino Alto Adige, 477 detenuti per 500 posti (95 per cento di affollamento). «Questi sono i dati reali, non quelli diffusi dal DAP. Possiamo affermarlo», prosegue il comunicato della LIDU. «dopo un accurato lavoro che ci ha permesso di incrociare i dati statistici con altri dati pubblicati sul sito giustizia.it in un’area poco visibile e in cui sono riportati i posti non disponibili per ogni istituto penitenziario italiano».

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