domenica, Maggio 22

Giustizia: anche il detenuto è una persona Secondo il ministro della Giustizia Marta Cartabia, che “la presunzione di innocenza da secoli è un caposaldo delle nostre democrazie, così come lo è il diritto all’informazione”

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  Dice il ministro della Giustizia Marta Cartabia, che “la presunzione di innocenza da secoli è un caposaldo delle nostre democrazie, così come lo è il diritto all’informazione”. Sembra la scoperta dell’acqua calda; che tuttavia, una volta scoperta, è percepita come cosa “naturale”. Solo che prima ci si lavava con quella fredda, e quindi è un benefattore l’anonimo che l’ha scoperta.. Fuor di celia l’affermazione cade, nell’ambito di un convegno organizzato dall’università Alma Mater Studiorum di Bologna (per inciso, una delle più accreditate, per quel che riguarda studi legati al diritto); e non per un caso. E’ la risposta del ministro alle polemiche sollevate dalla normativa che muta il rapporto tra procure e informazione. Nei giorni scorsi la Federazione Nazionale della Stampa ha assunto una posizione di dura critica, culminata con esposto all’Unione Europea: si chiede al commissario alla Giustizia e alla presidente del Parlamento di valutare le difformità tra il testo della direttiva sulla presunzione di innocenza e le norme italiane di applicazione di tale direttiva.

  Cartabia chiarisce che la normativa “sulla presunzione di innocenza è la necessaria attuazione di una direttiva europea che risale al 2016. Serve “per bilanciare due irrinunciabili principi della Costituzione italiana e del diritto europeo: il diritto dei media di informare e dei cittadini essere informati; e il diritto di indagati e imputati di non essere rappresentate come colpevoli”. Il decreto legislativo sulla presunzione di innocenza, “non è nient’altro che l’attuazione di una direttiva europea ed è ispirato anche a prassi già in atto da tempo in alcuni uffici giudiziari italianiOggi dobbiamo fare i conti con i nuovi media e perciò dobbiamo trovare un nuovo equilibrio tra il diritto di informare e il diritto alla presunzione di innocenza, in un contesto in cui la potenza di comunicazione online è amplificata moltissimo dalle tecnologie, che sono in grado raggiungere rapidamente un enorme numero di persone. Quando il contesto e la storia cambiano, anche le modalità di preservare i principi e i diritti di sempre devono essere adeguati”.

  Per una polemica che (forse) si chiude, un’altra che si accende. Cartabia invia al Consiglio Superiore della Magistratura la richiesta per mettere fuori ruolo il giudice della Cassazione ed ex magistrato di sorveglianza a Cagliari Carlo Renoldi. Lo vuole mettere a capo del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, dopo le dimissioni, per ragioni di famiglia, di  Bernardo Petralia.

  Renoldi ha come punto di riferimento ideale il compianto Alessandro Margara: personalità stimata dall’intera comunità penitenziaria per aver impresso una svolta nella concezione del carcere. Concezione da Cartabia condivisa fin da quando eragiudice della Corte Costituzionale. Una scelta all’insegna di un più volte ribadito rispetto del garantismo e dei diritti costituzionalmente garantiti. Cartabia ha soppesato con attenzione il curriculum di Renoldi: la sua concezione del carcere, le sentenze emesse, le affermazioni pubbliche; e ha valutato il “dossier” come pienamente rispondente a quell’idea di un carcere dal volto umano che lei stessa ha raccontato innumerevoli interviste e interventi, sia da presidente della Consulta che da Guardasigilli.

  Renoldi: 53 anni, cagliaritano, esperienze come giudice penale e magistrato di sorveglianza. Componente dell’ufficio legislativo di via Arenula chenel 2013 contribuisce a risolvere il caso Torreggiani, quando la Corte dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per il trattamento disumano dei detenuti. Esperienze nell’ufficio studi del Csm, infine la Suprema corte. Si definisce di sinistra, appartiene alla corrente di “Magistratura democratica, ma è iscritto anche ad Area. Sicuramente Cartabia ha spulciato con attenzione anche i suoi articoli e saggi: La mafia è un problema sociale gravissimo, ma un giudice non può essere anti qualcosa, anche un mafioso ha diritto a un processo giusto; oppure: “Sono per un carcere costituzionalmente compatibile. Un carcere dei diritti, in cui però siano garantite le condizioni di sicurezza“.

  Quanto alle sentenze emesse sono in linea con le indicazioni della Consulta con le sentenze sui permessi premio e sulla liberazione condizionale del 2019 e 2021 che fanno cadere il presupposto rigido della collaborazione. In un dibattito del luglio 2020concorda totalmente con le indubbie aperture della Corte che hanno riscritto l’ordinamento penitenziario; critica “le spinte reattive di segno assolutamente opposto, anche rivendicate orgogliosamente oppure nascoste e carsiche, anche abbastanza trasversali, che convergono sinistramente; spinte che riguardano “alcuni ambienti dell’antimafia militante, settori dell’associazionismo giudiziario, nonché quella parte della magistratura di sorveglianza ostile ai diritti dei detenuti“.

  Si capisce che questa scelta sia andata di traverso a molti. E infatti… Bordate sono subito giunte da Lega e Movimento 5 Stelle. La “colpa” imputata a Renoldi, in estrema sintesi. È di essere “troppo garantista”. Ora si può essere “garantisti” o non esserlo; ma esserlo “troppo” è qualcosa che si fatica a comprendere. A giudizio dei critici, il “troppo garantismo” consiste nell’aver espresso posizioni troppo solidali con la condizione dei detenuti, e a volte critiche nei confronti dell’operato degli agenti. L’ex sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone (Lega), vede con sospetto e diffidenza l’appartenenza a Magistratura democratica. Singolare la presa di posizione assunta da Giulia Buongiorno, reazione della responsabile Giustizia della Lega: manifesta preoccupazione per la scelta, in particolare “destaaffidare un incarico così delicato, anche per il messaggio che ne deriva, a chi ha assunto posizioni, anche pubblicamente, che hanno sollevato un vespaio di polemiche nel fronte dell’Antimafia”.

  Il M5S è invece allarmato perché Renoldi è troppo favorevole alle garanzie. Sembra essere una colpa (“troppa”?) l’ispirarsi all’insegnamento di Margara, l’ispiratore della riforma penitenziaria e teorico del trattamento dei detenuti come persone.

   Prima di finire. Distratti dalle vicende tragiche in Ucraina, non ci si è accorti che la Corte costituzionale ne ha combinata un’altra (“troppe” anche lei?). In sostanza chiede una nuova legge sulle Rems, le strutture d’accoglienza per chi ha gravi problemi psichiatrici. Un ragazzo diciottenne ha festeggiato (si fa per dire) la sua entrata nella maggiore età in carcere. E’ in attesa di processo per maltrattamenti ai genitori; da sei mesi è ristretto nella Casa circondariale di Monza, nonostante soffra di depressione e disturbo borderline della personalità. I giudici per le indagini preliminari concordano sulla necessità di farlo uscire dal carcere, e mandarlo in comunità. Non c’è però una struttura che accetti di accoglierlo. Prima hanno detto che è troppo giovane”, racconta la sua avvocata Barbara Manara, “ora che deve mettersi in lista d’attesa, e che c’erano problemi con la regione per il pagamento della retta. I giudici dicono che non possono scavalcare questi veti”. sposta La vicenda è approdata alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il 17 febbraio ha chiesto all’Italia chiarimenti in proposito entro cinque giorni. Ultimatum è scaduto, nessuna risposta. C’è un precedente: il 24 gennaio la CEDU ha condannato l’Italia per aver illecita detenzione di un cittadino con problemi psichici, Giacomo Seydou Sy; è rimasto un anno nel carcere romano di Rebibbia, nonostante soffrisse di disturbo bipolare e della personalità, e dovesse essere trasferito in una Rems. Nell’aprile 2020 la CEDU aveva ordinato la scarcerazione di Sy, poi trasferito nella Rems di Subiaco. Sempre la CEDU ha condannato l’Italia a un risarcimento di 36.400 euro.

  Secondo un’istruttoria disposta dalla Corte Costituzionale, al 31 luglio 2021 le Rems attive in Italia erano 36 (un totale di 652 posti letto, di cui 596 occupati). La metà dei pazienti scontava misure di sicurezza provvisorie o di altro genere, per le quali sarebbe stato possibile disporre pene alternative o il trasferimento in altre strutture dei servizi territoriali per la salute mentale. Per l’accesso alle Rems si creano lunghissime liste d’attesa: al 31 luglio 2021 c’erano 750 persone in fila per un posto. Si erano messe in fila, in media, da 304 giorni, e 61 di loro aspettavano in carcere.

  La Corte Costituzionale ha chiesto al Parlamento una nuova legge. Secondo la Consulta nell’applicazione di quella vigente risultano esserci numerose violazioni dei principi costituzionali, che il legislatore deve eliminare al più prestoil sistema attuale non tutela “il diritto alla salute del malato, che non riceve i trattamenti necessari per aiutarlo a superare la propria patologia e reinserirsi gradualmente nella società”.

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