giovedì, Ottobre 28

Giuseppe Tesauro, il Presidente cre-attivo

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Quasi come in una commedia americana, il nostro è stato un appuntamento al buio.
Lui si era fidato della richiesta di un amico della giovinezza che gli chiedeva un’intervista per una giornalista; io, che mica vivo su Marte, avrei saputo benissimo riconoscerlo e, per buone maniere, non avevo messo il dito nella piaga: che, cioè, una quindicina di anni prima, appena lui era stato nominato Presidente dell’Antitrust, mi aveva ricevuto ed era stato debitamente intervistato per un quotidiano economico.
D’altronde, lo avrei riconosciuto ovunque, con quella testa affollata di capelli bianchi che è il suo marchio di fabbrica’. Il gentile pronubo del nostro incontro lo ricorda canuto già a vent’anni.
Ad una donna, per di più giornalista, secca un po’, invece, essere stata archiviata in un cassettino chiuso a chiave della memoria.
Ma la ghiotta occasione di poter intervistare Giuseppe Tesauro (per tutti Beppi, con due p), neanche un mese dopo dalla sua cessazione dalla quinta carica dello Stato ha spento ogni mia suscettibilità.
E, poi, ha recuperato subito, riconoscendomi immediatamente nella rinomata sala da the dove avevamo fissato il rendez vous. Identificandomi con un tale agio e una ritrovata simpatia che ha accettato domande extragiuridiche irrituali a cui, forse, non gli era mai capitato di dover rispondere.
E a fine intervista, mi ha gratificata con una dichiarazione da incorniciare: “Prima di incontrarti, ero un po’ preoccupato di questa giornalista ‘sconosciuta’ che voleva intervistarmi; io mi preparo sempre con molto scrupolo, in ogni cosa che faccio. Non amo l’improvvisazione. Invece, tutto è filato liscio come l’olio

 

Cominciamo dalle ascendenze. La tua famiglia proveniva dall’area Sud della provincia di Salerno …
Sì, siamo originari di Bellosguardo, un piccolo Comune inserito oggi nel Parco del Cilento e che oggi conta meno di mille abitanti (NdR: sono 865). Quella dei Tesauro era una famiglia estesissima e contribuì alla diaspora migratoria di fine ‘800, diffondendosi negli Usa, in Argentina, in Brasile. Mio nonno Beniamino non era primogenito e non aveva beni al sole…

[NdR: Beniamino Tesauro divenne poi uno dei tre Ispettori generali delle Dogane, mentre il padre di Giuseppe, Alfonso, è stato una colonna del Diritto Costituzionale italiano, ordinario per 42 anni all’Università ‘Federico II’ di Napoli. Fu deputato e senatore per la Democrazia Cristiana]

Una casellina del mosaico che voglio disegnare va al suo posto. Ricordo che Bellosguardo è un paesino minuscolo, confinante con Ottati, dov’era nata nel 1894 la nonna paterna di cui porto il nome. Le generazioni si susseguono e molto spesso, al Sud, la cultura è stata il propellente che ha fatto da ascensore sociale.

 

Partiamo dai tuoi 16 anni. Cosa ricordi?
Che, a differenza di molti miei coetanei, non correvo molto appresso alle donne. Piuttosto, pensavo (un po’) a studiare e (molto) a giocare a tennis. E poi, da quando avevo 13 anni, galeotto fu Mike Buongiorno con il suo ‘Lascia o Raddoppia‘, io avevo il cuore occupato da colei che sarebbe diventata mia moglie, mia coetanea. Ci riunivamo nel soggiorno di casa sua a seguire il quiz: una vera novità, la televisione. In quegli incontri del giovedì, nacque l’amore. Quando compimmo 16 anni avevamo già deciso che quello sarebbe stato il legame della nostra vita. E stiamo ancora insieme, quasi un record mondiale… Tre figli: due ragazze, da tempo inserite e madri di quattro pargoli in totale; il maschio, appassionato navigatore virtuale e un po’ poeta e musicista, non mi sembra che, malgrado la laurea in Giurisprudenza, abbia un’occupazione ‘tipica’.
Il suo lavoro non riesco a decifrarlo, ma forse dipenderà dal fatto che non sono della generazione dei nativo-digitali, dunque, tutto ciò che attiene alla Rete mi pare, non sempre a ragione, più intrattenimento che lavoro vero. E poi, su tutti, impera il cane, Mafalda, In una casa come la mia, accettiamo solo purissimi meticci; l’attuale è un pronipote, ‘molto’ pronipote, di un Labrador. Quando sto a casa, a Napoli, è compito e piacere mio portarlo a passeggio.

Una tradizione di cinofilia in casa tua?
Non nella famiglia d’origine. Ma, quando, con mia moglie, ci trasferimmo ad Heidelberg, in Germania (all’epoca Ovest), perché avevo vinto una borsa di studio, la prestigiosa Max Planck, adottammo un bassotto a pelo lungo chiamandolo, senza fantasia, Dackel, ossia bassotto. Fu il primo cane di famiglia, ma ne abbiamo avuti vari: adottammo persino un cane a tre zampe che aveva un carattere così dolce e giocherellone da inondarci letteralmente di affetto e che è vissuto, nonostante l’amputazione, 17 anni.

Torniamo alla giovinezza. A sedici anni cosa avresti voluto fare ‘da grande’?
Il diplomatico. Mia madre era lettone, venuta a Napoli negli anni ’20 del secolo scorso a studiare Medicina e mi parlava molto del suo Paese che solo per poco tempo aveva goduto del bene della libertà. Sposò mio padre nel 1933 e, fino al 1939, si recava a Riga dai suoi piuttosto spesso, dati i tempi. Poi ci fu un blackout durato molti anni. Mia nonna fu vittima dei nazisti, uno dei miei zii, invece, dei russi. Paradossalmente -ma non tanto- per motivi coincidenti, in quanto lettoni e, per un quarto, ebrei. Mia madre era ortodossa, ma aveva per così dire un rapporto ‘rilassato’ con la religione: frequentava i riti della Chiesa Cattolica e si era sposata con quello di Santa Romana Chiesa.
Il grande cruccio di mia madre era la situazione in Lettonia: sin da quando ero piccino, mi parlava di democrazia, di libertà. Avevamo rapporti con un fratello e una sorella materni.

Li hai conosciuti?
Mio zio Benno era architetto e anche insegnante di marxismo in Siberia, aveva una cattedra nelle scuole medie. Già nei primi anni ’60 riuscì a venire in Italia. Conoscemmo, invece, mia zia Lussia, la sorella minore di mia madre, solo negli anni ’70. Era una pensionata pubblica con un emolumento bassissimo; talmente basso che, quando nell’89 arrivò l’agognata libertà, lei, come tanti pensionati lettoni, si vide falcidiato il valore del denaro percepito e ridotta in vera e propria povertà. Avvenne questo fenomeno: mentre i giovani, dopo l’implosione dell’URSS e l’indipendenza della Lettonia, erano pieni di speranza e di progetti, gli anziani caddero in un profondo avvilimento; le loro pensioni non riuscivano più a dar loro sostentamento. Naturalmente, le sono stato vicino e l’ho sostenuta fino alla sua morte, avvenuta nel 1995.
Quanto allo zio, era davvero un personaggio: un léttone napoletano! Quando sbarcava a Napoli, si divertiva un mondo ad andare a Forcella e a far cadere in trappole maliziose i truffatori che tradizionalmente si annidavano in quella zona. Oppure, andava allo stadio e si scatenava a tifare per il Napoli, manco fosse nato a Porta Capuana.
Era un comunista fino al midollo, tanto che, quando sui giornali o per radio si rendeva conto che si esprimevano critiche al Governo, gli veniva praticamente uno sturbo. Per lui era peccato mortale parlare contro l’Autorità. Ma, grazie alla sua ironia e filosofia da stalinista in ‘salsa Vesuvio’, ogni discorso non era dogmatico, ma allegro.

Liceo, all’Umberto, no? Come tutti i giovani di buona famiglia…
Ci andai obtorto collo. Abitavo al Vomero e non mi piaceva l’ambiente snob di via dei Mille.

[NdR: io lo capisco all’impronta, ma mi rendo conto che chi non ha frequentazioni partenopee, può non comprendere quest’affermazione. Via dei Mille e il suo circondario, verso Riviera di Chiaia, Piazza dei Martiri, Piazza Amedeo e così via sono considerati i quartieri ‘bene’ di Napoli, quelli della nobiltà e della ricca borghesia].

Avevo frequentato le scuole medie inferiori in un Istituto di un rione molto popolare, Spaccanapoli. Una scuola di vita, non c’è che dire: dovevi imparare a difendere la merenda, talvolta contro chi te la rubava solo per ‘guapperia’, talaltra perché veramente aveva fame. Quel mondo difficile mi affascinava. Ero molto legato al mio compagno di banco, figlio di un commerciante di generi alimentari sempre oppresso da molti guai; e qualcuno degli altri scolari era già più che un monello. Lì ho imparato molte cose della vita. [gli brillano gli occhi di allegria].
Il Liceo Umberto mi proiettava in un’altra dimensione e, a tutta prima, come dicevo, non mi piacque.

[NdR: il Liceo Umberto I è una vera e propria istituzione cittadina, fondato nel 1862, e tanto ha contribuito, coi suoi ‘ragazzi’, alla classe dirigente, politica, culturale, economica italiana. Qualche nome di ex allievo? Giorgio Napolitano, Francesco Rosi, Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria. Io ricordo con tenerezza speciale Vera Lombardi, bandiera della sinistra partenopea, allieva e poi insegnante di filosofia. Taccio qui, ma ci sarebbe un intero articolo da dedicare a questa grande scuola].

Poi, mi accorsi che, dal Liceo, potevo facilmente raggiungere il Tennis Napoli sul Lungomare e, pur non essendo socio, chiudevano un occhio e mi facevano entrare e giocare come socio sportivo. E’ stato in quegli anni che sono diventato un discreto giocatore di tennis e il tempo trascorso sui campi di terra rossa non fu tempo perduto: anzi, ha rappresentato un’ottima scuola. Perché lo sport in generale ti insegna a perdere. Per me la sconfitta è una delle due possibilità; impari a reagire, a non demordere, affinché tu possa concentrarti su come recuperare e, poi, vincere. Non c’è ‘sfizio’ a vincere sempre, ti vengono a mancare gli stimoli. Con Vittorio Mezzogiorno, che poi divenne un grande attore, bigiavamo (spesso) la scuola e andavamo altrettanto spesso al Tennis. E con Pippo Sbordone, invece, strimpellavamo su un pianoforte abbastanza stonato.

Poi venne il momento dell’Università…
Sì, mi iscrissi a Giurisprudenza. Come avevo detto, volevo fare il diplomatico. Asse portante di questa mia ambizione era lo studio del Diritto Internazionale. Fu allora che conobbi il professor Rolando Quadri e cambiai completamente itinerario. Fra Quadri e mio padre, anch’egli docente universitario, non correva ottimo sangue e, spesso, fra i due si alimentava una dialettica vivace. I motivi? Le solite beghe accademiche: un po’ come avviene nei condomini. Io, tali dinamiche non le ho mai capite, tantomeno apprezzate. Mi lasciarono entrambi nel 1976. Sotto il profilo formativo, però, devo molto ad entrambi. Ho fatto la gavetta di assistente pagato pochissimo per un paio di anni, conseguendo, poi, la libera docenza nel 1968. Mi volli allontanare deliberatamente da Napoli e, dunque, andai a insegnare ‘Organizzazione internazionale’ in Sicilia, all’Università di Catania, prima; a quella di Messina, poi, in ‘Diritto internazionale’. Sono stato orgoglioso d’insegnare in un Ateneo, come quello messinese, dove c’erano grandi Maestri ed era un fulcro culturale della città. Ritornai successivamente a Napoli, per insegnare quattro anni alla Facoltà di Scienze Politiche per poi trasferirmi a Roma, all’Università ‘La Sapienza’. Mentre insegnavo a Napoli, comunque, facevo un po’ di libera professione anche qui a Roma , presso lo storico e prestigioso Studio Carnelutti, in via Parigi. Mia moglie preferiva vivere a Napoli, dove seguiva i figli e aveva un lavoro precario nella segreteria di un’azienda multinazionale.

A ‘La Sapienza’ ha insegnato alcuni anni… poi il balzo verso l’estero, in Lussemburgo…
Nell’Ateneo romano, dall’82 ho diretto l’Istituto di Diritto Internazionale della Facoltà di Economia e Commercio e, due anni dopo, assunsi anche la funzione di direttore della Scuola di specializzazione sulle Comunità europee. Nell’88, il salto verso un organismo europeo, la Corte di Giustizia della Comunità europea, come avvocato generale. Ho sostituito un grande giurista e uomo di qualità come Federico Mancini, in concomitanza nominato giudice della stessa Corte.
Ricordo ancora la telefonata del Capo di Gabinetto del Ministro Giulio Andreotti che mi annunciava la mia nomina. Era il periodo di Natale dell’87 e rimasi piacevolmente sbalordito. Andreotti era venuto alla Scuola, per una conferenza, ma la nostra conoscenza era durata lo spazio di un caffè e dei cerimoniali propri del mio ruolo di direttore.
Comunque, per dieci anni ho vissuto in Lussemburgo con la famiglia: lì la vita è molto gradevole e ben organizzata, sempre, però, che tu abbia il conforto di un nido familiare; altrimenti, si soffre molto la solitudine.

Dieci anni e poi un ritorno ‘trionfale’: l’Antitrust…
Fui nominato nel marzo ’98 dai Presidenti di Camera e Senato, Luciano Violante e Nicola Mancino. Mi cercarono loro, volevano un ‘lussemburghese’, giacché alla Corte di Giustizia si trattavano molte cause in tema di concorrenza. Ero in Lussemburgo, infatti, quando ebbi la telefonata, la sera in cui suonavo con il gruppo musicale per la festa di Natale dei dipendenti della Corte. Fu mio cugino che mi rintracciò al telefono per dirmi che mi cercavano. Quella dell’Antitrust è stata una palestra importante e non sono stati anni facili. I temi da trattare erano spinosi e ci fu da mettersi contro molte mire oligopoliste di imprese, nazionali e multinazionali. Tutti parlavano e parlano di libera concorrenza e di Europa, ma per gli altri; quando si tratta di applicarle a sé, si tentano tutti gli escamotage possibili. E’ stata una lotta continua contro le imprese e i giornali che tenevano loro bordone. I politici, però, non mi hanno mai condizionato; agivo da uomo libero, nell’alveo delle norme da applicare. E potevo segnalare al Parlamento le monellerie delle imprese, o, anche, l’emanazione di leggi non troppo rispettose delle regole di concorrenza, anche comunitarie. Ad esempio, segnalai le incongruenze, sotto il profilo concorrenziale, della legge sulle Fondazioni Bancarie: Ciampi era Ministro del Tesoro e rimase silenzioso, non obiettò nulla. Anzi, qualche anno dopo, da Presidente della Repubblica, mi nominò Giudice Costituzionale. Lo ammiro molto: un uomo ‘normale’ che si è comportato ‘normalmente’, anche nelle nomine.

E siamo arrivati alla Consulta: Giudice prima, Presidente poi, sia pure per quattro mesi…
Dall’esterno non si riescono a capire certe dinamiche… Un Presidente a lungo termine può spaventare; a breve, anche se prepotente, diventa innocuo. Nella Corte la collegialità premia su tutto il resto. Nei quattro mesi in cui ho ricoperto questa carica  -dal 30 luglio al 9 novembre 2014- ho perso cinque chili [NdR: effettivamente, mi sembra un po’ emaciato…]; mi muovevo tanto, non dormivo. In genere, un Presidente non segue cause specifiche, ma mi era rimasta la coda della causa sull’immunità dalla giurisdizione per le stragi naziste, emessa, poi, agli inizi dello scorso ottobre. Avevo a cuore le implicazioni in termini di diritti fondamentali che vi erano connesse e, dunque, mi sono dedicato anima e corpo, per molti mesi, a studiare il caso e a scrivere la sentenza. Avevo appena visto approvare la sentenza, me relatore, che ha annullato alcune parti significative della legge elettorale emblematicamente definita Porcellum. Non è vero che volevamo sostituirci al Parlamento, al contrario: era semmai uno stimolo per il Parlamento a correggere le incompatibilità della legge con la Costituzione. Era un invito ad immettere un tasso maggiore di democrazia. Come sempre, ho affrontato i casi sottopostimi e le sentenze in piena coscienza e senso di responsabilità. E con pieno rispetto della sacralità delle Istituzioni. Un sentimento che, mi sembra, stia perdendo sempre più l’attenzione che merita.

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