giovedì, Maggio 19

Giulio Regeni ancora senza pace e senza giustizia Dal Cairo l’ultima atroce beffa: non notificano gli atti e negano il vertice chiesto da Marta Cartabia. Sospeso il processo e ha ragione la famiglia: è una presa in giro

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Giulio Regeni senza pace, senza giustizia. Ve la ricordate, vero, la sua storia? E’ quella di un giovane ricercatore dell’università di Cambridge, rapito al Cairo il 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste popolari di piazza Tahir. Lo ritrovano senza vita il 3 febbraio, vicino a una prigione dei servizi segreti egiziani. Il corpo presenta evidenti segni di tortura, la madre lo riconosce solo «dalla punta del naso», dice di aver visto nel volto martoriato del figlio «tutto il male del mondo». Nella gli hanno inciso, con oggetti affilati, alcune lettere dell’alfabeto, una pratica di tortura ampiamente documentata come tratto distintivo della polizia egiziana; il regime del dittatore al-Sisi è messo sotto accusa. In Italia.

  Dal Cairo, l’altro giorno, l’ultima atroce beffa: non notificano gli atti e negano il vertice chiesto da Marta Cartabia. Sospeso il processo e ha ragione la famiglia: è una presa in giro. Già: perché il Dipartimento per gli Affari di Giustizia egiziano, nell’udienza preliminare che avrebbe dovuto sboccare il processo, deposita un documento lapidario e senza appello: “Il 26 dicembre del 2020 la procura egiziana ha firmato un documento da intendersi come un decreto di archiviazione. Ritiene che questo provvedimento abbia natura decisoria irrevocabile ovvero che si tratti, con particolare riferimento alla responsabilità dei quattro imputati di una decisione non più suscettibile di impugnazione e che preclude la riapertura di un procedimento nei confronti degli stessi soggetti”. L’Egitto fa sapere ufficialmente che non solo non collabora con le autorità giudiziarie italiane, ma non intende farlo in futuro. L’Italia è liberissima di processare assassini e torturatori di Regeni, ma le porte dell’Egitto sono chiuse. I genitori si appellano al presidente del Consiglio Mario Draghi: “A questo punto la politica è necessario faccia quello che deve, condividendo la nostra indignazione pretenda, senza se e senza ma, le elezioni di domicilio dei 4 imputati. Abbiamo appena assistito a un’ennesima presa in giro”.

  E’ un brutto discorso, schifoso; che si vorrebbe non fare. L’Italia, per sostenere com’è giusto fare, l’Ucraina contro la guerra scatenata da Vladimir Putin, ha già grossi problemi con gas e altre preziose risorse energetiche. Con la Libia ogni giorno è una scommessa. Ci si può giocare anche l’Egitto e le sue forniture? La Total e la Francia sono come falchi appostati, non attendono altro che sostituire ENI e Italia. Che Giulio Regeni perdoni questo paese, per quello che NON farà per dargli pace e giustizia.

   Chissà se accade anche in altri paesi di dover accendere un procedimento, e fare tutti i tre gradi di giudizio, approdare alla Corte di Cassazione, per vedersi riconosciuta l’inammissibilità del ricorso predisposto dal ministero della Giustizia contro una riduzione di pena disposta  dal Tribunale di Sorveglianza de L’Aquila “causa” water.

  Sì: gabinetto. La Corte di Cassazione boccia come “inumano e degradante” il wc all’interno della stanza detentiva, e afferma che la separazione assicurata da un muretto alto un metro e mezzo non cambia le cose, né sotto il profilo della privacy né della salubrità. Scatta dunque il diritto al ristoro per il detenuto che, nel caso specifico, si traduce in un ulteriore sconto di pena di 244 giorni, per i periodi trascorsi presso gli istituti di Rebibbia a Roma e di Bari e Foggia. Perché non c’è solo il carcere de L’Aquila ad avere cella e water nello stesso ambiente. Secondo un rapporto dell’Associazione Antigone, sono almeno il 5 per cento delle celle italiane. Ora il problema è certamente quello delle condizioni “degradanti”. Ma anche che al ministero della Giustizia, che certamente non è sprovvisto di giuristi dotati di scienza (sulla coscienza, non si giura), ci si imbarchi in questo tipo di procedimenti di tutta evidenza “suicidi”. Lo sanno, che perderanno; e tuttavia, ci provano ugualmente.

  Così, la terza sezione della Cassazione ha avuto modo di contestare al Ministero che la “presenza del wc all’interno della stessa stanza dove il detenuto cucina, mangia e dorme senza un’effettiva separazione aveva inciso sulla condizione detentiva rendendola degradante e comprimendo non solo il diritto alla riservatezza ma anche la salubrità dell’ambiente”. C’era bisogno di una sentenza, per capirlo e saperlo…

   Proseguono, nel frattempo, e anche per queste situazioni, le “evasioni” definitive. una donna 36enne, romena, si è suicidata all’interno della Casa circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto, vicino Messina. La donna, detenuta nel settimo reparto all’interno della “sezione femminile”, si è impiccata ad un albero utilizzando un pantacollant, in una zona poco lontana dal cortile e dall’area in cui abitualmente i detenuti consumano il loro momento d’aria.  

  E’ il diciottesimo suicidio ufficiale dall’inizio dell’anno; tre quelli di agenti della Polizia penitenziaria. Un drammatico stillicidio.

  Più in generale: se si esclude il microscopicoLiechtenstein, nessun paese membro Consiglio d’Europa ha tanti detenuti in là con gli anni quanto l’Italia. Nel Space, nel quale il Consiglio d’Europa analizza ogni anno la situazione delle prigioni dei suoi Paesi membri il nostro paese è tra i primi posti anche per quanto riguarda il sovraffollamento e i suicidi in cella.

  Il problema del sovraffollamento. Per quanto la popolazione penitenziaria sia diminuita rispetto agli anni precedenti, nelle carceri italiane c’è un tasso di affollamento che si attesta intorno al 105,5 per cento. Peggio ci sono solo Romania, Grecia, Cipro, Belgio e Turchia.

  Una questione su cui recentemente è intervenuto anche il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato: “Il sovraffollamento è la questione pregiudiziale di un tema difficile, il misuratore di tutti i problemi delle carceri. La Corte se ne è occupata in passato e aveva detto ‘questo problema va risolto, altrimenti dobbiamo risolverlo noi. Può darsi che la questione torni davanti alla Corte. E mi fermo qua”. Traduzione: la Consulta potrebbe, secondo le sue prerogative, potrebbe a breve intervenire sulla costituzionalità di qualche norma che non impedisce il sovraffollamento.

  Per tornare alla questione dei suicidi. Nel 2020 l’Italia era al decimo posto per le persone che si sono tolte la vita nei penitenziari. Non è andata meglio nel 2021, quando i detenuti che si sono suicidati sono stati 61. E non sta andando meglioquest’anno. Per quel che riguarda detenuti in attesa di sentenza definitiva: sono il 31 per cento, uno su tre. Sempre Amato: “Sappiamo che un numero elevatissimo di carcerati è costituito dalle persone in attesa di giudizio e quindi il tema è quanto durano questi giudizi, quanto tempo ci vuole per liberarsi del carico. Poi ci sono altre questioni che riguardano la tipologia dei fatti punti con pena detentiva o altre formule”. Ancora irrisolto il problema dei bambini in carcere con le loro mamme: al 31 gennaio 2021 erano 29. Vere e proprie infanzie negate; una vergogna, accresciuta dal fatto che a negarle è lo Stato.

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