martedì, Maggio 11

Girone-La Torre, il retroscena indiano field_506ffb1d3dbe2

0

mar

Dopo il caso Shalabayeva è forse la pagina di politica estera italiana a tenere banco più di qualunque altra sui mass media nazionali. Ma il caso di Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, i due fucilieri di Marina della “San Marco”, agli arresti ormai da quasi due anni in India per aver sparato e ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati, nasconde altri nervi scoperti del gigante asiatico. La detenzione e la vicenda giudiziaria dei due fanti di Marina è stata esasperata dal loro intrecciarsi con circostanze molto critiche, riguardanti l’evoluzione recente della dialettica politica interna, ma soprattutto le forti preoccupazioni di Delhi per il controllo dello spazio oceanico circostante.

Alla base di tutto c’è però un problema fondamentale, chiamato sistema giudiziario. Nonostante la sua sessantennale democrazia rappresentativa, New Delhi stenta ancora oggi a dotarsi di una magistratura efficiente e funzionante. Intanto la tempistica, problema molto noto anche tra i confini italiani: anche un procedimento di rilevanza transnazionale può trascinarsi per anni, senza portare peraltro ad una soluzione definitiva del caso in questione.

Ancora più distorsiva è però l’assenza, a volta davvero plateale, di una indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo. Processi e condanne per illegalità e corruzione istituzionale vengono continuamente ritardati, annullati o pilotati dalle interferenze politiche. Un problema noto specialmente a livello locale, ma anche il Parlamento di Delhi annovera tra i suoi deputati personalità sotto processo per ogni tipo di reato, ivi inclusi di natura violenta.

Una giustizia politicamente telecomandata non si limita però ad eliminare inchieste scomode, ma può anche essere spinta ad inasprire procedimenti e pene contro l’imputato, specialmente se quest’ultimo non gode dei diritti politici di cittadinanza. E qui veniamo al primo problema: le pressioni politiche per una sentenza “esemplare” contro Girone e La Torre.

Nelle ore in cui questo articolo viene scritto la magistratura indiana sta valutando se contestare ai due fucilieri italiani l’aggravante della pirateria, reato punibile in India anche con la pena capitale. Amara ironia della sorte, quella medesima pirateria che i due fanti di Marina erano stati inviati a combattere a bordo della petroliera “Erica Lexie” al momento della sparatoria.

Senza disquisire sul carattere dell’accusa, è sufficiente notare come molti esponenti politici indiani di rilevanza anche nazionale non nascondano nemmeno la propria partigianeria  in favore di una condanna anche alle pene più severe. E a rendere il tutto più pericoloso, ci sono le elezioni politiche del prossimo maggio.

La nazionalità italiana dei due imputati è stata una palla presa immediatamente al balzo dalle forze politiche nazionaliste contro il Congress Party, reggitore del governo uscente. Già nel 2004, la candidata vincente del partito ed oggi sua leader, Sonia Gandhi, fu costretta a cedere il ruolo di Primo Ministro a M. Singh proprio a causa delle sue origini anagrafiche italiane, e non integralmente indiane. Agli occhi dell’opposizione – in testa il Bharatiya Janata Party dato per vincente – una sentenza di assoluzione, una condanna mite o peggio ancora un atto di clemenza sarebbero l’indice di una partigianeria del governo per la causa dei due marinai, in virtù delle origini italiane della leader.

Un vero e proprio processo alle intenzioni, che però il candidato del BJP, Narendra Modi, ha trovato facile da cavalcare quando è divenuta sempre più probabile la candidatura per il Congress del figlio di Sonia Gandhi, Rahul. Non si tratta solo di origini anagrafiche; nel marzo 2013 N. Modi aveva infatti utilizzato la vicenda come uno dei suoi trampolini di lancio verso la candidatura alle elezioni del 2014. Ancora incerto sulla sua nomina, Modi aveva sfruttato a piene mani il ritorno a casa natalizio dei due militari italiani, assicurando che avrebbe spinto il governo a “concordare un piano di pressione diplomatica”, pur di riportarli in India di fronte alla giustizia.

La vicenda è stata l’occasione del leader conservatore per presentarsi come il fautore di una politica estera muscolare ed assertiva. Un’India che non ha timore di confrontarsi con una –pur media- potenza occidentale, non avrà certo problemi a fronteggiare le frizioni con le potenze in ascesa che la circondano nello stesso continente asiatico.

Il significato di questi toni va però ben al di là sia della necessità di far la voce grossa in campagna elettorale. La vicenda che ha coinvolto i due marinai ha infatti toccato quello che sul fronte della politica estera indiana è letteralmente un nervo scoperto: la supremazia di Delhi sull’Oceano che la circonda. Nonché la difesa di queste acque, fondamentali per il commercio con l’estero e gli approvvigionamenti di materie prime ed energia, dall’influenza di altre potenze. Prima tra tutte, la Cina.

A partire dalla metà degli anni ‘2000 la leadership indiana guarda con sempre maggiore preoccupazione alle mosse di Pechino nell’Oceano Indiano, in particolar modo la costruzione da parte cinese di imponenti infrastrutture portuali in quasi tutta la regione. Oltre al porto pakistano di Gwadar, già ricostruito nel 2002-03, Pechino ha generosamente finanziato la realizzazione di attrezzature simili in Bangladesh (Chittagong), nelle Isole Seyschelles e nello Sri Lanka (Colombo). Si tratta di infrastrutture ancora prevalentemente commerciali, alle quali si è affiancata però, nel 2004-5, una vera e propria base navale militare nelle isole Cocos, nel Myanmar. Inoltre sia le attrezzature delle Seyschelles che il porto petrolifero di Sittwe (sempre nel Myanmar), includono bacini dual-use, adatti ad ospitare anche sottomarini e navi militari.

Le mosse cinesi e lo stato ancora arretrato della sua modernizzazione navale militare, hanno creato a New Delhi una vera e propria sindrome da accerchiamento, complice gli storici buoni rapporti intessuti tra Pechino e il Pakistan. In un contesto simile, lasciare impunita la morte di due pescatori per mano di militari stranieri nelle proprie acque territoriali significa molto più che un caso di omicidio: per Delhi sarebbe una bandiera di debolezza sventolata nel proprio cortile di casa di fronte ad un rivale sempre più potente e pervasivo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->