giovedì, Luglio 29

Giovanni Falcone ventiquattro anni dopo field_506ffb1d3dbe2

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23 maggio 1992 Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro vengono uccisi. Cinque morti, ventitré feriti, una nazione che si scuote in uno strano primaverile pomeriggio di maggio. Cosa nostra decide l’uccisione del giudice Falcone, ventiquattro anni fa, quando ancora la mafia si limitava ad uccidere per dimostrare la sua presenza, la sua forza. Una mafia che, a distanza di ventiquattro anni, non uccide più, (o uccide meno) una mafia che non è quella della fiction, quella che siamo abituati a vedere con Rosy Abbate e Tonio Fortebracci, quella di oggi è una ‘cosa nostra’ diversa, fa affari con tutta l’Italia, insieme alle altre grandi organizzazioni malavitose italiane che avvelenano terreni, entrano in politica, negli appalti pubblici. Una mafia che ieri uccideva pensando di vincere ma che, con la strage di Capaci prima e con l’attentato di Via D’Amelio a luglio, dove morì il giudice Paolo Borsellino, ha perso. Sì ha perso perché oggi non ricordiamo la mafia ma quello che è stato, quello che sono stati gli uomini, ricordiamo Giovanni Falcone, ricordiamo la moglie ma non solo.

Maggio, come dicevamo, è un mese strano, atmosfericamente e storicamente parlando. Maggio è la festa dei lavoratori, è la festa della mamma, è Manzoni con il suo ‘5 maggio’, è la canzone del Piave, ma è anche la morte di Peppino Impastato e di Falcone. Quest’anno anche il cinema e la televisione hanno voluto ricordare queste due vittime di mafia.

La Rai infatti il 9 maggio, nell’anniversario della morte del giornalista Peppino Impastato ha trasmesso il film dedicato alla madre Felicia, una donna divisa tra un marito imparentato con i boss e un figlio che tutto voleva tranne che essere associato alla malavita, un figlio, ma soprattutto un uomo, che viveva a pochi passi dalla ‘stanza dei bottoni’ che decideva poco democraticamente chi far vivere e chi no, un ragazzo, perché Peppino era un ragazzo, che la mafia l’ha sfidata, faccia a faccia, e che per combatterla è morto. Ma anche questa volta non è stato il morto a perdere ma la mafia, perché oggi ricordiamo chi è morto non chi ha ucciso. La Rai ha dedicato una serata intera ad una donna che, dopo aver seppellito il figlio, poteva scegliere di seguire il marito di chiudersi dentro un dolore silenzioso e che invece non l’ha fatto. Ha lottato, per quel figlio, ha combattuto le battaglie dell’uomo che aveva partorito, per il quale aveva dato il sangue e che su qual sangue ha versato lacrime, prima per la nascita e poi per la morte e così anche lei, una mamma anziana, è diventata simbolo della lotta alla mafia perdente.

Lo stesso vale per Falcone e Borsellino. Tantissimi i film dedicati a questi due eroi che con coraggio hanno messo da parte vita privata, figli e famiglia per dedicarsi completamente alla lotta alla mafia. Io ho vissuto in una Sicilia dove le bombe erano all’ordine del giorno e le immagini di quelle auto devastate, di quei corpi, la moglie di Schifani che in una chiesa gremita ha il coraggio di alzarsi in piedi e parlare, per attaccare ma anche difendere uno stato che le aveva portato via tutto, all’apparenza, ma che ha dato tanto, per tutti. Bene io questo lo ricordo, io posso dire ‘c’ero’. Ma, la storia dei giudici Falcone e Borsellino è più complicata, oltretutto non è facile scindere le due vite che hanno deciso di fondersi per una lotta comune. Ma oggi ricordiamo Falcone, il primo dei due a morire per questa strana vittoria contro la mafia e così oggi e domani le sale cinematografiche italiane proietteranno il film di Fiorenza Infascelli dal titolo ‘Era d’estate’ (presentato lo scorso Luglio a Roma) con Massimo Popolizio nei panni del giudice Falcone e Beppe Fiorello in quelli di Borsellino.

Il film non racconta tutta la storia dei due giudici, come spesso accade in molte fiction Rai e Mediaset ma, vuole raccontare uno spaccato di vita di due uomini, non più di due giudici, che in esilio forzato all’Asinara, imbastiscono le fila del maxi processo. Un lungometraggio che vuole raccontare una parta della vita dei giudici poco conosciuta, uno schivo Falcone che deve ‘dividere’ uno spazio angusto e piccolo con il suo braccio destro, la moglie e i figli di Borsellino, un Falcone che fuma, rigido serio quanto allegro e un Borsellino amante della sua terra che decanta in dialetto i grandi classici della letteratura. Un posto, l’Asinara, dove Falcone e Borsellino diventato Giovanni e Paolo e, nel film la Infascelli racconta la storia di due uomini, di questi due uomini. La morte del giudice Falcone viene ricordata anche nell’ultima puntata della seconda stagione del giovane Montalbano, quando il giovane commissario di Vigata con tutti i capelli in testa interpretato da Michele Riondino, decide di partire per Boccadasse dove vive la sua storica fidanzata ma, arrivato in commissariato non trova nessuno, tutti si sono chiusi in una stanza per guardare i telegiornali che raccontano con le cruente immagini il tritolo che mette fine a cinque vite.

Fiorenza Infascelli, nel suo film nella sale oggi e domani, ricorda così Giovanni e Paolo, e racconta il motivo della sua scelta di raccontare non la loro storia in toto ma solo il periodo dell’Asinara.

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