lunedì, Settembre 20

Giovani, studiosi e suicidi

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A middle school student sits behind a pile of books and notes in Anxian

Quando il Professor Zhu lesse il biglietto non ebbe un attimo di esitazione. Andò subito a cercarla. La ragazzina era sparita da alcuni giorni lasciando quell’unico messaggio: voleva abbandonare gli studi e scappare di casa. La trovò da una compagna di classe, provò a consolarla fino a notte fonda, ma la disperazione ebbe il sopravvento. La giovane si precipitò verso la finestra per farla finita. Zhu riuscì ad afferrarla al volo, poi i due precipitarono nel vuoto. La studentessa si è salvata, l’insegnante è morto eroicamente facendole da scudo con il proprio corpo. 

Tragedie come quella consumatasi nella scuola media di Jinji, Provincia dello Anhui, non sono rare in Cina. Accadono la maggior parte delle volte senza tanto rumore, senza finali eroici o titoloni sui giornali, ma accadono.

Secondo quanto riportano i media di Stato, in Cina il suicidio è la prima causa di morte per la popolazione compresa nella fascia d’età tra i 15 e i 34 anni. Sebbene le stime esatte vengano ancora tenute nascoste -stando a una rivista del Ministero della Salute- ogni anno sarebbero circa 500 i ragazzi delle scuole elementari e medie a togliersi la vita. Mentre, secondo il ‘Journal Adolescent Health’, tra il 6% e il 10% dei ragazzi cinesi ha cercato almeno una volta di uccidersi. Lo scorso 14 maggio, l’organizzazione no-profit 21st Century Education Research Institute ha rilasciato un nuovo libro blu compilato congiuntamente da associazioni governative ed educative di varie aree del Paese. Dei 79 casi di suicidi tra le mura degli istituti primari e secondari presi in esame lo scorso anno, il 92% si è verificato in seguito a periodi di particolare stress scolastico o a diverbi con gli insegnanti; il 63% è avvenuto nella seconda parte dell’anno, con l’avvicinarsi dei temuti esami di ammissione alle scuole superiori e del famigerato gaokao, l’equivalente della nostra maturità. 

Lo studio riporta come esempi la storia di uno studente della Mongolia Interna, gettatosi da un palazzo dopo aver scoperto che i punteggi nei test erano peggiorati. Più a sud, nel Jiangsu, un tredicenne si è impiccato per non essere riuscito a finire i compiti, mentre nel Sichuan una ragazzina si è tagliata i polsi e ha assunto del veleno dopo aver visto i risultati della prova d’ingresso al liceo.

Il sistema scolastico cinese è noto per la sua durezza e competitività. Già nel 2009 gli studenti della Repubblica popolare risultavano più stressati dei loro colleghi giapponesi e americani. Tra lezioni regolari e integrative, un giovane cinese spende dietro i banchi di scuola fino a 12 ore al giorno, alle quali se ne vanno ad aggiungere tra le 2 e le 4 per i compiti a casa. Spesso i genitori accrescono il carico proiettando sui propri ‘figli unici’ quelle speranze di carriera che loro stessi hanno potuto soltanto vagheggiare in gioventù per mancanza di denaro. In molti casi, le famiglie della nuova classe media ambiscono ad assicurare ai propri bambini un futuro nei prestigiosi atenei d’oltremare, sottoponendo i piccoli fin dai primi anni di vita a un training durissimo, attraverso un apprendimento rigorosamente mnemonico che mortifica qualsiasi impulso creativo. Tutti gli sforzi degli alunni sono declinati al raggiungimento di punteggi alti, unico requisito tenuto in considerazione dai docenti nel sistema di valutazione degli studenti. 

A ciò si aggiungano le contingenze economiche nuova fonte di preoccupazioni per i giovani cinesi, quanto per i leader di Pechino impensieriti dal rallentamento della crescita nazionale proprio a fronte di un tasso di disoccupazione ancora gestibile, ma in aumento. Nel 2011 un terzo degli studenti all’ultimo anno di Università non è stato in grado di trovare lavoro, mentre l’anno successivo erano ancora 1,5 milioni i laureati senza un impiego. La rapida ascesa del Dragone nel club dei Paesi iperindustrializzati ha innescato una serie di distorsioni sociali che spingono colletti bianchi, così come giovani imprenditori, a cercare sempre più frequentemente sostegno psicologico, hanno dichiarato alcuni professionisti del settore a ‘Radio Free Asia’

Nonostante la riservatezza destinata ad un argomento fino agli anni ’90 consapevolmente ignorato e tutt’oggi considerato tabù, secondo il Centro cinese per la Prevenzione e il Controllo, la Cina sarebbe il primo Paese per tasso di suicidi al mondo, con 23 persone su 100mila a scegliere la morte (40 studenti su 20milioni nel 2011). Servizi di assistenza online sono spuntati come funghi nelle principali città cinesi adottando nomi evocativi come ‘La casa dell’anima’, ‘Cuori gentili’, ‘Un peso dimezzato’. Eppure le richieste d’aiuto da parte dei teenager sono ancora molto rare, spiega al ‘Wall Street Journal’ Wan Yanjie, direttore del Life Education & Crisis Intervention Centre, organizzazione con base a Shanghai che fornisce agli ‘aspiranti suicidi’ supporto psicologico 24 ore su 24. A rivolgersi al centro sono ancora sopratutto persone con problemi matrimoniali o di lavoro.

Da parte loro, le Università sono intervenute con mezzi discutibili. Lo scorso settembre, il City College of Dongguan University of Technology, nella provincia del Guangdong, ha costretto 5mila studenti a firmare un contratto volto a sollevare l’ateneo da ogni responsabilità in caso di suicidi o morti sospette durante il corso di studi: «Se mi suicido, l’istituto non sarà responsabile» recitava il documento denominato Accordo di gestione e autodisciplina dello studente. Un provvedimento simile era già stato preso nel 2012 dalla Shandong Jianzhu University, sulla falsariga del giuramento richiesto agli operai della Foxconn, in seguito alla lunga sfilza di suicidi che hanno funestato la multinazionale taiwanese a partire dal 2010.

I primi campanelli d’allarme risalgono a quattro anni fa, quando i Ministeri della Salute e dell’Educazione chiesero alle Università di prendersi cura del benessere mentale dei ragazzi. Al che, la Central South University di Changsha si è munita di psicologi e stress room con pareti in gomma e musica rilassante, mentre la Harbin University of Commerce ha allestito aule insonorizzate in cui gli studenti possono sfogarsi liberamente. Misure, queste, che sembrano comunque non centrare il nocciolo del problema, ovvero la mancanza di comunicazione tra ragazzi, docenti e famiglie.

I dirigenti scolastici, dal canto loro, negano vi sia un legame tra il carico di studio e la triste fine dei propri alunni, puntando il dito piuttosto contro delusioni d’amore, problemi familiari e personali. Gli esperti, d’altra parte, sono concordi nell’annoverare tra le principali concause quel senso di solitudine che accomuna i balinghou (i nati negli anni ’80 perlopiù figli unici) davanti ad una società magmatica in continua trasformazione e ormai priva di quel collante ideologico che le ha permesso di superare le molte difficoltà di cui è costellata la storia cinese moderna.

Il fenomeno suicidi, in Cina, parrebbe presentare dei connotati atipici. Mentre negli Stati Uniti (come in molti altri Paesi occidentali) il 90-95% delle persone sceglie la morte dopo lunghi periodi di depressione e altri disturbi mentali, secondo uno studio del Centre for Desease Control and Prevention, nell’ex Impero Celeste solo il 60% dei casi coinvolge soggetti definibili come ‘malati mentali’, in tutti gli altri si tende a parlare di ‘suicidi impulsivi’ non premeditati. Tanto che il 40% dei sopravvissuti avrebbe affermato di aver deciso di farla finita soltanto 5 minuti prima di agire.

Altra caratteristica locale: a differenza di molte altre parti del mondo, a tentare il suicidio sono sopratutto donne, con la Cina che conta per 56% dei suicidi femminili a livello mondiale. Si tratta di una tendenza sopratutto rurale (nelle campagne il tasso di suicidi è tre volte più alto che nelle aree urbane) ricollegabile a condizioni economiche e familiari disagiate. Ma come si diceva, le recenti mutazioni sociali hanno fatto emergere una fragilità tutta nuova, tipica della Cina benestante e urbanizzata. Un’indagine, effettuata nel 2008 a Foshan, nell’industriosa provincia del Guangdong, rivela che su un campione di oltre 3000 adolescenti il 17% delle liceali della città aveva preso in considerazione l’idea di togliersi la vita, riportava lo scorso anno il ‘China Daily’. «C’è una chiara relazione con il sistema educativo del Paese», spiega Xu Kaiwen, professore associato di Sociologia presso la Peking University, «le ragazze sono abituate a lavorare duramente e a prendere voti alti fin dall’infanzia. Ma benché rendano bene in classe, non sono state educate al valore della vita».

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