martedì, Settembre 21

Giornalismo: il lavoro desaparecido field_506ffb1d3dbe2

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giornalismo

Effetto collaterale o concomitante della crisi è il lavoro che non c’è. Col solito tono minimizzante, distraente, il Premier Matteo Renzi, alla Leopolda, ha sancito, come condizione naturale’ dei cittadini di questo Paese, il precariato ab aeterno.

Non esisterebbe più il posto fisso (anch’esso qualcosa di negativo da rottamare) e uno s’immagina un tourbillon di lavori e ‘lavoretti’ (ricordo l’intonazione ammiccante di Massimo Troisi nel pronunciare questo finto vezzeggiativo nel famoso sketch «Annunciazione, Annunciazione») che toccherà inanellare alle nuove generazioni per garantirsi la minima sopravvivenza.

Intanto, impera la confusione: a mo’ di parcheggio, s’incentiva allo studio, radicando l’idea che la sola laurea sia insufficiente ad essere adeguati al trapasso nel mercato del lavoro (nel frattempo, trasformatosi, più che in un mercato, in un suk di occupazioni marginali e, sfruttando il bisogno, mal pagate); contemporaneamente, quello stesso studio, forse strategicamente, viene svuotato di contenuti preparatori.

Con la scusa della democratizzazione, si tende a ribassare il livello e la qualità di ciò che occorre studiare per accedere ad un titolo: le mille pagine e più su cui sudai per strappare un voto dignitoso in Diritto Amministrativo, diventano disinvoltamente 100 slides, che persino il Manuale Simone, mitico strumento dei miei tempi usato per studiare il minimo vitale per strappare un 18 a maggioranza, appare l’Enciclopedia Britannica.

Come il Gatto e la Volpe, paiono offrirti l’albero degli zecchini, facendoti ballonzolare davanti agli occhi il traguardo di un titolo di studi, ‘chiave del successo’, ma, dall’altra parte della porta, c’è un baratro: è franato completamente il futuro.
Altro che «Il futuro è solo l’inizio», come recitava il suggestivo slogan della Leopolda, tranquillizzante come un osso ai cani. Il futuro non c’è più. Scomparso, volatilizzato, morto. Ce lo hanno prima rosicchiato, poi inghiottito senza pudore.

Un piccolissimo particolare ne è il simbolo: nella prima edizione, sul palco della Leopolda, colui che si apprestava a ‘scalare’ l’Italia, manco lui fosse Reinhold Messner e noi il K2, indossava al polso un democratico Swatch da 50 euro; oggi, stesso luogo, Leopolda n.5, esibisce disinvoltamente un Audemars Piguet da 15mila euro (quasi fosse il leader dell’ISIS): una cifra che, molti di coloro che languono nel precariato ci metterebbero la firma per guadagnare in un anno.

Intanto, la situazione precipita rovinosamente, a una velocità supersonica. Posso parlarvi della professione giornalistica, perché su quella sono ferrata. Sulla sua decadenza, anche morale. Sull’epidemia di scoliosi che, metaforicamente, si è diffusa in giro.

Visivamente, la situazione si presenta come una marea umana divisa da un portone: da un lato, a causa della resistente immagine di ‘privilegiati’ (ma de che?) che avvolge come un’aura i giornalisti, una folla preme per entrare; dall’altra, una forza espulsiva respinge chi dentro, di dritto o di rovescio, ci sta già; c’è, inoltre, un’ampia parte di giornalisti bazzotti’, né sodi, né crudi: sono i più giovani, incoronati dalle scuole di giornalismo lautamente pagate, illusi che, col mitico tesserino di professionista ci si sia guadagnati un posticino in ‘paradiso’.

Sulla mia pelle affermo: meglio idraulici. O falegnami. O panettieri. Per quelli c’è una richiesta di ricambi generazionali. Per i giornalisti, no. Ve lo dice una specie di ‘piccola fiammiferaia del giornalismo: son sempre rimasta davanti alla vetrina a struggermi per entrarci.

Nel frattempo, per vivere, mi ero inventata l’escamotage di lavorare come responsabile di uffici stampa. Certo, non la mendicità: ma non è la stessa cosa, ve l’assicuro. Occorre avere altre doti, propensione alla mediazione, socievolezza, abilità nel reagire ai momenti di crisi, persino capacità a ‘costruire’ l’appetibilità di una notizia o di un personaggio (talvolta impresentabile). E di questa panoplia di professionalità, i giornalisti che hanno passato una vita al desk, o persino in trincea, non ne hanno idea. Come dice la scienza, anche per me, nel corso degli anni, la funzione ha stimolato l’organo.

Ma la scrittura è una specie di dea che t’incatena. Supplivo alle mie crisi di astinenza con prestazioni ‘precarie’ ai giornali: un articolo qua, un’intervista là… -allora pagati in maniera adeguata. Una maniera interessante anche per non perdere la mano: perché la scrittura, come il ferro esposto alle intemperie, propende alla ruggine: ripeto, la funzione sviluppa l’organo.

Ma quanti possono permettersi il piacevole ‘lusso’ di dividersi schizofrenicamente fra vocazione alla scrittura e necessità di sbarcare il lunario, magari dormendo 4 ore a notte (ho cominciato quest’articolo alle 3:45 del mattino)? A fronte di quest’immagine dantesca della situazione del giornalismo, che mi pare una tavola di Gustave Doré per l’Inferno, c’è ancora oggi chi si permette il lusso di fare l’asso pigliatutto.

Poiché sono un cane sciolto, non ho remore dal raccontarvi l’ultima, in ordine di tempo: da qualche settimana, un ex Direttore de L’Espresso ha assunto la carica di portavoce dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
I mugugni, in questo momento di crisi in cui moltissimi giornalisti si trovano licenziati o messi in cassa integrazione dai giornali (con nessuna speranza che il settore riparta, visto la crisi cronica della carta stampata e le difficoltà di adeguarsi all’informazione su web) sono stati tantissimi.
Se devo essere ferocemente sincera, vi dirò che avevo una sensazione di eternità del giornalista baciato dalla sorte: nel senso che, quando sono andata su Wikipedia a leggere la sua età, mi ha preso un coccolone. Immaginavo, infatti, che veleggiasse sull’ottantina (forse avevo confuso la ricorrenza del cognome con suo padre, anche lui famoso direttore), tanto mi è sembrato sempre in trincea nelle declinazioni del Gruppo L’Espresso.
Scopro, invece, che ha appena otto anni più di me, pur essendo abbondantemente ‘pensionato’. Mi rendo conto che il giornalismo è un vizio assurdo, per cui non si perde mai neanche il pelo, ma non poteva accontentarsi di collaborazioni prestigiose, menovistose’,  e lasciare il posto a qualcuno di piùbisognosodi lui? Lo so, il ruolo di portavoce è una questione fiduciaria… ma il Presidente dell’Antitrust, non poteva trovarsi un fiduciario che, pur corrispondendo alle sue esigenze di competenza, non fosse già cosìtranquilloa fine mese?

Ora direte che è tutta invidia, la mia. Sarà… anche se sono talmente consapevole di essere ‘fuori concorso’, in quanto manchevole di potere contrattuale’ (in quei luoghi, il portavoce è più che altro uno capace di offrire qualcosa in cambio), da non osare neanche alzare gli occhi al cielo.

In realtà, l’habitus mentale di chi circola e lavora, specialmente da molti anni, nei paraggi del Gruppo in cui ha esercitato finora il neo-antitrustiano è talmente carente di ‘spirito di servizio’ ai Colleghi, virtù che deve essere la caratteristica principe di chi svolge quella mansione, che prevedo problemi di… comunicazione.

Dal caso particolare, persino eclatante, torniamo al generale. L’Ordine dei Giornalisti, in questo momento, è percorso da una crisi profonda   -anche quella inarrestabile, essendo lo specchio dei problemi occupazionali e delle critiche di una certa subalternità nei confronti degli strozzinaggi degli Editori.
Vanta il non invidiabile record nazionale (e forse, mondiale) del rapporto iscritti/disoccupati. E quelli che riescono ancora a mantenersi il posto, sono sempre fra color che son sospesi, sottoposti all’alea di ristrutturazioni aziendali. Senza contare una fascia sempre crescente di precari. Le incalzanti sessioni di esami per accedere all’Ordine, poi, rendono la situazione una bomba a miccia corta. 
Siamo stati profeti rispetto al Premier Renzi: lavoro fisso, o, almeno, a tempo determinato ma con retribuzioni dignitose, non ce n’è manco a cercarlo coi lanternini. Tranne che… per qualche primo estratto sulla ruota di Bari.

 

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