mercoledì, Dicembre 8

Giorgio Albertazzi: un perdente di successo? field_506ffbaa4a8d4

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Per lui, soprattutto  il teatro è stato il suo mondo, il suo naturale habitat,  poi la tv,  meno fortuna ebbe invece nel cinema.  Ma  anche lì, ha legato il suo nome ad alcune  pellicole importanti: prima fra tutte, L’Anno scorso a Marienbad, di Alain Resnais ( 1961), sceneggiatura di Alain Robbe-Grillet. L’ultima sua apparizione cinematografica è nel  film “ L’Avvocato de Gregorio”, che il suo amico e regista Pasquale Squitieri gli ha voluto dedicare, una storia pensata proprio per lui e cucitagli addosso. A tal riguardo, fra i tanti ricordi che in queste  ore si affollano, mi sia permesso di citarne uno personale: quello di aver conosciuto il Maestro proprio grazie a Squitieri e di aver trascorso con loro il nostro tempo a Chianciano, quando nel 2004 conferimmo ad entrambi il Premio  dedicato a Fellini (premio di cui curavo la direzione artistica). Ebbene, ricevendo quel riconoscimento, nella Sala Nervi del Parco Fucoli, Albertazzi  si calò nei panni di un Amleto insolito,  autoironico,  con una diversa tonalità e scansione del celebre monologo. Ma già, lui era Amleto e poteva permettersi di giocare con sé stesso. Ma ciò che colpì il pubblico fu la sua grande interpretazione  dell’avvocato De Gregorio, un uomo in crisi, abbandonato dalla vita, ai margini della carriera che, nel difendere un disperato, trova le ragioni del suo risveglio, del suo riscatto, della lotta per una giustizia più giusta, per la dignità umana. Un anziano che trova dentro queste ragioni la forza per ringiovanire. Stessa trasformazione  che subì  Mastroianni  in Sostiene Pereira, come mi disse Trabucchi riferendosi alle ultime scene del film di Roberto Faenza. L’Avvocato De Gregorio fu salutato da una standing  ovation (con il regista si congratulò per primo Fausto Bertinotti).  Altro che anarchico!

Dicevamo di Shakespeare: ebbene, Giorgio Albertazzi è stato il primo attore non inglese a rappresentare l’Amleto , diretto da Zeffirelli, all’Old Vic di Londra. Era il ’64. Un successo che lo consacrò tra i grandi  attori shakespiriani di tutti i tempi. Con quel testo, si cimentavano attori del calibro di Peter ‘O Toole, Richard Burton, Maximilian Shell, Jean Luis Barrault. Del grande bardo, ha portato sulla scena ben 16 capolavori. E  un Romeo e Giulietta interpretato da due anziani   un po’ svampiti (lui e la Valeri?),  è rimasto uno dei suoi sogni incompiuti. Certo, per un giovane che s’incamminò sulla via del teatro quasi per caso  o meglio, per raccogliere l’invito di una ragazza – Noris Miniati – conosciuta sull’autobus che da piazza S.Marco conduce a Settignano  (‘era così bella che se mi avesse invitato a fare una rapina sarei diventato rapinatore’)  non c’è male! Con Albertazzi  ci sono state altre rare occasioni d’incontro, durante i quali più che di teatro e progetti, il discorso  scivolava inevitabilmente sul comune amore per il viola, il colore più amato,  quello che, pur essendo un tabù per tutti i teatranti,  lui indossava regolarmente  alternandoli ( calzini, papillon, sciarpe, foulard)  e anche il divano di casa l’aveva ordinato  viola, quale gesto di sfida  e di amore. Tanto da invitare tutti i suoi attori ad indossare sulla scena abiti di quel colore improponibile in teatro, in onore – esattamente 60 orsono – del  primo scudetto.

Dunque, viola d’amore. Come  per tantissimi altri a  Firenze e altrove, affetti da quella patologia  che il collega Stefano Cecchi ha definito ‘Violitudine’,  ovvero quel male sottile  che al dolore accompagna la gioia di appartenere ad una città unica al mondo, concentrato di una bellezza a volte irritante. E del quale anche la squadra è un simbolo. E spesso, soprattutto per gli esuli,  come lui, l’amore per  il colore della maglia è l’unico filo di dialogo che li tiene legati alla città. Quello del non risolto rapporto con la Firenze  che gli ha dato i natali e ne ha salutato i primi successi, è un altro dei temi dolenti, cui ha fatto spesso riferimento questo ‘Genio fiorentino’ contemporaneo. Se ne è lamentato anche recentemente, soffrendo del fatto che a Firenze nel corso degli anni abbiano affidato la gestione del sistema teatrale ad altri, ma non a lui né a Franco Zeffirelli (solo un incarico istituzionale nel Consiglio di Amministrazione  della Fondazione Toscana Spettacolo negli Anni 90): ‘Firenze non la perdono – ha detto recentemente – o meglio, chi la gestisce’. Già negli Anni 80, quando l’appena nata Bottega teatrale di Vittorio Gassman ( e poi di Edoardo) doveva portare anche il suo nome,  la cosa svanì. Ma non fu anche per i suoi impegni? Da allora, ha detto, solo promesse non mantenute. E qui non sarà sepolto. Certo è  che il rapporto di  Firenze con i Grandi fiorentini (Dante è l’esempio più scandaloso,  fra i contemporanei  ricordiamo i casi di Oriana Fallaci, Vasco Pratolini, Aldo Palazzeschi, Paolo Poli)  ha un ché di misterioso, di irrisolto. L’ultima volta che è tornato nella sua amata città è stato esattamente 3 anni fa ( si veda L’Indro, maggio 2013) invitato dall’ International Studies Institute per una iniziativa a sostegno di progetti umanitari per le zone più povere dell’Africa e della Siria. Titolo dello spettacolo: “La mia Firenze: ricordi di un figlio”. Una dichiarazione d’amore e d’affetto – quello spettacolo – in cui sul filo dei ricordi ripercorreva gli anni dell’infanzia, la curiosità verso i personaggi (Thomas Mann, la Duse, Churchill) che si aggiravano per Villa I Tatti, di cui il nonno era custode, residenza dello storico dell’arte Bernardo Berendson, le scorribande nei campi, la scuola, il pugilato, le corse in bicicletta, i primi amori, le esperienze teatrali, l’università per conseguire la laurea in architettura (un passo importante, per il figlio di un impiegato delle ferrovie) la guerra. Il debutto nel grande teatro con Visconti. Il successo lo condusse a Roma, come Zeffirelli.

L’alluvione gli fece riscoprire l’amore per Firenze, di cui ricorre quest’anno il 50 anniversario. Alla città sommersa dal fango dedicò un film, Gradiva, di una straordinaria suggestione, che racconta una città ferita e orgogliosa trattata come una persona viva. Ricordò allora la risposta della cara nonna quando lui le disse che il Cristo s’era salvato. No, disse lei: è il Cristo che ci aveva salvati. Quel bel documentario non fu mai distribuito a conferma dell’opera di un perdente di successo. L’altro suo sogno non realizzato, lo ha detto, rammaricandosene, pochi giorni prima di morire, era  quello di  farsi una casa al Ponte a Mensola. ‘Perché appartengo alla schiera dei fuggiaschi dalla più bella città del mondo, in giro qua e là, esule e zingaro, il cui cuore sempre ha battuto e batte tra la Mensola dove son nato e l’Affrico, Fiesole, Settignano e Castel di Poggio, un fiorentino del contado’. Non ha fatto in tempo. Firenze gli è sempre rimasta nel cuore. Lo ripeté anche in quella occasione in un Teatro Verdi affollato di un pubblico entusiasta e commosso: ‘Certo, è cambiata, ma per me l’idea della bellezza viene da Firenze, che conserva l’eleganza delle sue linee, la sua straordinaria forza poetica, le memorie che l’hanno resa celebre al mondo’. Saprà ora la città riannodare sia pure post-mortem, il legame con questo suo grande figlio, tanto amato per la sua grandezza, genialità e anche sregolatezza?

 

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