venerdì, Giugno 18

Giorgio Albertazzi: un perdente di successo? field_506ffbaa4a8d4

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‘Non ho paura della morte, dall’età di 18 anni, convivo con lei’, questo diceva Giorgio Albertazzi in una delle sue più recenti  interviste. Vi ha convissuto a lungo, fino all’età di 92 anni, quando è venuto a mancare nella  tenuta di famiglia, alla Pescaia Tolomei, a Roccastrada, in Maremma, andandosene in silenzio, in punta di piedi, senza clamori – lui che sulla scena ha vissuto si può dire giorno e notte –  circondato dall’affetto della moglie, Pia Tolomei, con la quale  era convolato a nozze  il 13 dicembre 2007 a Roma,  nella Chiesa sconsacrata di Caracalla, davanti al Sindaco di allora Walter Veltroni. Allora lui aveva 86 anni, lei 48: da 26 anni l’artista si ‘nutriva’ di  lei, leggiadra, anticonformista, grande  passione per i  cavalli,  discendente di quella nobile donna cantata da Dante. Quel giorno, citando Shakespeare  il grande attore e regista disse: ‘Sarai giovane, sarò giovane’. Al fianco di lei si  è rigenerato al punto  di restare in scena fino a qualche mese fa quando interruppe la tournèe del “Mercante di Venezia” , che alternava con l’altro suo grande e amato cavallo di battaglia: ‘Le memorie di Adriano’, della Yourcenar, per lunghi anni fatto rivivere  in quel luogo ideale che è Villa Adriana a Tivoli. Poi, il suo cuore ha cominciato a dar segni di cedimento, la stanchezza lo ha assalito e negli ultimi giorni  ha avvertito che stava per giungere il suo momento.

A chi lo  intervistava diceva di sapere benissimo che era arrivato al capolinea:  si inizia e si  finisce – diceva –  la vita è fatta così e  il bello è la certezza di non sapere cosa c’è dall’altra parte. L’incontro con gli amici, davanti alla candida bara, esposta all’aperto, di fronte  alla sua ultima dimora, è stato il suo non-funerale, un  rito laico di saluto. Giorgio Albertazzi  ha vissuto remando spesso controcorrente. Era uno spirito ribelle? Certamente anticonformista.  Un ‘anarchico’, lo ha definito Dario Fo, con il quale aveva condiviso un primo ciclo di lezioni-storia per la Rai,  sul teatro italiano, dedicato al Seicento e Settecento ed alla Commedia dell’Arte, ed avevano pensato di riproporne un altro. Ma quella morte  che dichiarava di non temere e che tante volte aveva vissuto  sulle scene, non gli ha lasciato il tempo di realizzare nuovi progetti.  Ne lascia alcuni (tra cui  un lavoro per la tv dal titolo:”Vita morte e miracoli”) insieme ai sogni non realizzati e a qualche rammarico. In fondo, non a caso si è definito  nel  suo ultimo libro Un perdente di successo ( Milano, Rizzoli, 1988)?  Quasi un ossimoro. Forse un tentativo di contenere, controbilanciare il suo narcisismo.

Perdente lo è stato davvero? Il  successo senz’altro non gli è mancato:  anzi, si può dire sia stato straripante. E meritato. Basti pensare all’alluvione di  ricordi, commenti, immagini, titoli di stampa, servizi tv a lui dedicati  in queste ore e che ci accompagneranno ancora. Ovunque  si sono cantate Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori le cortesie e l’audaci imprese di re Giorgio.  Le donne, tante, gli amori importanti (Bianca Toccafondi, Anna Proclemer, Elisabetta Pozzi,  Mariangela D’Abbraccio, fino all’ultimo, definitivo, fondamentale con Pia, la country-girl, come l’aveva scherzosamente definita), l’arme, sì, anche quelle hanno contrassegnato la sua giovanile esistenza (per questo, diceva, la morte lo ha accompagnato fin da giovane). Da quando – e anche questo  viene ricordato in maniera più o meno vistosa (in alcuni casi con spirito polemico, in altri con distacco storico) – l’Albertazzi poco più che ventenne che pur non essendo fascista, rispose alla chiamata alle armi, arruolandosi nella RSI,  attratto (o abbagliato?) dalla retorica patriottarda e dalle imprese di D’Annunzio e Balbo. Non rinnegò quella scelta (sbagliata), parlando però di ‘stupida retorica guerresca’,  negò invece di  aver comandato il plotone di esecuzione  di un ragazzo di Mantova (Ferruccio Mannini, 19 anni)  accusato di diserzione, consegnato loro dai tedeschi (morì gridando ‘Viva il Duce!’); ammise poi  di aver ‘presenziato’ malvolentieri all’esecuzione ordinata dal Comando, in quanto il più alto di grado (luogotenente). Un tragico episodio di guerra, avvenuto  sui monti di Sestino, tra Toscana, Emilia e Marche, per il quale ha poi subito il carcere e  il processo a Milano per quest’accusa infamante (il tribunale militare lo assolse per aver agito in ‘stato di necessità’).  Un ombra, una macchia nera sulla sua vita,  che ha lasciato molti strascichi. ‘La mia scelta, sbagliata che fosse, nacque per orgoglio nazionale’, dirà. La condanna  morale per questo suo passato (comune a quello di molti altri ragazzi,  poi passati sul versante dell’antifascismo attivo) ogni tanto riemerge.  Insieme all’invito rinnovato in questi momenti dallo storico Franco Cardini, a contestualizzare quelle scelte,  non certo ad assolvere, ma a comprendere come tali scelte, chi dalla parte della Resistenza  chi  di Salò, fossero spesso legate  al caso, a circostanze fortuite, ad esperienze  familiari, ai rischi della fucilazione per renitenza alla leva.

Tornando agli amori quello per il  teatro è stato il più grande, assoluto. Totale. I commenti che ovunque si registrano sono di ammirazione per l’attore, il regista, lo scrittore. Un grande Maestro,  Re Giorgio, l’Ultimo Imperatore: così è stato definito, pensando alla sua immedesimazione in Adriano: la figura che forse più gli si attagliava, per  affinità,  senso e gusto del bello e della decadenza. E per il fatto di essere uno degli ultimi di una straordinaria, eccezionale stagione di grandi protagonisti dello spettacolo e della cultura italiana e internazionale.  Per lui – anche questo è stato detto e scritto – non si può dire che fosse un grande interprete. No, non un interprete: Albertazzi “ era.”  Era il personaggio del quale  aveva scelto di vestire i panni. E assumerne lo   spirito.  Era Amleto, il capitano Achab,  Riccardo III ed Enrico IV e tantissimi altri.  E’  vissuto di luce propria, vera,  non riflessa. Un perdente?   La cosa appare assai dubbia. In fondo, l’architetto Giorgio Albertazzi, nato  a S.Martino a Mensola,  frazione di Fiesole (così credeva,  anche se qualcuno gli aveva riferito che fosse nato a Rifredi, il quartiere operaio della Firenze di allora), il 20 agosto del ’23, ha avuto il privilegio – costruito con le proprie mani – di convivere  a lungo, per quasi 70 anni, con i suoi autori preferiti, Shakespeare e Dante,  Pirandello e Dostoesvkij, D’Annunzio e Ibsen, Melville e Sarte……) che sono stati la sua ragione di vita. L’ opera di Dante o Shakespeare non si deve interpretare, ma assorbire, far propria, reinventarla e riproporla come fosse nostra, diceva. Un insegnamento per i giovani. Come non dargli ragione?  Anzi, sì può dire che la sua vita  artistica si sia svolta sotto la stella protettiva  di Shakespeare. Debuttò infatti  nel ’49,  nel Troilo e Cressida del bardo, nel giardino di Boboli a Firenze, sotto  la regia di Luchino Visconti. Un evento storico che ingoiò le poche risorse del Maggio Musicale fiorentino, mai più riproposto. Storico anche per il fatto che quella rappresentazione vide la partecipazione di altre giovani speranze: Vittorio Gassman, Franco Zeffirelli, assistente alla regia e Marcello Mastroianni. Coincidenza forse non casuale. Un segno del destino.  Da allora di strada ne hanno  percorsa tanta, segnando la nostra storia teatrale e culturale.

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