venerdì, Maggio 7

Giorgio Albertazzi, il condottiero della cultura

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Mostro Sacro? Grande Vecchio? Gloria del teatro italiano? Memoria di una grande Televisione? Persino, un entusiasta ragazzo di 91 anni?
Tutte le definizioni che possono venire in mente riguardo a Giorgio Albertazzi corrono il rischio di delimitarlo. Vederlo ‘vivere’ la vita di Shylock ne’ ‘Il Mercante di Venezia’, qualche giorno fa al Teatro Quirino di Roma, serve, invece, a comprendere che Giorgio Albertazzi appartiene a quella schiera di personaggi la cui esistenza non scorre come acqua sul marmo, ma è destinata a emergere, in qualsiasi campo dello scibile agiscano. Ecco, ci sono: un condottiero della cultura.

E come un condottiero avanza, sulle tavole del palcoscenico, cancellando la percezione di quel bastone che, in teoria, darebbe sicurezza alla sua deambulazione, ma che pare, invece, una civetteria da ‘divo’. E’ la proiezione di sé che sa mettere in scena, non col mestiere, ma col carisma, a catturare il pubblico e a renderlo unico.

Prima della replica del capolavoro del Bardo è tranquillo, rilassato. Una s’immaginerebbe un qualsiasi Grande Divo alle prese col pre-spettacolo in uno stato d’animo contratto, concentrato sul momento dell’apertura del sipario. E Albertazzi fuga anche questi pre-concetti. Si sottopone serenamente al fuoco di fila di domande che dura oltre un’ora e dà mostra che non interromperebbe, se non ci fosse la scadenza imposta dal dover andare in scena di lì a poco.

Un grazie speciale va a Francesca Annunziata, la più giovane attrice in compagnia,  che ha reso possibile quest’intervista, e a Ettore Palmieri, premuroso ‘complice’.

 

 

Giorgio Albertazzi, non perderò tempo a presentarla ai Lettori. Lei è troppo famoso…
Dice?

 

Lei è laureato in Architettura; ma l’architetto non l’ha mai fatto, se non arredando splendidamente le case, soprattutto alle donne che ha amato. Quanto il caso e quanto la vocazione l’hanno avviata a calcare il palcoscenico?
Ma io non ho mai deciso di fare l’attore. Tuttora sono incerto. (ride).
Durante la mia adolescenza, il teatro non mi aveva mai interessato. E’ stato quando, sul bus, tornando a casa dall’Università, ho incontrato una bellissima ragazza, Noris Miniati  -quante svolte e scelte della mia vita sono state generate dall’aver incontrato bellissime ragazze!- che mi chiese: ‘Perché non vieni a far teatro col mio gruppo di amici a Settignano?’. Era proprio bella ed io ci andai, e mi cimentai nel teatro così, senza vocazione. Ma avrei fatto qualsiasi cosa per lei, persino svaligiare una banca. Nonna mi cuciva i costumi, ricordo che avevo una livrea piena di falpalà. Rammento persino la prima battuta che dissi sul palcoscenico: ‘Signora marchesa, c’è l’ambasciatore del Perù che vorrebbe essere ricevuto’. Al provino, avevo pensato di pronunciare le battute non con accento fiorentino, come avevo sentito fare agli altri, ma imitando i doppiatori. Ebbene, il regista, un ragioniere rotondetto, intervenne: ‘Fermi tutti qui c’è un attore vero’, disse. Ed io, ancor oggi, faccio teatro per ragioni misteriose, esoteriche, persino inquietanti.

 

L’esordio autentico, però, sempre a Firenze, l’ha fatto con Visconti quale regista…
Nel 1949, Visconti mise in scena al Maggio Musicale Fiorentino un’edizione memorabile del ‘Troilo e Cressida’ di Shakespeare, che rischiò di mandare in tracollo il Maggio, tant’era costosa.
(NdR: un budget paragonabile agli attuali un milione e mezzo di euro; e non ci fu mai il tutto esaurito, tanto che la direzione del Maggio, dopo poche repliche, mise in vendita i biglietti fortemente scontati).
Vi recitava la creme de la creme del teatro italiano d’allora: Paolo Stoppa, Rina Morelli, Vittorio Gassman, Renzo Ricci, Franco Zeffirelli come scenografo e costumista, Carlo Ninchi, Memo Benassi – che grande attore fu Benassi!!! -, Marcello Mastroianni, Franco Interlenghi, Mario Pisu, Elena Zareschi
(NdR:: snocciola i nomi senza esitazioni, lasciandomi basita per l’agilità mnemonica…).
Ventotto cavalli veri in scena… la città di Troia ricostruita ai Giardini di Boboli…  Alla prima si accreditarono 160 critici, di cui 70 stranieri. Io interpretai Alessandro, il servo di Cressida e fu allora che i critici mi definirono un ‘monstre’ del teatro italiano.

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