venerdì, Settembre 24

Giordania: il trono di spade “Che si tratti di complotto o di tentato golpe, gli eventi degli ultimi giorni evidenziano un problema che esiste nello Stato giordano ossia un’incancrenita situazione di difficoltà legata all’economia e alla società, ampliata dal COVID-19”. Intervista a Giuseppe Dentice (CeSI)

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“Vi assicuro che la crisi è finita”. Con queste parole il Re della Giordania, Abdallah II, parlando in televisione per la prima volta al Paese dopo quanto accaduto sabato scorso, che ha portato agli arresti una decina di persone tra cui il fratellastro, l’ex Principe ereditario Hamza Bin Hussein. L’emergenza è rientrata due giorni fa, grazie alla mediazione dello zio Hassan, che ha portato il Principe Hamza a giurare, con una lettera, nuova fedeltà al Re, riconoscendo che “Mi metto nelle mani di sua maestà il re, rimarrò impegnato nella costituzione del regno hashemita di Giordania, e sarò sempre di aiuto e sostegno a sua maestà il re e al suo principe ereditario. Gli interessi della patria devono rimanere al di sopra di ogni considerazione. Dobbiamo tutti stare dietro al re nei suoi sforzi per proteggere la Giordania e i suoi interessi nazionali”

“Vi assicuro che la sedizione è stata stroncata sul nascere. La sfida di questi ultimi giorni non è stata la più pericolosa per la stabilità del Paese, ma per me è stata la più dolorosa”, ha confessato il monarca giordano. Nonostante le rassicurazioni del Re sulla presenza del principe Hamza sotto la custodia reale, ben poco si sa degli altri fermati. “Il nostro Paese deve affrontare sfide economiche esacerbate dalla pandemia e siamo ben consci del peso e delle difficoltà che i nostri cittadini devono affrontare. Ma ci misureremo con esse e con le altre sfide, come sempre, uniti”, ha annunciato Abdullah che ha ricevuto la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, di ritorno dal viaggio a Istanbul dove aveva incontrato il leader turco Recep Tayyp Erdogan, ribadendo l’appoggio di Bruxelles alla monarchia haschemita e al suo sovrano.

L’ex principe ereditario e fratellastro di re Abdullah II di Giordania, Hamzah, in un video pubblicato dall’emittente britannica ‘Bbc’, aveva reso noto sabato scorso di trovarsi agli arresti domiciliari:  “Ho avuto una visita del capo di Stato maggiore dell’esercito giordano, che mi ha informato che non sono autorizzato ad uscire da casa, a comunicare con le persone o a incontrarle perché ad alcuni eventi ai quali ho preso parte, anche attraverso i social media, sono state espresse delle critiche nei confronti del governo o del re”. 

Il vice primo ministro giordano, Ayman Safadi, aveva detto domenica che l’ex principe ereditario del Paese, il Principe Hamza, fratellastro del sovrano, era in contatto con attori stranieri per ordire un complotto volto a destabilizzare il Paese ed era stato monitorato ed intercettato per un po’ di tempo. Secondo le autorità di Amman, le prove avrebbero mostrato che il Principe Hamza sarebbe entrato in contatto con entità esterne e le potenti tribù locali. 

Ma chi è Hamza? Ufficiale dell’aviazione addestrato all’accademia britannica di Sandhurst e figlio di Noor, la quarta e ultima moglie di Re Hussein (rimasto in carica dal 1952 al 1999) la cui morte per cancro nel 1999 gli aveva fatto perdere il trono: Hamza aveva 19 anni, troppo giovane, e a due settimane dalla morte il monarca aveva preferito lasciare in eredità il trono ad Abdallah, nonostante avesse promesso lo scettro nel 1965 al fratello, il principe Hassan, lo stesso incaricato negli ultimi giorni di ricomporre la frattura in seno alla famiglia. Una volta diventato sovrano, Abdallah II lo poi privato nel 2004 del titolo che gli aveva concesso e cinque anni dopo ha nominato al suo posto il figlio Hussein. Tutto questo con una lettera in cui affermava: «Dover esercitare questo ruolo onorario ti ha ingabbiato e non ti ha permesso di assume le piene responsabilità che sono pronto ad affidarti». Obbligato a rimanere nella ‘gabbia reale’, con lui, la seconda moglie Basma, nata in Canada, con la quale condivide la passione per l’adrenalina, per il paracadutismo e per il volo. 

Nella videochiamata lasciata trapelare alla BBC, Hamza ha denunciato dal suo palazzo «l’incompetenza e la corruzione» del sistema al potere senza fare nomi, sottolineando di essere «disposto a obbedire agli ordini» del capo di Stato Maggiore che gli ha imposto di interrompere i contatti con il mondo esterno e soprattutto di «evitare qualsiasi attività che possa compromettere la stabilità della Giordania».

Uno degli elementi che ha spinto la monarchia ad agire contro il Principe ‘ribelle’ sono stati i rapporti controversi con i capi dei clan tribali che come lui protestano contro la corruzione e la crisi economica aggravata in questi ultimi mesi dalla pandemia. «Gli interessi finanziari e personali sono più importanti della dignità e del futuro dei 10 milioni di giordani che vivono qui», aveva  rilanciato il Principe. 

Come se non bastasse, Ayman Safadi, il Ministro degli Esteri, ha sostenuto che potenze straniere, – – di cui non ha fatto nomi, ma che il governo giordano sospetta essere Arabia Saudita e Israele, con i quali Amman  ha raffreddato i rapporti negli ultimi anni –  avrebbero tramato con Hamza e gli altri, tra i quali Bassem Awadallah, ex Ministro delle Finanze, che adesso fa affari con i sauditi, e il capo dell’ufficio politico del Re, Yasser Suleiman al-Majali.

 A detta del Ministro Safari, una persona legata all’intelligence di un altro Paese avrebbe offerto ad Hamza di inviare un jet privato per portarlo all’estero assieme alla famiglia. Un’agenzia di stampa giordana ha identificato l’uomo in questione con Roy Shaposhnik definendolo un ex agente del Mossad. Shaposhnik, che ha un’azienda attiva nel settore della sicurezza privata, ha raccontato di non essere «mai stato un agente del Mossad»: «Sono un israeliano che vive in Europa. Da amico del principe mi sono messo a disposizione per aiutarlo e lui ha rifiutato». 

Dal re del Marocco, Mohammad VI, al re del Bahrein, Hamad bin Isa al-Khalifa, e all’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani, e all’emiro del Kuwait, Nawaf al Ahmad Al Jaber al Saba, passando per il Presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi, in tanti hanno manifestato il sostegno a re Abdullah II. Puntuale è arrivata la dichiarazione del leader palestinese, Abu Mazen: “Quando avvengono queste cose vediamo l’intero mondo, senza eccezioni, schierarsi a fianco di Sua Maestà. Questa è la prova del grande rispetto ed interesse per questo pacifico e sicuro Paese al quale auguriamo sempre salvezza e sicurezza”. Abu Mazen ha poi auspicato che Abdallah resti “saldo e perseverante perchè è il custode del suo Paese”. 

Il re dell’Arabia Saudita Salman, nel corso di una telefonata, ha espresso l’appoggio “a tutte le misure prese dal re per preservare la sicurezza e mantenere la stabilità”. Gli stessi sauditi, peraltro, lunedì hanno inviato una delegazione di alto livello ad Amman per riaffermare il sostegno alla monarchia hashemita e chiedere il rilascio di Awadallah. Perfino il  leader del partito israeliano Blu e Bianco, Benny Gantz, ha definito gli arresti una “questione interna”, sottolineando che “una Giordania sicura e prospera è nell’interesse di Israele nell’ambito della sicurezza, della diplomazia e dell’economia”.

Anche il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price, aveva detto: “Seguiamo con attenzione le informazioni e siamo in contatto con le autorità giordana”. Quindi, Abdullah ha ricevuto la telefonata diretta del Presidente Joe Biden che ha riaffermato il sostegno USA al sovrano. 

Va detto che la Giordania è governata da una monarchia fin dalla sua nascita negli anni Quaranta, ma centrale nello scacchiere geopolitico mediorientale: il ruolo di Amman è stato sempre fondamentale per la questione Israeli-palestinese avendo il compito di custodire la spianata delle Moschee, ma il suo territorio è stato anche utilizzato dalle operazioni di terra delle truppe Usa così’ come le sue basi per gli attacchi aerei. Fondamentale è stata anche l’accoglienza di circa 600mila siriani in fuga dalla guerra civile iniziata nel 2011

La pandemia di COVID-19, con i recenti disastri nella gestione sanitaria costati il posto al Ministro della Sanità e con le enormi criticità a livello economico – il tasso di disoccupazione è al 24%, l’industria del turismo è a zero mentre si legge nel World Economic Outlook pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) che il PIL ha segnato un -2 per cento nel 2020, ma dovrebbe toccare il 2 per cento nel 2021, per poi salire al 5,7 per cento nel 2022 – ha fatto esplodere quanto fino a qualche tempo fa era latente. Inoltre, la monarchia, va ricordato, si è fortemente costituzionalizzata in senso parlamentare e questo ha favorito un  aumento del rapporto di fiducia dell’esecutivo rispetto al legislativo e una riduzione dell’invadenza della monarchia nell’azione di governo. Questo ha marginalizzato, di fatto, diverse figure, ma fino a che punto? Le trame reali rimarranno un fenomeno circoscritto o è solo l’inizio? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Dentice, neo Responsabile del desk MENA per il Centro Studi Internazionali (CeSI) ed autore, insieme a Giuseppe Palazzo, di un’interessante riflessione sugli ultimi eventi accaduti ad Amman.

 

Le autorità giordane hanno dichiarato domenica di aver sventato un “complotto maligno” di Hamzah per destabilizzare il regno con il sostegno straniero. Il Principe ha negato di aver preso parte a qualsiasi complotto e ha affermato di essere stato preso di mira per aver criticato aspramente contro la corruzione e il malgoverno. Complotto o golpe o nessuno dei due?

Può essere tutto e niente. Non si può escludere aprioristicamente nessuna ipotesi perché le informazioni a disposizione sono decisamente poche e poi perché dietro vi è una sorta di ricostruzione molto viziata e parziale che non permette chiarezza nell’interpretazione dei fatti. Partiamo dall’uso dei termini: in Giordania, la stampa nazionale e l’agenzia di stampa nazionale ‘Petra’ hanno parlato in maniera chiara di ‘plot’, cioè ‘complotto’, qualcosa che ha un valore politico, ma che non mira a cambiare il modello di Stato che ci sarebbe dietro ad un colpo di Stato. L’idea del colpo di Stato è stata buttata lì dal ‘Washington Post’, poi ripresa da indistamente da tutte le altre testate. Senza verifica e questo non riguarda l’aspetto giornalistico, ma come è stata fatta filtrare all’esterno. Da questo punto di vista c’era l’intenzione di creare instabilità e quindi a creare anche un senso di pericolo all’interno dello Stato. Ovviamente nessuno può mettere la mano sul fuoco né in un verso né nell’altro che ci sia una situazione di complotto, una chiara intenzione di instabilità politica o, addirittura, di colpo di Stato. Quello che possiamo dire è che ciò che è successo in Giordania evidenzia un problema che esiste nello Stato giordano ossia un’incancrenita situazione di difficoltà legata all’economia e alla società, ampliata dal Covid-19 nella quale la politica è impantanata a causa di alcune criticità strutturali. 

Le Forze Armate hanno annunciato che si è trattato di un avvertimento volto a scoraggiare azioni compromettenti per la sicurezza e la stabilità del Paese. Il vice primo ministro giordano, Ayman Safadi, ha detto domenica che l’ex principe ereditario del Paese, il principe Hamza, fratellastro del sovrano, era in contatto con attori stranieri per ordire un complotto volto a destabilizzare il Paese ed era stato monitorato per un po ‘di tempo. E’ credibile questa storia delle potenze straniere? 

Innanzitutto bisogna sottolineare che non si è mai precisato se si parlasse di Stati o singoli soggetti privati, ma si parlava di forze straniere: un modo come un altro, anche qui, per dire tutto e niente. E questo non significa che non ci possa essere stata effettivamente un’influenza esterna e questo non lo tendo ad escludere. Ma un’influenza esterna è anche un modo per esercitare pressione sul piano interno senza necessariamente puntare a creare delle situazioni di pericolo. Una sorta di caso eterodiretto in modo tale da andare a vedere quali sono i fattori che influenzano il piano Giordano o quello dell’attore straniero. In questo discorso, molti hanno coinvolto, per esempio, Ryad e Tel Aviv.

A questo riguardo, Lei scrive che “sebbene lo scenario regionale sia avverso e presenti numerosi punti di debolezza, è difficile ipotizzare che l’atto sovversivo avvenuto in Giordania fosse un’azione eterodiretta e guidata dagli interessi di alcuni attori esterni”. Eppure in molti hanno puntato il dito contro l’Arabia Saudita, Paese con cui i rapporti della Giordania si sono molto raffreddati. Inoltre, tra gli arrestati dai militari nel weekend ad Amman, Sharif Hassan Bin Zaid e Basem Ibrahim Awadallah, due alti funzionari legati alla Casa reale: il primo ex ambasciatore giordano in Arabia Saudita e anche legato al principe Ali Ben Hussein, fratello del re; il secondo a lungo confidente di Re Abdallah e anche ministro delle finanze, dopo aver ricoperto il ruolo di capo ufficio della Casa reale, tanto da essere stato fautore delle riforme economiche intraprese nel regno incontrando anche molte resistenze da parte dell’establishment. E poi lunedì c’è stata una visita non programmata in Giordania da parte di una delegazione saudita guidata dal Ministro degli Esteri Faisal bin Farhan al-Saud, che ha offerto il suo «pieno sostegno al re Abdallah II» e ha chiesto il rilascio di Bassem Awadullah. C’è effettivamente una ‘Arabia Saudita connection’ negli eventi degli ultimi giorni in Giordania?

Non si può escludere questo. Ma sono anche probabilistica in questo senso: se anche ci fosse stata un’interferenza straniera, tra tutte quella saudita è quella più plausibile per i motivi appena ricordati, ma, soprattutto, per tutto il contesto di politica estera, dove, di fatto, molte situazioni sono storicamente collegate e dove, bisogna ricordare, l’Arabia Saudita è stata il principale ‘donors’ regionali nei confronti della Giordania. Aggiungiamo che, nel corso degli anni, Riad ha ridotto il suo ingresso ‘economico’ in favore della Giordania e questo è sicuramente un segnale del fatto che c’è una distanza dettata da divergenze politiche. A ciò aggiungiamo il tentativo del Principe Saudita Mohammed Bin Salman, in epoca di contrattazioni prima sottobanco e poi palesi in vista degli Accordi del Secolo, che prevedeva, stando alle ricostruzioni, di fare le scarpe alla Giordania sulla gestione dei luoghi santi dell’Islam, cioè la Spianata delle Moschee. Questo fa capire quanto in realtà ci siano delle frizioni. Sicuramente l’influenza e l’interferenza hanno un gioco e un peso e questo peso incide su determinate dinamiche. Tuttavia, da qui a pensare che l’Arabia Saudita intervenga per buttare giù un sistema che, di fatto, richiama la sua stessa identità – la monarchia è un sistema conservatore che consente di mantenere la stabilità e l’identità – sarebbe come farsi un autogol perché sarebbe mettere in discussione quell’idea stessa di monarchia, proprio nel momento in cui, anche in Arabia Saudita, la società è in fermento. Da questo punto di vista, rischierebbe di essere un pericoloso boomerang anche per la stessa Arabia Saudita.

Oltre all’Arabia Saudita, anche Israele è sospettato: il governo giordano ha parlato di “un’agenzia di intelligence straniera” che avrebbe “contattato la moglie del principe giordano per organizzare una fuga in aereo”, a bordo di un jet privato. Roy Shaposhnik, un businessman israeliano vicino a Hamzah, aveva proposto, allo scoppio degli arresti, di portare l’ex principe ereditario giordano in Europa con la sua famiglia a bordo del proprio jet privato. Il governo di Amman riterrebbe Shaposhnik molto vicino al Mossad. Circostanza che il businessman ha negato, affermando di essere “un israeliano che vive in Europa. Da amico del principe mi sono messo a disposizione per aiutarlo e lui ha rifiutato”. I sospetti verso Israele sono fondati? Tel Aviv potrebbe effettivamente avere interesse a destabilizzare, in questo momento, il regime di Amman?

Certamente ci potrebbero essere degli interessi e, come nel caso saudita, un’interferenza. Però bisogna sottolineare che Netanyahu non è Israele che la politica estera israeliana non è Netanyahu, al netto delle iniziative pur sempre personalistiche e da campagna elettorale del Premier israeliano. Negli anni le relazioni tra Giordania e Israele si sono irrigidite proprio in relazione alla questione israelo-palestinese e al tentativo, di fatto, degli israeliani di lasciare la “patata bollente“ di quello che rimane della  Cisgiordania alla Giordania. Il che è un gioco scorretto soprattutto in un contesto di equilibri precari dove la soluzione passa attraverso il coinvolgimento di tutte le parti perché di questo non si può fare a meno. È ovvio che, anche in questo caso, sono uscite diverse informazioni che danno Israele dietro a questo tentativo di destabilizzazione della Giordania: non so quanto possa aver effettivamente avuto un ruolo, ma non metto in dubbio il fatto che ci possano essere stati anche soggetti, non necessariamente legati al governo, che abbiano potuto contribuire alla divulgazione di informazioni, ma in quel caso contribuirebbero al tentativo di creare pressioni alla controparte e non per poi creare, effettivamente, un colpo di Stato. Anche perché i soggetti che sono poi stati tirati in ballo in Giordania tra cui Hamza e Awadallah sono molto diversi, uno fortemente incastrato nell’entourage hashemita, l’altro un tecnocrate, uno con una forte rete di collegamenti col mondo tribale, l’altro con una grande presenza in alcune realtà, ma senza la capacità di portare avanti un’idea di golpe contro un’istituzione senza coinvolgere le istituzioni principali, cioè la monarchia e le forze armate. E poi c’è al-Majali che ha una storia fortemente connaturata al tessuto sociale e politico giordano, ovvero a quella parte di notabilato storico con grandi entrature nel Parlamento, nella famiglia reale. Da questo punto di vista, mi sembra tanto una trama sgangherata con cui si è voluto creare una serie di messaggi collaterali, di segnalare alcune red lines sul piano interno ed esterno. Se è un complotto, esso guarda più ad una dimensione giordana e, in secondo livello, ad una dimensione regionale.

A questo riguardo, Lei scrive che “è più presumibile ipotizzare una lotta di potere interna alla famiglia reale, nella quale alcuni elementi di spicco sono stati marginalizzati (come ad esempio Hamzah bin Hussein) per garantire stabilità nell’inner circle hashemita e impedire eventuali situazioni di instabilità che nel lungo periodo potessero indebolire la corona e portare, in ultima ipotesi, ad un colpo di Stato”. Il re Abdullah II è il fratellastro di Hamzah bin Hussein, ed era stato scelto al suo posto come erede al trono dal re Hussein, che lo aveva nominato un po’ a sorpresa, nonostante Hamzah fosse considerato il prediletto. Nel 2004, re Abdullah II aveva tolto il titolo di principe ereditario al fratellastro Hamzah per assegnarlo a suo figlio Hussein bin Abdullah, che aveva solo dieci anni. A partire da quel momento, esistono delle divergenze fra i due rami della famiglia reale. Alla base, dunque, è più credibile ipotizzare una questione familiare di potere tra due concorrenti? E perché è più credibile questa ipotesi?

Non è inusuale quando si ha a che fare con famiglie larghe e allargate. Quello che io penso è che in questo momento anche lo stesso Hamza è stato strumentalizzato da chi ha voluto portare avanti le sue istanze nel senso che le accuse di corruzione e di cattiva gestione dello Stato non sono una novità, ma sono parte integrante dello stesso Stato giordano e, al contempo, vengono fuori nel momento di dare credito ad una pista che non c’è. Non a caso, poi, lo stesso Principe Hamza ha giurato di nuovo fedeltà al sovrano. Il messaggio è: “se ho sbagliato, me ne pento, ma cerchiamo di creare meno clamore possibile”.

Diversi osservatori hanno posto l’accento anche sulla rivalità esistente tra le due regine madri e tra le due mogli dei protagonisti di questa crisi. È un elemento da non escludere?

Non si può escludere nulla. Anche il fattore femminile è parte integrante della trama reale in quanto anche le mogli hanno un ruolo. Pensiamo alla regina consorte Rania, donna molto glamour che, nella narrazione corrente, si dice sia poco amata dal popolo, ma questo è vero fino ad un certo punto perché c’è la necessità di dare un’immagine all’esterno di coesione e unione, ma poi all’interno Rania è stata ‘contestata’ in varia misure per alcune sue scelte e posizioni. Questo ha a che fare con il ruolo della moglie, e in questo caso della consorte reale, all’interno della gerarchia di potere. È uno schema che alimenta degli intrighi, ma che fa più parte di una certa idea del potere. 

Sempre rimanendo nell’ambito familiare, non sono pochi quelli che hanno descritto il Re Abdallah II come sostenuto soprattutto dalla regina Rania, ma fortemente isolato rispetto al resto della famiglia reale. Ci sono elementi di verità in questo ritratto del Re giordano?

Probabilmente sì. Nelle accuse c’è sempre un tratto di verità che, in questo momento, dipinge il re in una condizione di debolezza dettata dal fatto che una parte del suo entourage storico sia allentata per motivi vari che molto hanno a che fare, soprattutto, con la dimensione domestica. Quindi c’è da ricostruire un’idea di ‘contratto sociale’, il nuovo patto legale che giustifichi vecchie alleanze tra tribù, vari potentati locali e soggetti che contribuiscono a garantire la stabilità del potere in Giordania e forze armate.

Secondo il quotidiano israeliano ‘Haaretz’, già l’anno scorso alcuni membri si sono dimostrati critici nei confronti di Abdullah II. Nell’estate del 2020 uno dei fratellastri di Abdullah II e Hamzah twittò una dura critica nei confronti della normalizzazione dei rapporti fra Israele ed Emirati Arabi Uniti, retwittata dalla madre di Hamzah, Nur. Anche la politica estera è terreno di contrasti a livello familiare?

Assolutamente sì. La dimensione internazionale ha una sua rilevanza, ma questo riguarda la storia stessa della Giordania la cui oltre metà della popolazione è di origine palestinese. È anche vero che, all’interno della famiglia reale, ci sono diverse sensibilità e diversi modi di pensare il futuro. Anche lo stesso Re ha mostrato la voglia di non accettare gli Accordi di Abramo come sono stati presentati. Innanzitutto perché danneggiavano la Giordania e poi perché ne accentuavano la marginalizzazione. Ribadisco ‘accentuare’ perché la Giordania è un Paese centrale a livello mediorientale, ma è divenuto, nel tempo, un attore di secondo piano e non è un caso che l’attivismo mostrato nei mesi recenti a fianco dell’Egitto, dell’Iraq è anche un tentativo di slegarsi da quelle che sono le tradizionali alleanze ed equilibri regionali ed internazionali, oltre al tentativo di creare un hub di Paesi ‘non allineati’ proprio per non rimanere schiacciato tra i poli opposti delle rivendicazioni del popolo e della politica giordani.

«Gli interessi finanziari e personali sono più importanti della dignità e del futuro dei 10 milioni di giordani che vivono qui», ha proclamato il principe nel primo dei suoi messaggi. Non è la prima volta che Hamza si erige contro il malgoverno del suo Paese, quasi a proporsi come leader alternativo all’attuale monarca. C’è del vero in queste accuse di corruzione rivolte dal Principe Hamza?

Certamente e questo è innegabile. La corruzione e la mal-governance sono questioni che esistono da quando è nato lo Stato giordano: sono situazioni incancrenite che, nel corso degli anni, sono esplose e non sono più gestibili come fatto in passato, proprio perché il regno hashemita è sul piano economico e sociale debole, ma è debole anche dal punto di vista della struttura Stato, come accentuato dalla pandemia di COVID-19.

La pandemia è innanzitutto un problema sanitario. Dopo avere avuto pochissimi casi di contagio nella primavera del 2020, ha avuto una prima ondata in autunno mentre ora è nel picco di una seconda ondata iniziata a marzo. Dall’inizio della pandemia i morti sono stati più di settemila, mentre i contagiati registrati ufficialmente 633mila (circa una persona su 15, dato che i giordani sono circa 10 milioni). Il ministro della Sanità è stato rimosso due settimane fa dopo che almeno sei persone malate di COVID-19 sono morte per una temporanea carenza di ossigeno nell’ospedale di Salt, una città a poca distanza dalla capitale Amman. Le morti all’ospedale di Salt hanno dato il via a nuove proteste in varie città del Paese contro la gestione economica e sanitaria della pandemia: a manifestare sono soprattutto i giovani, in un Paese in cui l’età media è di 23 anni. Anche gli errori nella gestione sanitaria che non sono mancati hanno avuto un peso in questa crisi?

Assolutamente sì, ma, in realtà, come ha dimostrato la rimozione del Ministro della Sanità, si prova a dare risposte populiste a problemi concreti. È un modo come un altro per riaccattivarsi il favore popolare e non perdere legittimità. Ricordiamo che il COVID-19 è una crisi sanitaria, i cui impatti sono economici e sociali, ma crisi di queste dimensioni hanno però un’unica grande cornice: la dimensione politica. Queste sono tensioni politiche che intaccano, in un modo o nell’altro, il potere e l’esercizio del potere. Quindi, in questo senso, tutte queste situazioni sono state accentuate da un fenomeno globale, ma, se guardiamo alla Giordania, vediamo come questo stato di cose oggi abbia diversi problemi perché se, nella fase iniziale, la fermezza e la chiusura di tutto ha impedito la diffusione del contagio, questo però ha incrementato le difficoltà economiche e sappiamo bene quanto l’economia informale sia un elemento strutturalmente fondamentale per popolazioni come quella giordana.

L’aspetto della gestione economica della pandemia è l’altra faccia della medaglia: il tasso di disoccupazione a un preoccupante 24 per cento, e migliaia di attività sono state costrette a chiudere. Il governo sta lavorando a un piano per aprire soltanto alle persone vaccinate i principali siti turistici del Paese quali l’antica città di Petra e i canyon del Wadi Rum, ma non è chiaro se ciò sarà sufficiente per attrarre i turisti stranieri. L’economia del paese si basa anche sulle donazioni e gli aiuti che riceve dall’estero, come i circa 1,5 miliardi di dollari che nel 2020 sono arrivati dagli Stati Uniti, ma che non cresceranno in un momento così grave. A questo punto, per un Paese come la Giordania, in che modo il governo dovrebbe far convivere la dimensione sanitaria e quella economica? E quale delle due è più preoccupante?

Penso che sia indistinta la questione: il problema è sanitario è anche economico. Sono tutti effetti di una stessa grande cornice, quella del Covid-19, che chiama in causa la politica. 

Anche perché, in queste critiche alle carenze nella governance, Hamza più recentemente ha trovato concordi e ha stretto legami con potenti leader di tribù e gruppi d’opposizione Herak, una mossa che è stata avvertita come una minaccia per il Re. Anche questo ha influito nella decisione del Re di agire?

Quella della monarchia è stata una misura preventiva per impedire il peggio. Che ci sia una ‘minaccia’ che possa prefigurare anche qualcosa di più pericoloso è innegabile altrimenti non sarebbero avvenuti, con tanto clamore, gli arresti. È un messaggio che si è voluto dare all’interno e all’esterno. 

“Mi metto nelle mani di sua maestà il re, rimarrò impegnato nella costituzione del regno hashemita di Giordania, e sarò sempre di aiuto e sostegno a sua maestà il re e al suo principe ereditario”, ha affermato nella missiva. “Gli interessi della patria devono rimanere al di sopra di ogni considerazione. Dobbiamo tutti stare dietro al re nei suoi sforzi per proteggere la Giordania e i suoi interessi nazionali”, si legge nella lettera, pubblicata sul sito della casa reale, nella quale Hamza ha giurato nuova fedeltà al Re. Come si spiega una ritrattazione così repentina? Quali armi di persuasione sono state usate per convincere Hamzah a più miti consigli dopo aver denunciato in modo così veemente le criticità della governance giordana?

Non saprei dare una versione corretta dei fatti perché le Notizia in discussione sono talmente tanto poco che falsate che ogni speculazione rischia di essere fuorviante. Quello che posso dire è che, secondo me, le affermazioni di Amsa sono state strumentalizzate e quindi, da questo punto di vista, anche se lui non contesta la legittimità del potere del fratello o le sue scelte, ci potrebbe anche stare che da parte sua ci fosse la volontà di critica da ‘cittadino libero’, come fa lui stesso dichiarato. C’è la volontà di affermare il proprio ruolo, la propria identità, anche in un ipotetico futuro, nell’ottica di dimostrare quanto egli possa avere una sua forza rispetto al fratello stesso. Il ritrattare e giurare nuovamente fedeltà potrebbe essere una scelta indotta, ma anche personale per una questione di opportunità così da evitare rischi per la Casa reale. 

La mediazione dello zio, il principe Hassan, e le forze di sicurezza sono state due elementi importanti nel riportare Hamzah a più miti consigli?

Ad oggi, direi di sì. Se le forze armate avessero trovato un forte interesse nelle parole di Hamzah, probabilmente lo avrebbero appoggiato. Forse il Re Abdullah II non è poi così isolato da non avere più il controllo della situazione.

Stabilità perduta? Oppure si può escludere che la questione di Hamzah possa scuotere le fondamenta della monarchia hashemita, che ha l’appoggio dell’esercito e della sicurezza?

Io mi sentirei di dire che la Giordania non ha mai avuto una sua stabilità, ma piuttosto che la sua instabilità è divenuta nel tempo la sua stabilità. Il Paese, per assurdo, viveva una situazione di stallo che, in realtà, era la sua grande forza. Ma questo non significa che il Paese fosse stabile o tendenzialmente immune da problemi: già nel 2011 l’aveva scampata, nel 2015 e nel 2018 c’erano state delle contestazioni contro la gestione del potere. Il punto è capire quanto effettivamente gli apparati che costituiscono lo Stato percepiscano questa instabilità come una forma di reale minaccia alla sicurezza del Paese. Probabilmente questa minaccia era più percepita che reale nel senso che c’erano i prodromi per una situazione di criticità, ma non erano tali da dar vita ad un colpo di Stato. 

Le potenze occidentali e i Paesi arabi si sono schierati tutti al fianco di Abdallah. L’appoggio al re è arrivato da Usa, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Israele e anche dall’Unione europea. Qualcuna di queste manifestazioni di sostegno al Re di Giordania era inaspettata? E cosa se ne ricava?

Non mi ha stupito nulla, anzi mi sarei stupito se non ci fossero state dichiarazioni di appoggio da parte dei Paesi del Golfo e della regione. Ciò è dovuto al fatto che questa è una potenziale minaccia anche per gli equilibri del Golfo e regionali. Quindi, è evidente che se cade il Re di Giordania si rischia di avere una situazione di instabilità a livello regionale. Pertanto, la ritengo anche una scelta logica quella dei rappresentati del Golfo e della regione di voler mantenere il controllo della situazione attraverso il sostegno alla famiglia reale giordana. 

Perché è importante la Giordania per il Medio Oriente? Cosa cambia e cosa rischia il Medio Oriente con una Giordania meno stabile?

In questo momento cambia poco nel senso che gli equilibri della regione si giocano su altre strade come le trattative sul nucleare iraniano e il passaggio da Trump a Biden. Per la Giordania, quello che può cambiare ha molto a che vedere con la questione israelo-palestinese e come questa si concilia all’interno delle dinamiche regionali. Presumibilmente, possiamo immaginare che ciò che è in corso in Medio Oriente rimarrà, non con i toni di Trump, ma secondo le regole volute dagli Stati Uniti. Il punto è capire come questi riflessi possano influenzare le dinamiche interne ai Paesi stessi. Se guardiamo al caso della Giordania, essa vive una situazione di debolezza dettata anche da altri problemi. 

Vede rischi instabilità per altre monarchie mediorientali? 

Vedo rischi di instabilità per gli equilibri mediorientali nel loro complesso piuttosto che per il singolo Paese. 

Le autorità giordane hanno parlato di ingerenze straniere, senza però fare nomi. È possibile, tuttavia, immaginare che, d’ora in poi, la Giordania cambi registro con Arabia Saudita e Israele?

Certo, qualcosa cambierà ed è anche presumibile pensare che la linea dell’equlibrismo tenuta dalla Giordania in questi anni dovrà mutare anche in considerazione del fatto che il contesto cambia, vedendo il Regno hashemita in una condizione di debolezza.

In queste ore, Joe Biden ha telefonato il Re Abdullah II per ribadire il sostegno americano al monarca giordano ed annunciare il ritorno degli Stati Uniti all’appoggio della Soluzione dei Due Stati della questione israelo-palestinese. Gli ultimi eventi ad Amman saranno tenuti in considerazione da Joe Biden e in che modo influiranno sull’approccio della nuova Amministrazione USA al Medioriente?

La differenza sostanziale sarà nel modo di interpretare la regione. Con Trump le relazioni erano interpretate in modo commerciale, come fossero contratti. Biden ha una storia ben diversa, conosce bene la politica estera e soprattutto quella mediorientale. In questo senso, credo cercherà di cambiare rotta soprattutto in termini di relazioni tra gli Stati Uniti e i Paesi del Medio Oriente e tra questi e il nuovo contesto internazionale. Sarà molto importante capire le nuove direttrici. 

In un discorso alla tv giordana, Re Abdullah ha oggi dichiarato che la “crisi è risolta” e che il Principe Hamzah è nel suo palazzo “sotto la sua protezione”. La monarchia giordana è salva? E per quanto? Si può escludere che prossimamente Hamzah possa effettivamente provare un colpo di mano?

Se dovessi scommettere, ad oggi, non immagino un’eventuale ascesa di Hamzah proprio in virtù del fatto che la situazione è tale da non consentire sconvolgimenti repentini.

 

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