domenica, Aprile 18

Giordania: i reporter non fanno più notizia field_506ffb1d3dbe2

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 Arab Reporters for Investigative Journalism

Amman – Secondo le ultime analisi di Reporters Sans Frontières (RSF), il 2013 si è rivelato un anno fortemente negativo per quanto riguarda la libertà di stampa.
La qualità delle informazioni prodotte dagli organi competenti non ha soddisfatto gli standard attesi.
Alla base del problema una moltitudine di fattori: per quello che riguarda l’occidente, i colpi di coda della recente crisi globale, hanno rivelato meccanismi di difesa e chiusura dei vari Stati, a scapito di una reale informazione di qualità.
«La libertà di informare è troppo spesso sacrificata da una ampia e discrezionale interpretazione dell’interesse nazionale, discostandosi dunque da basilari pratiche democratiche», si legge nel rapporto dell’organizzazione.
La maglia nera, nella classifica, è stata assegnata al Medio Oriente, che vede i suoi maggiori Stati oltre la centesima posizione.

La Siria, in particolare, con 130 operatori stampa fra cameraman, reporter, inviati e tecnici, uccisi durante il conflitto dal 2011 ad oggi, si conferma il posto più rischioso in cui esercitare la professione.
L’Iraq, dopo il passaggio dei poteri avvenuto di recente fra Washington e Baghdad, ha visto ostacolare la libertà di espressione in maniera esponenziale, fino a rendere impossibile il lavoro dei giornalisti nelle aree occidentali del Paese.
Anche Beirut, nonostante il Paese non sia in una situazione di conflitto, non riesce a garantire alla popolazione una informazione di qualità che possa traghettare il Libano nel novero degli Stati liberi.
Yemen e Tunisia vivono gli stessi problemi.

Casi particolari sono registrati in Egitto -Paese in cui la stampa ha subìto restrizione all’alternarsi dei Governi, al punto che si sono coniati neologismi quali ‘Brotherization‘ e ‘Sisification‘ per indicare l’impronta dei Governi sulla società egiziana- ed in Libia -qui sono stati  festeggiati solo pochi giorni fa i primi due anni di pubblicazione del ‘Lybia Herald’, in concomitanza con l’anniversario della rivoluzione, recentemente integrato dal supplemento ‘Lybia’s Investment Need’, rivolto agli imprenditori stranieri, che sta registrando un discreto successo ed una qualità degna di nota, nonostante il Paese nella classifica RSF occupi la 137° posizione.

Iran e Arabia Saudita, i due maggiori attori regionali, destano forti preoccupazioni per le loro capacità di censura e controllo, azioni esercitate in maniera sistematica sulla stampa, nonostante la stabilità interna.

La mancanza di obiettività non è passata inosservata fra la popolazione, che ha assistito impotente al lento degrado dei propri apparati informativi. Questo ha determinato un crollo della fiducia nella figura del giornalista, identificato, sempre più spesso, come complice con gli organismi governativi.

Negli ultimi anni, infatti, partendo dalla Tunisia di Zine Ben Ali, alla Libia di Muammar Gheddafi, all’Egitto di Hosni Mubarak fino alla Siria di Bashar al-Assad, le intromissioni della politica nei media, sono state invasive. Ne hanno determinato le proprietà, ristretto le capacità editoriali, influenzato le concessioni pubblicitarie e, quando possibile, infiltrato uomini di fiducia, nel tentativo di controllare l’opinione pubblica.

La crisi economica globale, arrivata in Medio Oriente con alcuni anni di ritardo, ha amplificato questi comportamenti e costretto le Redazioni a sempre maggiori cessioni di sovranità, nel tentativo di far sopravvivere il mezzo stesso.

Il gap creatosi fra la realtà e l’informazione ha determinato la nascita di nuovi canali, che hanno imparato a fare a meno della figura ufficiale del reporter professionista per scovare, ricevere e trasmettere notizie.

Redazioni d’ogni sorta son nate nell’area Medio Oriente Nord Africa (MENA) negli ultimi anni, determinando, inizialmente, una sovrabbondanza informativa, che lentamente si è sottoposta alle leggi di mercato, premiando, così, i canali di maggiore obiettività e qualità a scapito degli altri. Una sorta di variazione della Teoria della Mano Bianca di Smith applicata alla Stampa.

Il caso giordano, fra quelli esposti è forse uno dei più particolari e ‘ritardatari’.
Il Paese, maggiormente aperto e critico per via della sua storica stabilità, ha assistito all’evoluzione circostante di situazioni di vario tipo, restandone inficiato in maniera collaterale. Infatti, pur non avendo vissuto nessuno stravolgimento realmente paragonabile alle ‘Primavere’ circostanti, ha ugualmente attivato forti meccanismi di sicurezza in materia di libertà di espressione.
La sua posizione nella classifica di RSF è al 141° posto su 180, in variazione negativa rispetto agli anni precedenti.

Non è stato solo il decreto di chiusura dei siti di informazione non autorizzati a determinare questa discesa, nonostante abbia fortemente influito, ma la qualità dell’informazione giornalistica ufficiale, che troppo spesso devia le critiche verso il vertice della piramide della società giordana, una società, nel contesto della quale, i diritti sono stati posti in stand-by.
La  legge 49 del 2012, che prevedeva una tassazione ed una registrazione per tutti i siti di informazione, compresi i blog, che ha determinato il blocco contemporaneo di oltre trecento siti nel giugno scorso, è stata la spia d’allarme di questa situazione.

Nel 2005, ad Amman è nata la Arab Reporter for Investigative Journalism (ARIJ), una organizzazione No Profit, finanziata inizialmente da partner di rilievo come il Parlamento Danese, la Fondazione Open Society, l’Unesco, il Centro per il Giornalismo Internazionale di Washington e, dal 2011, dalla Sida.
Si occupa di affiancare, supportare e formare reporter in Giordania, Siria, Libano, Egitto, Iraq, Barhain, Palestina, Yemen e Tunisia al fine di produrre report investigativi di qualità, e, come si legge nella presentazione ufficiale, «promuovere il giornalismo investigativo nelle Redazioni arabe, ancora una pratica aliena».
La prassi seguita prevede che si sottoponga un piano alla commissione dell’organizzazione, riguardante un argomento di interesse su cui si desidera investigare, completo di metodologia, finalità e budget.
Qualora il piano sia ritenuto valido dalla commissione, l’organizzazione fornisce budget e strumenti per la sua realizzazione, ed una piattaforma per la pubblicazione.

Il Direttore della Commissione investigativa di Arij, e Hamza Soud.

 

Hamza Soud, parliamo dal lavoro di Arij nel mondo arabo e degli obiettivi che ad oggi avete raggiunto
Arij è una organizzazione senza fini di lucro che ha l’obiettivo di promuovere l’informazione investigativa, formando e finanziando attivisti, giornalisti e free lance e fornendogli una piattaforma multimediale in cui poter condividere i lavori prodotti, che possono essere documenti, video, audio. Il dossier che ha sicuramente riscosso la maggiore attenzione riguarda un centro di accoglienza per disabili in Giordania. Abbiamo monitorato i comportamenti interni del personale sui pazienti per lungo tempo, tramite un nostro inviato dotato di microcamera, arrivando a scoprire una serie di abusi psico-fisici. Il risultato è stato molto forte, ed una volta pubblicato, è stato rilanciato dall’emittente ‘BBC‘. Un altro report riguardava la compravendita di esami scolastici, necessari in Giordania ad ottenere il diritto di accesso nelle varie università. In questo caso siamo riusciti a documentare la malafede del ufficiale ministeriale addetto, determinando una commissione di inchiesta ancora in corso.

Perchè qualcuno in possesso di informazioni di questo tipo dovrebbe rivolgersi ad Arij e non ad un qualsiasi quotidiano ufficiale?
Semplicemente perchè trovano nella nostra organizzazione una piattaforma abbastanza coraggiosa da produrre e pubblicare quelle informazioni. Purtroppo molti media sono fortemente influenzati da poteri forti, politici e di intelligence. Faccio un esempio, qualche tempo fa abbiamo seguito un’inchiesta riguardo traffici illeciti nel campo profughi siriano di Zaatari, nel nord del Paese, andati a buon fine grazie alla complicità di ufficiali giordani compiacenti. Una volta terminata l’inchiesta l’abbiamo proposta ai vari quotidiani, che hanno categoricamente rifiutato. Qualche volta accettano, ma non è semplice per loro pubblicare informazioni di questo tipo, né produrle.

Perchè avete sentito il bisogno di creare una fonte di informazione di questo tipo?
Abbiamo sentito l’esigenza di colmare un vuoto informativo, a seguito dell’aumento del livello di corruzione nel Paese e nella regione, argomenti di chiara competenza giornalistica ed investigativa. Il nostro obiettivo era quello di riportare la stampa ai suoi doveri. Il pubblico dimostra ampio interesse perchè non ha mai avuto informazioni di questo tipo, come ad esempio un ufficiale compiacente in traffici illeciti, è la prima volta che in questo Paese se ne parla.

Nell’ultima classifica di Reporter Senza Frontiere l’analisi sulla situazione in Giordania ha mostrato un calo di fiducia della popolazione nei confronti della stampa, a vostro parere la figura del giornalista necessita di una riabilitazione per riguadagnare questa fiducia?
Concordo sulla necessità di una riabilitazione volta a ripristinare la fiducia fra stampa ufficiale e pubblico, ma ritengo che, nonostante siano i reporter a pagarne le maggiori conseguenze, la fonte del problema sia da ricercare nella gestione della stampa.

La libertà di espressione è garantita, a vostro parere, in Giordania?
No, ed è per questo che ritengo che la riabilitazione non debba riguardare il giornalista in sé, il discorso riguarda esattamente la libertà di espressione e la possibilità della stampa di essere libera da interferenze e pressioni politiche che arrivano a livelli diversi. Il blocco dei siti è un chiaro esempio di limitazione di questa libertà. Inoltre, chi si occupa di eventuali aspetti processuali derivati dalla violazione di norme in materia di informazione non è una corte civile ma militare, e questa corte ha una cerchia di giudici scelti dal Primo Ministro, e questo è incostituzionale. Chiaramente l’impatto sul professionista è forte.

Legge 49/2012 sulla Responsabilità civile della Stampa, qual’è la posizione di Arij?
Arij si è schierata fortemente contro la scelta di subordinare un sito internet o un blog di informazione ad autorizzazione, al fianco di numerose associazioni internazionali e promuovendo la discussione a riguardo.

Perchè avete scelto come canale il Web e non la carta stampata?
Faccio un esempio, quando il nostro sito è stato bloccato, il blocco riguardava la Giordania, ma avevamo la consapevolezza che le informazioni ed i contenuti restavano comunque visibili all’estero. E’ successo per nove volte, ed ogni volta avevamo pronto il sito specchio .net, poi .org, .com e via così. E questo ha causato una reazione opposta, poiché molti visitatori volevano capire quali fossero i contenuti che meritavano un blocco, aumentando così la visibilità. Ecco perchè abbiamo scelto il web.

Come finanziate le vostre indagini?
I fondi che coprono le nostre spese giungono da diversi finanziatori internazionali di rilievo. Inoltre il centro investigativo è parte di un gruppo di organizzazioni maggiori che prevede diverse Radio e altri canali informativi fonti di introiti pubblicitari ed altri tipi di progetti correlati. In altri Paesi della regione abbiamo creato strutture gemellate al nostro centro di giornalismo investigativo, naturalmente indipendenti ma che operano in maniera simile alla nostra. Abbiamo sezioni distaccate in punti sensibili come Yemen e Iraq, ed un centro in Marocco.

 

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