sabato, Settembre 25

Ginevra II a rischio? field_506ffb1d3dbe2

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SOCHI: DMITRY MEDVEDEV INCONTRA IL PRESIDENTE SIRIANO BASHAR AL ASSAD

A due giorni dall’avvio di Ginevra II, il tavolo dei negoziati che dovrebbe trovare una soluzione alla guerra che sta lacerando la Siria da quasi tre anni, sono ancora molti i nodi preliminari da sciogliere. Il Governo iraniano ha infatti accettato l’invito lanciato all’ultimo minuto dal Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, complicando un sottile gioco di equilibri che già dimostrava una stabilità precaria. I rappresentanti dei movimenti opposti al regime di Baššar al-Asad avevano infatti già subito delle ‘perdite’ con l’uscita del Comitato di Coordinamento Nazionale, ma ora sembrano aver trovato una nuova compattezza nel minacciare di lasciare essi stessi il tavolo delle trattative, qualora un posto fosse riservato a Teheran. In questo, l’opposizione siriana trova al proprio fianco due alleati di sicura influenza: da un lato, Washington, che ha già domandato a Ban di ritirare l’invito; dall’altro, l’Arabia Saudita, che con l’Iran si contende l’egemonia sulla regione, ma il cui piglio nel contrastarne la partecipazione non sembra andare oltre la semplice lamentela.

Così, mentre al-Asad annuncia che in giugno potrebbe ricandidarsi, sostenendo che l’obiettivo di Ginevra II debba essere la lotta al terrorismo, l’attenzione sembra spostarsi gradualmente proprio sulla presenza iraniana, sostenuta in particolare dalla Russia. È però lo stesso Ministro degli Esteri iraniano Hosein Amirabdollahian a contribuire alla crescente tensione, affermando che il suo Paese rifiuta l’accettazione dell’accordo di «Ginevra I» come condizione per partecipare ai nuovi negoziati. Accordo che prevede l’instaurazione di un «Governo transitorio con pieni poteri esecutivi» e che è invece considerato imprescindibile dai Governi occidentali, come affermato dal Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius. Non è quindi sorprendente se, a pochi giorni dal fatidico 22 gennaio, ci sia già chi, tra gli addetti ai lavori, si domanda non tanto quale sarà l’esito dei negoziati, bensì se gli stessi negoziati avranno luogo.

Divisivo in vista di Ginevra, l’Iran riceve invece l’apprezzamento della comunità internazionale per la sospensione dell’arricchimento dell’uranio sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), nell’ottica dell’accordo ‘5+1’ che prevede, in cambio, un alleggerimento delle sanzioni per il Paese mediorientale. Nel suo rapporto, l’AIEA ha confermato la sospensione dell’arricchimento al 20% – quota prossima a quella necessaria per la produzione di ordigni atomici – e l’inizio della diluizione di metà del materiale già immagazzinato. Sia Washington che Bruxelles hanno perciò annunciato di aver sospeso le pesanti limitazioni imposte all’economia persiana, che confida ora di recuperare 4,2 miliardi di dollari in entrate da fonti petrolifere, congelate oltreoceano, nonché di riprendere il commercio nell’ambito petrolchimico ed in quello dei metalli pregiati. La messa in pratica dell’accordo solleva però speranze anche tra i contraenti occidentali: l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri europea, Catherine Ashton, ha infatti dichiarato ufficialmente di sperare nell’avvio di nuovi negoziati entro poche settimane, al fine di porre termine ad uno scontro ormai decennale sugli scopi del nucleare iraniano.

La diplomazia europea si prepara però anche ad un’altra difficile missione: riportare la pace nella Repubblica Centrafricana. Nonostante le parole forti del Presidente transitorio Alexandre-Ferdinand Nguendet sulla «fine dell’anarchia», le violenze continuano sia nella capitale Bangui, sia verso il confine nordorientale, dove la Croce Rossa ha reperito i cadaveri di cinquanta persone. Per questa ragione, i Ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno deciso all’unanimità l’invio di una missione militare, che potrà giungere fino a 1000 soldati ed agirà sotto mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Al momento, non esiste ancora un piano di azione concreto, né è chiaro chi parteciperà alla missione, benché fonti diplomatiche escludano sin d’ora la presenza dell’Italia. Intanto, il Parlamento transitorio centrafricano ha nominato Presidente ad interim l’attuale sindaco di Bangui, Catherine Samba-Panza, dopo una severa selezione volta ad escludere candidati legati in qualsiasi maniera ai miliziani Séléka (musulmani) o Anti-balaka (cristiani).

Sempre in Africa, è invece ancora saldamente al potere il Presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe. Prossimo ormai ai novant’anni, ha smentito oggi ogni sospetto sulla sua dipartita, o comunque su suoi possibili gravi problemi di salute, apparendo in pubblico per un lutto famigliare. La ricomparsa di Mugabe rimanda le lotte per la successione interne al suo partito, lo ZANU-PF, in cui l’attuale Vicepresidente Joice Mujuru ed il Ministro per la Giustizia Emmerson Mnangagwa sembrano avere le maggiori possibilità di vittoria.

Se Bruxelles si prepara a fronteggiare una guerra civile a tremila chilometri di distanza, dovrebbe però continuare a controllare ciò che succede appena al di là dei propri confini, visto che la crisi ucraina sembra ancora lontana da una soluzione. È l’ex pugile ed ora leader dell’Alleanza Democratica Ucraina per la Riforma, Vitalij Kličko, a dichiarare di non escludere il rischio di una guerra civile qualora il Presidente Viktor Janukovyč dovesse proseguire con la repressione violenta delle manifestazioni europeiste. Per contro, lo stesso Janukovyč ha dichiarato di voler creare domani una commissione congiunta che ponga ad un tavolo Presidenza, Governo ed opposizione al fine di trovare una soluzione a ormai due mesi dall’inizio delle proteste. È stato lo stesso Kličko a confermarlo, dopo un incontro col Presidente, ma ciò non è servito a calmare gli animi nelle strade. Per questa ragione, mentre il delegato dell’UE Jan Tombinski invita i manifestanti a non provocare la polizia, la Casa Bianca torna a pensare a possibili sanzioni legate al comportamento delle autorità ucraine.

Ma anche in Thailandia si inasprisce lo scontro fra Governo e opposizione. Dopo l’avvio apparentemente pacifico della ‘paralisi’ di Bangkok, in cui le autorità sembravano aver optato per la linea morbida, un fine settimana di violenze ha ora portato queste ultime a considerare «molto seriamente» l’idea di applicare lo stato di eccezione. È il Capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Paradorn Pattantabutr, a dichiararlo dopo un incontro col Primo Ministro Yingluck Shinawatra. In realtà, sembra registrarsi una diminuzione nella portata delle proteste nella capitale, accompagnata però dall’accendersi di proteste più circoscritte in altre 18 aree. Le proteste nascono da decisioni del Primo Ministro volte anche a far tornare in patria il fratello, l’ex Primo Ministro Thaksin Shinawatra.

Tornerà invece in Libano l’ex Primo Ministro Saad al-Hariri, a quasi tre anni dalla caduta del suo Governo, legata alle dimissioni dei ministri appartenenti ad Hezbollah. Hariri è intenzionato a tornare in occasione delle elezioni parlamentari del prossimo novembre e si dice pronto a collaborare coi suoi rivali per il bene del Paese. «Ritornerò in Libano per le elezioni e in modo di diventare un giorno Primo Ministro» le parole di Hariri, che non ha lesinato critiche al Presidente siriano al-Asad, accusandolo di essere il mandante dell’omicidio di suo padre, Rafiq al-Hariri, e sostenendo che non sia più accettabile vederlo come Presidente siriano.

In Italia si lavora intanto per un altro ritorno in patria, quello dei Marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. La Corte Suprema indiana sta infatti valutando il ricorso dell’Italia e, nel contempo, ha chiesto al Governo di trovare una situazione all’impasse creatasi nell’avvio del processo per l’omicidio dei due pescatori al largo delle coste del Kerala. Qualora l’accusa non riuscisse a presentare accuse chiare entro il 3 febbraio, il Sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura ha già annunciato che la difesa chiederà il rimpatrio degli imputati. Nel frattempo, però, l’attenzione è rivolta all’eventuale applicazione del SUA Act, la normativa indiana sulla pirateria che aprirebbe la possibilità della pena di morte per Latorre e Girone. «Tutte le opzioni sono sul tappeto», ha dichiarato il Ministro degli Esteri Emma Bonino in riferimento alla possibile risposta da parte italiana agli sviluppi della situazione.

Nessuno sviluppo, invece, nella controversia sul Canale di Panama: oggi scadeva l’’ultimatum’ del consorzio internazionale a cui partecipa anche l’italiana Impregilo, per cui il Governo avrebbe dovuto assumere oneri economici superiori a quelli previsti in sede d’appalto, ma ancora non è stato trovato un accordo. Non è però chiaro se la sospensione dei lavori minacciata dallo stesso gruppo verrà effettivamente applicata, benché non vi sia stato alcun passo indietro formale. Anche la possibilità di mediazione da parte dell’Unione Europea (tre delle quattro compagnie partecipanti sono europee) sembra trovare il rifiuto del governo panamense, che vorrebbe risolvere il dissidio nei termini del contratto. Osserva con attenzione anche la statunitense Bechtel, uscita sconfitta dalla gara d’appalto.

Infine, la Russia incassa il sostegno di Pechino nell’organizzazione dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi. A differenza del Presidente tedesco Joachim Gauck e dell’entourage presidenziale francese, il Presidente cinese Xi Jinping parteciperà alla cerimonia di apertura. Rimane alto, però, il rischio di attentati. Sempre oggi, un gruppo islamista denominatosi Vilayat Dagestan avrebbe rivendicato gli attentati di fine dicembre a Volgograd attraverso un video pubblicato su un sito web collegato al separatismo caucasico.

 

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